La trattativa Stato-mafia nel Paese alla rovescia

di Antonio Ingroia - Il Fatto Quotidiano - 21/10/2013
Domenica mattina il Fatto Quotidiano ha ospitato un intervento di Antonio Ingroia sulla richiesta dei giudici di Palermo di ascoltare il presidente della Repubblica.

Succedono cose strane nel nostro Paese alla rovescia. Succede che una corte di politici con la p minuscola, apprendisti giureconsulti, sedicenti opinionisti, e compagnia cantante, si sbracci a più non posso per farsi notare dal primo cittadino dello Stato, il Presidente della Repubblica, e guadagnarsene le grazie in ogni utile occasione. Accade, quindi, che un’ordinanza legittima e doverosa, come quella emessa dalla Corte d’Assise di Palermo, chiamata ad accertare la verità sulla scellerata trattativa Stato-mafia, con la quale è stata ammessa, nel rispetto dei limiti costituzionali, la testimonianza del Capo dello Stato, divenga oggetto dell’ennesimo tiro al bersaglio, variamente articolato.

Il Ministro della Giustizia, custode dell’autonomia ed indipendenza della magistratura, invece di difendere quella decisione perché emessa da un giudice imparziale, pubblicamente esprime perplessità, candidamente ammettendo di non avere neppure letto il provvedimento, così rivelando i suoi pregiudizi verso i giudici palermitani e quel processo. E accade che fra i vari opinionisti ci si affanni a dimostrare l’indimostrabile, e cioè che quell’ordinanza viola le prerogative costituzionali del Capo dello Stato. Al punto di capovolgere il senso del testo del provvedimento, come disinvoltamente fa un ex presidente della corte costituzionale come Capotosti, il quale arriva a sostenere che i giudici palermitani avrebbero teso un “trabocchetto” al Capo dello Stato consentendo che egli possa essere sentito su tutte le sue attività informali, comprese quelle inerenti alle funzioni presidenziali. Mentre è vero l’esatto contrario, perché i giudici, avendo voluto rispettare scrupolosamente quanto deciso dalla Corte Costituzionale nella discutibilissima sentenza “politica” del conflitto di attribuzioni con la Procura di Palermo, hanno disposto che il Presidente Napolitano non sia sentito neppure sulle attività informali, se inerenti alla sua funzione presidenziale.

Anche se è ovvio, in un Paese non alla rovescia, che non inerisce di certo alle sue attività presidenziali l’ascolto di uno sfogo di un proprio collaboratore concernenti attività politico-amministrative svoltesi nel biennio 1992-1993, e quindi ben tredici anni prima che Napolitano venisse eletto Presidente della Repubblica. Nel Paese sottosopra l’equivoco regna sovrano spesso intenzionalmente. Ed è questa intenzionalità malevola che spinge a scrivere cose fuori dal mondo a quel povero diavolo di Sallusti, che perfino i suoi stessi compagni di partito vogliono cacciare dalla direzione del “glorioso” Giornale, quando straparla di “ricatto al Capo dello Stato”,in compagnia del Foglio dello squilibrato (nel senso di poco equilibrato…) Ferrara e di Libero del sempre più attonito Belpietro che vaneggiano di “strapoteri giudiziari”.

Alla faccia dello strapotere, se la magistratura non è ancora riuscita a farsi spiegare da B. le oscure origini delle sue fortune, se e’ costretta a vedere un pregiudicato tenere in pugno tutte le istituzioni alle prese con un surreale dibattito sull’applicabilità a lui di amnistia e indulto, e se, di fronte alla legittima aspettativa della verità su stragi e trattativa, si vede opporre omertà di Stato, muri di gomma, e guerre sante che si amplificano in conflitti di attribuzione, sino al tentativo di eliminare, per via disciplinare, bastonate mediatiche o peggio, ogni magistrato che osi avventurarsi contro la ragion di stato. E’ delirante questo travisare ogni provvedimento giudiziario, paventando maliziosi trabocchetti, intenzioni velenose, e perfino attentati al totem della stabilità politico-istituzionale nelle mani del Presidente Napolitano, suo sommo e intoccabile sacerdote.

Ma certi commenti non paiono ispirati solo dal delirio paranoico di vedere ovunque complotti politico-giudiziari. Perché si ha la netta impressione che si voglia anche istigare il presidente Napolitano a sollevare un altro conflitto di attribuzione contro la magistratura, ancor più deleterio del primo perché stavolta indirizzato contro i giudici. Troppi vogliono che su questo nervo scoperto cali per sempre la saracinesca. E troppo pochi dentro le Istituzioni vogliono la verità. In un Paese normale il Capo dello Stato non ascolterebbe certe sirene, e sgombrerebbe il campo da opacità e sospetti dichiarando di essere pronto a testimoniare a Palermo. Perché non lo fa, Presidente? Lo chiedo col massimo rispetto dell’alta istituzione.

Ma siamo in un Paese normale? Non mi pare proprio, e che la commissione parlamentare antimafia, invece di aprire un fascio di luce su una vicenda così imbarazzante, stia a litigare per la poltrona di Presidente ne è una dimostrazione. Il nostro è proprio un Paese alla rovescia.
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