L’impresa irresponsabile

di Vincenzo Tradardi - Liberacittadinanza - 23/06/2013
Per la terza volta, nell’arco di pochi anni, Roberto Catelli, il padrone della Cft (Catelli Food Technology), va all’assalto della sua stessa fabbrica nel tentativo di disarticolarla, frantumarla, distruggerla.

Roberto Catelli è un “imprenditore” che odia le sue maestranze, quelle maestranze che in un lungo arco di anni, dalla fondazione fino ad ora, hanno reso la Rossi & Catelli un’impresa di successo, leader dell’ impiantistica alimentare a livello internazionale.

Questa volta però il piccolo Marchionne ha deciso di utilizzare una tecnica nuova, mai applicata prima. Nell’aprire la procedura di mobilità per 64 dipendenti (un terzo delle maestranze!) ha arruolato una squadra di “vigilantes” che presidieranno i cancelli d’ingresso di via Paradigna 94 per tutti i 75 giorni necessari a completare la procedura di messa in mobilità dei 64 dipendenti.

In realtà siamo di fronte al ritorno a metodi antichi, ai metodi dei mazzieri siciliani o, per restare alla nostra realtà, alle squadracce fasciste arruolate dagli agrari contro braccianti e lavoratori della terra.

Non si tratta di un dettaglio. Con questo atto irresponsabile Roberto Catelli ha varcato una soglia, quella della legalità.

La presenza di vigilantes, notte e giorno, ai cancelli della fabbrica è come una pistola puntata alla tempia dei lavoratori, è il tentativo di intimidire, di piegare, di fiaccare sul nascere ogni volontà di resistenza, insinuando nella testa dei dipendenti l’idea che ormai non c’è più nulla da fare, e tanto vale “arrendersi” tutti e subito.

Siamo al di fuori della legalità democratica, quella tracciata dalla Costituzione italiana, che, all’articolo 41, riconosce che “l’iniziativa economica privata è libera” ma, subito dopo, aggiunge che la stessa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

È la nostra Costituzione dunque ad essere violata. Ma, per restare a una elaborazione teorica a livello internazionale, è la “corporate social responsability” ad essere messa in discussione, la cittadinanza d’impresa (“la corporate citizenship”) ad essere contestata nella concezione che le imprese anche se non sono “individui” debbano comportarsi bene “come cittadini” (Colin Crouch, Il potere dei giganti, Laterza, pag. 157 e seguenti).

La risposta a questo atto di stolta intimidazione deve essere fermissima e corale. Tutti devono sentirsi chiamati in causa e ognuno deve, in proporzione alla sua responsabilità e alle sue competenze, adottare le misure necessarie.

Voglio augurarmi che la magistratura apra un fascicolo per valutare se nel comportamento del sig. Roberto Catelli, non si configurino profili di reato.

Voglio augurarmi che il sig. Sindaco di Parma adotti un provvedimento di requisizione della fabbrica e mandi i vigili urbani a presidiare i cancelli per garantire l’agibilità democratica di quegli spazi che non sono extraterritoriali bensì rappresentano in modo concreto il simbolo stesso, il luogo stesso della nostra repubblica fondata sul lavoro.

Voglio augurarmi che l’amministrazione provinciale si rifiuti di avviare ogni procedura di mobilità fino a che Roberto Catelli non avrà ritirato e allontanato le sue squadre di vigilantes.

Voglio sperare che tutti i cittadini di questa città delle Barricate, città medaglia d’oro della Resistenza, si sentano chiamati in causa e prendano posizione attiva.

 

I lavoratori della Cft , le loro rappresentanze sindacali di categoria non devono essere lasciati soli.

 

Nel merito della vertenza occorre dire che la Cft non è un’azienda in crisi. Tanto è vero che il piano è quello di smantellare alcuni reparti (lucidatura, carpenteria, magazzino) e di affidarne le funzioni a ditte esterne. Ma la produzione deve continuare.

Proprio in queste settimane del resto la Cft ha acquisito una commessa dall’Iran, una commessa importante non solo per l’importo dei lavori ma anche perché per la prima volta, dopo molti anni, si infrange un embargo feroce che gli Stati Uniti hanno imposto nei confronti di quel paese medio orientale. Cosa poi c’entrassero le forniture di macchine per la lavorazione del pomodoro con la tecnologia per l’arricchimento di uranio radioattivo in vista di una alquanto ipotetica bomba atomica iraniana, qualcuno dovrebbe spiegarlo ai nostri pavidi governanti. Ma questo è il tipo di guerra che i paesi ricchi e sedicenti democratici dichiarano contro i paesi poveri e in via di sviluppo.

La Cft non è in crisi. Semplicemente il padrone Roberto Catelli ha deciso di disfarsene, pezzo dopo pezzo, colpendola nella sua parte più vitale, i dipendenti, le maestranze.

Roberto Catelli sta facendo un lavoro sporco, sporchissimo, odioso, quello di eliminare gruppi interi di operai esperti (e anche consapevoli dei loro diritti), per poter vendere ad altra impresa, magari tedesca (la Germania è di moda), magari già presente nel nostro territorio, magari interessata ai brevetti e non al capitale umano, le maestranze esperte della Cft che hanno fatto il successo del marchio. Un acquirente che in ogni caso preferisce far a meno di quel capitale umano per poterlo sostituire con nuove leve di lavoratori “precari”, condizionati già a una flessibilità estrema, e sottopagati.

Immagino che Camillo Catelli buon’anima si stia rivoltando nella tomba osservando l’operato di un figlio degenere che sta distruggendo tutto quello che lui in vita ha costruito.

Ma non c’è tempo per scherzare. È tempo di dire basta allo smantellamento del sistema industriale produttivo di Parma!

Certo è singolare il fatto che la procedura capestro di mobilità per 64 dipendenti della Cft sia stata aperta proprio nei giorni in cui il segretario provinciale della Camera di lavoro Massimo Bussandri ha lanciato un appello a tutti i soggetti pubblici e privati, istituzioni, partiti , associazioni di categoria, sindacati, per unire le forze intorno a un tavolo di concertazione per affrontare la crisi che ormai sta devastando anche la nostra regione e la nostra provincia.

Sarebbe questa la risposta dell’Unione parmense degli industriali? Perché, non dimentichiamolo, Roberto Catelli ne è anche uno dei vicepresidenti.

Decisiva in ogni caso sarà anche questa volta l’unità di tutti i lavoratori della Cft. Roberto Catelli sta tentando di dividerli prospettando la chiusura solo di alcuni reparti. È una tecnica ben nota, quella del “male minore”. Ne ha scritto a lungo Hannah Arendt: accettare il sacrificio di una parte per salvare il resto. Ma non funziona così: se oggi passa il licenziamento dei 64, domani toccherà a tutti gli altri. E dunque è la solidarietà la migliore forma di lotta.

 

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