NON C'E' PIU MOLTO TEMPO

di Asor Rosa - Il Manifesto - 16/03/2014
Sinistra. Rivoltare come un calzino la legge elettorale è necessario ma non basta. È la prospettiva politica del renzismo che va combattuta ritrovando un’autonomia di deputati e senatori per contrastare una presa del potere che prepara un altro ventennio

Si gioca in Ita­lia in que­sti giorni una dop­pia par­tita. La prima riguarda il con­so­li­da­mento poli­tico e di governo dell’operazione Renzi; la seconda il destino di una pro­spet­tiva rifor­ma­trice seria nel nostro paese, affi­data finora, con alti e bassi di varia natura, e tal­volta peri­co­losi cedi­menti ed equi­voci, — ma affi­data comun­que, — alle buone sorti del Pd. Se Renzi vince la prima, la seconda verrà scon­fitta, per un periodo pre­su­mi­bil­mente incalcolabile.

Quel che è uscito finora dal cap­pello di pre­sti­gia­tore dell’attuale segre­ta­rio Pd-presidente del con­si­glio è poco, con­fuso, con­trad­dit­to­rio, tal­volta incon­si­stente, spesso ine­si­stente, ma ine­qui­vo­ca­bil­mente decla­ma­to­rio e incon­fon­di­bil­mente pubblicitario.

Alcuni punti fermi. L’Italicum fonda le sue for­tune sull’asse con Sil­vio Ber­lu­sconi. Il che di per sé farebbe rab­bri­vi­dire, ma non c’è solo que­sto. Ha attra­ver­sato per un pelo i voti della Camera dei depu­tati. Lo scon­tro sulle “quote rosa” ha rima­ni­fe­stato di colpo l’esistenza sot­ter­ra­nea di un par­tito dei 101, più fedele a Renzi che al pro­prio par­tito e ai pro­grammi elet­to­rali sui quali que­sto si era con­qui­stato bene o male una mag­gio­ranza nell’ultimo voto. Restano, con le “quote rosa”, que­stioni tutt’altro che irri­le­vanti come quelle delle pre­fe­renze, delle soglie di sbar­ra­mento, delle alleanze e del pre­mio fuori misura allo sti­rac­chiato vin­ci­tore. Allo stato attuale delle cose è lecito pre­ve­dere, in caso di appro­va­zione, il rapido tran­sito alla Corte costi­tu­zio­nale per un sospetto, appunto, d’incostituzionalità (Azza­riti, Vil­lone, ripe­tu­ta­mente su que­ste colonne; ma anche su altri gior­nali il discorso cri­tico ha comin­ciato ad affacciarsi).

Dal punto di vista eco­no­mico, abbiamo tutto e il con­tra­rio di tutto: i dieci milioni di sgravi fiscali per i lavo­ra­tori dipen­denti più col­piti dalla crisi; e la pre­ca­riz­za­zione illi­mi­tata e defi­ni­tiva del mer­cato del lavoro (Alleva, il mani­fe­sto, 14 marzo). Ma soprat­tutto pende sulla mano­vra l’incertezza sulle sue fonti. Nes­suno sa, né il pre­si­dente del con­si­glio finora lo ha detto, a quali voci attin­gere per ren­dere reale la sua mira­bo­lante pro­spet­tiva (Fubini, la Repub­blica 13 marzo; Pen­nac­chi,l’Unità, 14 marzo).

Quel che Renzi offre al paese è un com­po­sto ibrido di posi­zioni, affer­ma­zioni, sug­ge­stioni e sol­le­ci­ta­zioni, di cui non è più suf­fi­ciente dire che non è più né di destra né di sini­stra, e nean­che di cen­tro, almeno nel senso tra­di­zio­nale del ter­mine, ma una nuova posi­zione politico-ideologica in cui può entrare di volta in volta tutto, pur­ché con­flui­sca a bene­fi­ciare il più pos­si­bile il pre­sti­gio e la for­tuna del Capo (o Capetto che dir si voglia).

Ade­rire alla pro­spet­tiva di Renzi non signi­fica dun­que sol­tanto rinun­ciare a una pro­spet­tiva e a una poli­tica di sini­stra; signi­fica rinun­ciare a una pro­spet­tiva “poli­tica”, se per poli­tica s’intende, e con­ti­nua a inten­dersi, come si è sem­pre inteso nella tra­di­zione poli­tica occi­den­tale (mica i Soviet, per inten­derci) un cor­retto, lim­pido e dichia­rato rap­porto tra valori, prassi e obbiet­tivi da rag­giun­gere (e, cir­co­lar­mente, viceversa).

Così facendo, Renzi si affianca, con la mag­gior verve che la gio­vane età e una natura esu­be­rante gli con­sen­tono, a quelli che, come ho avuto occa­sione di dire in un pre­ce­dente arti­colo, non sono più i suoi avver­sari ma i suoi con­cor­renti. Il popu­li­smo gli è, per­sino più che negli altri due, impresso nella sua stessa matrice gene­tica. Renzi vola, dal comune di Firenze alla segre­te­ria del Pd e di qui alla pre­si­denza del con­si­glio, in virtù di un’investitura (le pri­ma­rie dell’8 dicem­bre 2013) che non ha, mi ver­rebbe voglia di dire, nes­suna legit­ti­mità costi­tu­zio­nale. Non è dif­fi­cile ora arri­vare alla pre­vi­sione che, se fosse neces­sa­rio, non solo nel campo delle riforme ma nel campo di tutto, sarebbe dispo­ni­bile a fare, come ha già fatto, alleanze, espli­cite o sot­ter­ra­nee, con tutti.

Se le cose stanno così, — mi rendo conto, natu­ral­mente, che si potrebbe discu­tere a lungo di que­ste estre­mi­sti­che pre­messe, — biso­gna fer­mare Renzi prima che sia troppo tardi.

Non tanto per con­sen­tire la ripresa, anzi, la revi­vi­scenza, di una pro­spet­tiva poli­tica di sini­stra nel nostro paese, la quale, se cova ancora fra noi, come io penso, verrà fuori a suo tempo; quanto per con­sen­tire la ripresa di un libero, effet­tivo gioco poli­tico tra forze diverse, anche oppo­ste, tal­volta per­sino dia­lo­ganti e reci­pro­ca­mente inter­con­net­ten­tisi, ma dotate cia­scuna di un pro­prio regi­stro iden­ti­ta­rio, con il quale, orga­niz­za­ti­va­mente ed elet­to­ral­mente, iden­ti­fi­carsi o distin­guersi. Tutto ciò, mi rendo conto, non è facile. Soprat­tutto c’è poco, anzi quasi nes­sun tempo per farlo.

La prima sca­denza pos­si­bile è il dibat­tito in Senato sulla legge elet­to­rale. Biso­gna rivol­tare come un cal­zino il testo che arriva dalla Camera e, come dire, costi­tu­zio­na­liz­zarlo fino in fondo. Sui punti pre­ce­den­te­mente elen­cati sono stati assunti impe­gni pre­cisi (Ber­sani e altri). Vedremo cosa ne verrà fuori.

Ma non basta. Ha col­pito, nei mesi che ci sepa­rano dall’insediamento di Renzi alla segre­te­ria del Pd, e dalla sua pres­so­ché totale con­qui­sta della dire­zione di quel par­tito, come frutto anch’esso auto­ma­tico, delle pri­ma­rie del dicem­bre 2013, la subal­ter­nità, anzi, in nume­rose occa­sioni, la supi­nità della cosid­detta mino­ranza interna del Pd, la quale rap­pre­sen­tava tut­ta­via ancora a quella data quasi la metà degli iscritti al Partito.

Tor­niamo alle pre­messe del mio discorso. Se que­sta subal­ter­nità, o supi­nità, con­ti­nuano anche durante que­sta fase nella mar­cia di avvi­ci­na­mento di Renzi ad una gestione ormai non più discu­ti­bile del potere, non ci saranno altre occa­sioni nel corso, appros­si­ma­ti­va­mente, dei pros­simi dieci anni. Biso­gne­rebbe dun­que agire subito, e costi­tuire, tutti gli eletti Pd che intrav­ve­dono il rischio mor­tale con­te­nuto in tale pro­spet­tiva, gruppi par­la­men­tari auto­nomi, distinti da quelli ren­ziani, — e poten­zial­mente più con­si­stenti di que­sti, — per rove­sciare, nella chia­rezza della nuova situa­zione, lo svol­gi­mento nega­tivo, anzi cata­stro­fico, delle pre­messe poste alla base del mio discorso. Per impe­dire a Renzi di con­qui­stare una gestione illi­mi­tata del potere, si dovreb­bero recu­pe­rare ora, subito e soli­da­mente, e cioè con un pre­ciso e indi­scu­ti­bile atto for­male, le con­di­zioni di una pro­spet­tiva rifor­ma­trice seria nel nostro paese.

Non si tratta di una seces­sione. Anzi. Si tratta di rista­bi­lire un giu­sto equi­li­brio fra l’espressione che c’è stata del voto elet­to­rale e l’uso che ora ne vien fatto. Depu­tati e sena­tori del Pd sono stati eletti sulla base di un diverso pro­gramma poli­tico, con obiet­tivi diversi, una diversa lea­der­ship, una diversa dina­mica delle scelte da assu­mere. Devono sem­pli­ce­mente far rie­mer­gere quel che le pri­ma­rie di par­tito del dicem­bre 2013 sem­bre­reb­bero aver inna­tu­ral­mente sep­pel­lito. Se mai saranno gli altri a pro­te­stare e a ten­tare di farsi valere. Ma non dovrebbe pre­va­lere l’opinione di un gruppo su quella di milioni di elettori.

Con­se­guenze pos­si­bili (pos­si­bili, ripeto, solo se l’andamento del pro­cesso viene rove­sciato, e rove­sciato ora): ricon­qui­stare, — e rifare, — que­sto par­tito. E cam­biare la com­po­si­zione par­ti­tica che sta attual­mente alla base della mag­gio­ranza par­la­men­tare che regge que­sto governo. Se que­sta com­po­si­zione cam­bia, pos­sono aprirsi sce­nari per ulte­riori cam­bia­menti. Se que­ste pos­si­bi­lità ven­gono espe­rite fino in fondo, non è per niente detto che il governo, cioè l’Italia, — iden­ti­fi­ca­zione que­sta che viene con­ti­nua­mente ed enfa­ti­ca­mente ripe­tuta, ma che andrebbe quanto meno discussa, — vadano a carte qua­ran­totto. Magari ne viene fuori lo stesso governo, ma diverso. Oppure un governo tutto diverso. E magari più forte. E più cre­di­bile, anche a livello euro­peo. Quel che è asso­lu­ta­mente certo è che restare immo­bili e indi­fesi den­tro la mano­vra ren­ziana, rap­pre­senta la morte, non solo per il governo, non solo per il Pd, non solo per i gruppi par­la­men­tari del Pd, ma anche e soprat­tutto, que­sta volta sì, per l’Italia.

 

13 aprile 2019

La reazione a catena del caso Assange

Barbara Spinelli - Il fatto Quotidiano
19 marzo 2019

Lettera aperta al segretario generale del PD Nicola Zingaretti

Massimo Villone, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Domenico Gallo