Giustizia, la riforma di Berlusconi nell’era Renzi

di Daniela Gaudenzi - Il Fatto Quotidiano - 23/04/2014

Matteo Renzi tra gli annunci quotidiani ha incluso anche quello della riforma della giustizia, civile e penale, teoricamente “entro giugno” e gli interventi interessati a ridurre l’autonomia della magistratura con tanto di auspici e pressioni connesse si sprecano.

In pole position ci sono ovviamente dalle pagine dei “giornaloni”,  in primis Il Corriere della sera, le interpretazioni in chiave “bipartisan” dei sedicenti terzisti, o più correttamente i cerchiobottisti del ventennio berlusconiano, quelli per intendersi che hanno sempre considerato Berlusconi un perseguitato anche se un po’ intemperante, tra i quali continua a segnalarsi Angelo Panebianco.

Il politologo e pubblicista, che peraltro non ha nessuna competenza giuridica mirata è intervenuto “appoggiandosi”, non si sa con quale fondamento, su un recente articolo in cui Bruno Tinti in cui per l’ennesima volta interveniva dalle pagine de Il Fatto per criticare il correntismo imperante nel CSM, con l’unico e dichiarato fine di invocare una riforma costituzionale per “raddrizzare” l’anomalia di una magistratura indipendente. 

Partendo dalla premessa del Berlusconi “fuori gioco”, il quale peraltro ha aperto la campagna elettorale ululando contro la sentenza “mostruosa” della Cassazione, l’editorialista del Corriere si compiace per i segni del “disgelo” sulla giustizia che sarebbero indirettemente confermati dalla circostanza “impressionante” che il 17 aprile “sull’organo del giustizialismo italiano” e cioè Il Fattoquotidiano sia comparsa “una requisitoria contro il metodo spartitorio con cui le correnti gestiscono il CSM, organo di autogoverno della magistratura”.        

Date le premesse, ovviamente forzate in vista delle finalità, è facile e scontato arrivare alla incredibile conclusione che poi è quella di sempre, il refrain di un ventennio all’insegna del permanente “scontro” tra politica e magistratura: la riforma della giustizia deve essere finalizzata a “raddrizzare” il CSM nel senso di evitare che la magistratura sia un “poter incontrollato”.

Invece che intervenire, come sembrerebbe logico e naturale per ridurre il peso delle correnti all’interno della magistratura, o meglio ancora scollegarle il più possibile da partiti o forze politiche di riferimento, il grande obiettivo è sempre quello di scardinare la Costituzione nel collegamento necessario che pone tra l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge (art.3) con l’autonomia e l’indipendenza della magistratura (art.101-104),  garantite sulla carta dal CSM eletto per 2/3 dagli stessi magistrati tra le varie categorie e per 1/3 dal Parlamento.

E’ di immediata comprensione per chiunque sia in buona fede che il problema riguardante il CSM, in primis le carriere dei magistrati e i procedimenti disciplinari, derivi dalla lottizzazione e da scelte motivate più da “vicinanza” e consonanza “politica” piuttosto che fondate su imparzialità, merito e competenza per le assegnazioni o viceversa demerito e colpa negli illeciti disciplinari. Insomma l’anello “debole” o debolissimo della catena, quando non decisamente imbarazzante, è costituito dagli orientamenti  dei membri di nomina politica e dall’incidenza del correntismo con le sue degenerazioni di matrice partitica all’interno del mondo togato.

Ma la risoluzione può essere quella di mettere al guinzaglio della politica “il potere incontrollato della magistratura” per “tutelare il costituzionalismo” come auspicano Panebianco & co.?  

Perché se il nodo è che “l‘ordine giudiziario è strutturato in modo incompatibile con i principi del costituzionalismo”  e i rimedi sono “la separazione delle carriere” e “impedire che le decisioni disciplinari vengano prese da un organo eletto dai magistrati”  è semplicemente di questo che si tratta.

Si vorrebbe finalmente e semplicemente realizzare quello che era il sogno di Bettino Craxi ed il vero obiettivo mancato di Silvio Berlusconi: avere una magistratura consapevole di non poter operare nel solo rispetto della legge sine spe nec metu, e cioè senza speranze nè timori da parte della politica, come garantisce la Costituzione.

E una commissione di esperti “non esclusivamente di giuristi”, magari un’occasione per entrare nel conclave dei nuovi “saggi”, sarebbe secondo Panebianco lo strumento ideale per “una proposta organica”, soprattutto se a presiederla fosse “un uomo dell’esperienza di Luciano Violante“, noto per l’insofferenza all’obbligatorietà dell’azione penale, per una cervellotica riedizione dell’autorizzazione a procedere e per un CSM a  maggioranza  partitica, ovviamente per “spoliticizzarlo”.

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