Autonomia o secessione?

di manifestosardo.org - 16/02/2019
Marco Ligas (il manifesto sardo) e Sergio Caserta (il manifesto di Bologna) intervengono con alcune considerazioni sul tema dell’autonomia differenziata. Pubblichiamo il loro dialogo.

Caro Sergio, alcune considerazioni sulla proposta relativa all’Autonomia differenziata così come se ne parla attualmente. E anche sulle conseguenze di questa decisione. Possiamo fare un intervento a due voci partendo entrambi dalle condizioni generali in cui si trovano le nostre due regioni. Sull’Autonomia differenziata della Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il Presidente Conte ha dichiarato che c’è completa unanimità e pieno consenso nel Governo. Lui stesso, ha precisato, sarà il garante della coesione nazionale attraverso un percorso che non indebolirà certamente le regioni del sud. Queste affermazioni possono pure apparire rassicuranti, peccato che non tengano conto che nelle proposte delle regioni del nord ci sia la determinazione di trattenere una percentuale rilevante delle entrate tributarie, qualcuno parla addirittura del 90% del gettito fiscale.

Infatti è vero Marco, non c’è proprio di che stare tranquilli, l’autonomia differenziata è l’anticamera della ulteriore frattura Nord-Sud del Paese, alla faccia dei proclami salviniani per l’Italia unita e gli “italiani prima di tutto”. Qui si fa avanti la logica che chi più ha, ed ha costruito la sua fortuna sul lavoro dei meridionali ed ora anche dei migranti, vuole tenere per sé tutto il surplus di questa ricchezza, restituendo poco o nulla allo Stato per una più equa redistribuzione. Sono gli stessi che hanno contribuito all’impoverimento del meridione, utilizzando i finanziamenti pubblici nazionali ed europei per investimenti industriali fantasma, capannoni e strade poi non completate, prendendo tutto il bottino magari in combutta con le mafie ed i politici corrotti che purtroppo dobbiamo riconoscerlo al Sud proliferano. Infine hanno mandato al SUD sempre in accordo con la criminalità organizzata i rifiuti tossici che hanno inquinato i campi e ammazzato le persone. Sono gli stessi che propugnano la “flat tax” per pagare sempre di meno e tenersi tutto. Questo è il Paese che sta dietro la pretesa di quella che chiamano autonomia ma è “approfittare”

Coincidono queste affermazioni se rapportate, come dovrebbe essere, alle diverse condizioni in cui si trovano le regioni del sud? Come si può sottrarre una quota così rilevante del patrimonio pubblico senza provocare contemporaneamente un indebolimento del bilancio nazionale che andrà a discapito dei territori già in gravi difficoltà?

La posta in gioco è l’indebolimento della funzione perequativa dello Stato centrale, senza la quale si afferma il principio della jungla: chi è più forte prende tutto! Non è così che si costruisce un paese più giusto e più unito, ma nemmeno un paese più efficiente, ed è paradossale che questa scelta la compie chi poi si dichiara “sovranista” e millanta con la demagogia populista di rappresentare gli interessi di chi ha meno! E’ esattamente il contrario e dovrebbero comprenderlo elettrici ed elettori meridionali che sembrano attratti dalla retorica leghista. Molte responsabilità le hanno però anche i cinque stelle, totalmente succubi della potenza ricattatoria di Salvini, per non parlare delle sinistre, del centro sinistra, e del PD soprattutto, che appare smarrito e confuso di fronte a questa ordalia reazionaria. Il fatto che la regione Emilia Romagna, abbia seguito con un suo progetto certo meno dirompente, di fatto però nella stessa direzione di Lombardia e Veneto, nonostante Bonaccini s’affanni ad assicurare che il suo progetto di autonomia non intacca le quote di bilancio destinate allo stato, è nello stesso alveo e risulterà minoritario e perdente sia rispetto alle pretese delle altre due regioni a guida leghista, sia di una difesa strenua della solidarietà fiscale. Dotare di meno risorse lo stato centrale per le politiche pubbliche significa favorire la desertificazione del meridione e l’arricchimento delle economie illegali: sfruttamento del lavoro, abusivismo in tutti i settori economici, malaffare e dominio mafioso.

E si conciliano questi interventi col principio di equità presente nella nostra Costituzione secondo cui chi ha di più deve contribuire di più al sostegno del bilancio del paese? Se non sbaglio anche Landini nel corso della manifestazione romana ha parlato di questa proporzione.

L’articolo 75 della Costituzione vieta il referendum in materia tributaria, quelli svolti in Lombardia e Veneto, seguiti pedissequamente dai deliberati dell’Emilia Romagna, trattano esattamente questa materia, nel momento in cui definiscono che le tasse dei loro contribuenti restano in regione, dando luogo a servizi differenti dal resto del paese, in questo modo di fatto riducono indirettamente la pressione fiscale, violando tra l’altro anche l’articolo 53 costituzione “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Una “luce” finalmente sembra essersi accesa nel sindacato: l’elezione di Landini è il primo segnale di risveglio, si è scelto un dirigente sindacale che parla chiaro, che ha dimostrato di essere almeno finora coerente, che potrà anche sbagliare perché è umano ma che trasmette fiducia e chi i lavoratori e le lavoratrici sentono dalla loro parte. E’ un buon inizio, ora vediamo il prosieguo….Landini ha citato nel suo primo discorso da segretario generale in piazza San Giovanni, l’articolo 3 della Costituzione, quella frase fondamentale “….E’ compito della Repubblica rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana….e ha sottolineato con forza….E L’EFFETTIVA PARTECIPAZIONE DI TUTTI I LAVORATORI ALL’ORGANIZZAZIONE POLITICA, CONOMICA E SOCIALE DEL PAESE…”. Lo scontro sarà durissimo, perché le forze che vogliono rimandare indietro le lancette dell’orologio costituzionale sono potenti, Salvini e il governo sono solo uno strumento, sarà necessaria tutta l’intelligenza, ora dormiente, di chi ha a cuore il destino della nostra democrazia e della repubblica antifascista.

La gravità della situazione dei trasporti: aerei, ferroviari e marittimi è vissuta anche dalle regioni settentrionali? Io penso di si e ne parlerei perché non mi sembrano solo isolane. Mi è capito alcune volte di trovare difficoltà nei collegamenti tra Emilia e Romagna e Liguria. È così?

Purtroppo sembra che il Paese si uniformi nel “peggio” l’Emilia Romagna come le altre regioni un tempo “rosse”, si distingueva per efficienza dei servizi pubblici, ora non brilla più come prima, anche se dobbiamo riconoscere che permangono delle differenze, nel settore dei trasporti, il peggioramento è molto evidente e costante: la congestione del traffico su gomma è all’ordine del giorno, l’inadeguatezza dei trasporti locali su ferro, che pure ad esempio a Bologna potrebbero contare su una rete di binari molto diffusi, è del tutto evidente, i collegamenti se si esclude la tratta per Milano e Roma molto servita dall’alta velocità, sono insufficienti e a volte anacronistici. L’aeroporto di Bologna poi, che sta registrando notevoli livelli di crescita negli ultimi anni, è giunto a livelli di congestione assurdi. Scelte errate nell’utilizzo degli spazi comunque angusti e tutti ormai destinati esclusivamente al commercio, stanno creando enormi disfunzioni. A monte mancano scelte urbanistiche adeguate, si gestiscono grandi progetti con mentalità municipalistiche, è uno dei difetti principali delle classi dirigenti locali, io Chiamo Bologna la città “timballo”, imbottita in ogni angolo. Alla fine sono tutti succubi della cosiddetta “civiltà” dell’auto, anche sei piani urbanistici parlano di sostenibilità, di consumo di suolo zero, bla bla bla.

Sulle altre materie (le grandi opere, il trasporto dell’energia, la scuola, la sanità, la tutela del territorio) dovremmo soffermarci di più. La Sardegna su questi temi non si muove con accortezza: non gestisce bene le poche risorse di cui dispone.

La Sardegna è come l’Italia, tranne poche, pochissime eccezioni, non siamo un Paese virtuoso, anche se abbiamo tante eccellenze restiamo affezionati solo ai condoni, alle sanatorie, interveniamo prontamente quando accadono disastri con grande solidarietà ma in quanto a prevenzione, a controllo, ad efficacia, a risparmio soprattutto energetico e cura del territorio siamo inaffidabili. Occorrerebbe prima di tutto una rivoluzione culturale, come ai tempi di Mao Zedong, ma senza violenza! Un cambiamento di mentalità soprattutto della politica ma oggi sembra impossibile, sono abbastanza sfiduciato. Speriamo che in Sardegna sappiate resistere all’ordalia populista, alle imminenti elezioni occorrerebbe uno scatto di reni, di antico orgoglio, devo dire però che il gesto dei pastori, per quanto comprensibile sul piano umano e sociale mi lascia perplesso: gettare tanto ben di Dio per terra, mi sembra uno schiaffo alla miseria, non vorrei che sulla disperazione speculassero i Salvini! Se l’avessero portato in quei luoghi di disperazione dove stanno migranti ed emarginati, anche simbolicamente, forse era meglio, almeno questa da vecchio comunista è la mia opinione. In bocca al lupo.

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