Dollari & petrolio: perché l’America azzanna Caracas

di Pino Arlacchi - Il fatto Quotidiano - 10/03/2019
Secondo l’ex direttore dell’Fbi, McCabe, Trump ha dichiarato nel 2017 che era venuto il tempo di muovere guerra al Venezuela

Lo scontro tra il governo degli Stati Uniti e il Venezuela ha quasi raggiunto la soglia dell’intervento armato, e se questo non avverrà sarà solo perché l’attuale barbaro assedio all’economia del Paese è in grado di ottenere lo stesso risultato.

Ma esistono varie zone d’ombra, a mio avviso, sulle motivazioni della furia americana. Non è scontato che essa sia soltanto il riflesso condizionato di una potenza aggressiva, che dal 1945 in poi è intervenuta 67 volte all’estero per rovesciare governi non graditi.

Proprio nel loro cortile di casa, l’America latina, e da un paio di decenni a questa parte, gli Stati Uniti hanno tollerato governi di sinistra anche radicale senza inviare i marines e senza far assassinare dalla Cia leader politici, ministri e presidenti. Il Brasile di Lula, l’Argentina di Kirchner, il Cile di Bachelet e perfino la Bolivia di Morales sono più volte arrivati ai ferri corti con il Grande Fratello senza subire violazioni di sovranità e senza subire il tentato assassinio economico riservato al Venezuela.

Certo, il “pericolo socialcomunista” ha avuto il suo peso nel far scattare l’ assalto contro il Venezuela di Chavez-Maduro. Ma ciò non basta a spiegare un’animosità Usa contro un Paese della regione che non si vedeva dai tempi del Cile di Allende, cui spesso viene paragonato.

Ci vuole di più. E il fattore aggiuntivo può ben essere la voglia delle élite americane di afferrare finalmente in Venezuela la preda agognata, sfuggitagli in Russia negli anni 90, e in Iraq e Libia dopo: le riserve di un grande produttore di idrocarburi da aggiungere alle proprie per fronteggiare più serenamente le traversie del mondo post-americano.

Questa è un’idea che è presente da qualche tempo nella mente di Trump. Secondo l’ex direttore dell’Fbi, McCabe, Trump ha dichiarato nel 2017 che era venuto il tempo di muovere guerra al Venezuela. E non per soccorrere il suo popolo affamato dal malgoverno comunista, ma perché “è pieno di tutto quel petrolio e sta nel nostro cortile di casa”.

Lo stesso Trump aveva criticato Obama nel 2011 perché si era fatto fregare a non pretendere metà del petrolio libico in cambio della collaborazione degli Usa al rovesciamento di Gheddafi.

Il fattore petrolio convince più di quello “comunista” per spiegare la foga antivenezuelana dello ‘Zio Sam’. Essa si sarebbe scatenata anche contro un governo di colore politico diverso, se risoluto a esercitare la sua piena sovranità sulle proprie risorse naturali.

Ma il quadro va completato mettendo in luce un’ulteriore, poco conosciuta, matrice di ostilità: la sfida all’egemonia del dollaro lanciata da Chavez-Maduro proprio all’alba di un processo di de-dollarizzazione dell’economia mondiale. La decisione del Venezuela di evitare l’uso del dollaro nelle compravendite di petrolio e di creare un sistema di scambi con l’estero, il Sucre, basato su una criptomoneta, il Petro, garantita dal suo petrolio e da altre risorse, ha toccato il nervo scoperto della finanza americana. E ne ha scatenato la collera.

Il dollaro, infatti, è l’ultimo pilastro della potenza americana visto che l’altro, il possesso della forza armata più temibile del pianeta, ha fatto fiasco quasi ovunque dal Vietnam in poi ed è diventato fonte di indebitamento e di discordia con alleati e clienti.

L’ipersensibilità del capitale finanziario che domina gli Stati Uniti verso ogni minaccia, anche in fieri, al suo sistema nervoso centrale composto di biglietti verdi, è comprensibile. E ciò perché il dollaro – nonostante sembri godere di ottima salute, rimanendo il mezzo di pagamento e il bene rifugio di gran lunga più importante del mondo – è insidiato ogni giorno di più da una sfida che ha iniziato ad animare le relazioni internazionali.

L’attacco alla sua centralità è palese da parte russa e iraniana, semi-coperta da parte della Cina e del gruppo dei Paesi Brics, ed è sottintesa nel caso dell’Unione europea, titolare dell’unica alternativa matura al biglietto verde: l’euro. E per questo sorvegliata a vista dagli Stati Uniti.

Wall Street, Tesoro e governo Usa sono consapevoli che i tempi del tramonto del loro impero dipendono da quelli dell’egemonia del dollaro, e sono pronti a usare ogni arma per preservarla.

Non importa, perciò, quanta strada avrebbe fatto la decisione di Saddam Hussein di usare l’euro invece del dollaro nelle transazioni del petrolio iracheno. O quanto fosse fondato il progetto di Gheddafi di creare una moneta africana per lo stesso scopo. E neppure conta la modestia del volume attuale degli scambi non-dollarizzati tra Cina, Iran, Russia, India e adesso anche Turchia e Unione europea.

La de-dollarizzazione è un pericolo mortale. I suoi segnali vanno soffocati sul nascere. Come? Nel caso di Paesi relativamente marginali e non dotati di armi atomiche, perché disarmati in precedenza dall’Onu come l’Iraq o convinti ad abbandonare i programmi nucleari come la Libia, si può andare per le spicce. L’Iraq è stato invaso perché non aveva l’atomica.

Nel caso dell’Iran – potenza di medio rango in via di de-dollarizzazione che produce petrolio senza dipenderne integralmente e in grado di acquisire in tempi brevi l’atomica – occorre più cautela. L’ideale è spingere il Paese a disarmare e poi colpirlo e ri-dollarizzarlo. Come si tenta di fare adesso, sempre dal lato Usa, ma con il disaccordo del resto del mondo.

Contro Russia e Cina c’è poco da fare. Soprattutto ora, dopo che i due Paesi hanno sviluppato un’intesa commerciale, politica e militare che rende la somma delle loro capabilities (territorio, popolazione, industria, armamenti e tecnologie) superiore a quella degli Usa. Ma entrambi sono ancora deboli dal lato finanziario, e non hanno ancora deciso di lanciare una sfida al dollaro congiunta e a tutto campo.

La strategia qui consiste nell’isolarli il più possibile, ritardando la nascita di un ordine mondiale multimonetario, dove la valuta americana non può più essere usata come un arma di dominio globale.

Quanto all’Unione europea, la minaccia euro alla supremazia del dollaro si è sgonfiata poco dopo la creazione della moneta unica. Il suo peso nelle transazioni globali è sceso dal 30% delle origini al 20% attuale. Per i padroni della finanza mondiale è sufficiente mantenere l’attuale frattura tra Ue e Russia perché l’euro resti dove si trova.

Questo scenario aiuta a spiegare perché gli Stati Uniti si sono avviati verso la soluzione finale contro un Paese che ha avuto l’ardire di sfidarli su tutto, valuta inclusa. Valuta che viene avvolta oggi intorno al collo del Venezuela perché tutti sappiano che dopo la Libia, l’Iraq e l’Iran, chi di dollaro ferisce di dollaro rischia di morire.

13 aprile 2019

La reazione a catena del caso Assange

Barbara Spinelli - Il fatto Quotidiano
19 marzo 2019

Lettera aperta al segretario generale del PD Nicola Zingaretti

Massimo Villone, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Domenico Gallo

LIBERACITTADINANZA
ACIREALE

"Don Ciotti sul Decreto Sicurezza Bis"

Il blog di Stefania Sarsini
I DIRITTI DEGLI ANIMALI

Preghiera degli animali all’uomo
"Massimo Villone - Regionalismo differenziato o secessione occulta?"