150 anni per tornare indietro

di Rosario Amico Roxas - 04/05/2010
Altro che unità d’Italia…! Siamo tornati agli Asburgo e ai Borboni

Mentre illusoriamente e allusivamente ci apprestiamo a ricordare solennemente 150 anni dell’unità d’Italia, ecco che dagli armadi, ormai consunti e sgangherati, riappaiono i fantasmi degli Asburgo, resuscitati dalla Lega e dei Borboni, nostalgicamente evocati da un Mezzogiorno d’Italia sempre più mortificato nelle sue legittime attese.

Facciamo finta di niente, anche per compiacere il Capo dello Stato che cerca di mettercela tutta per far passare per verosimile l’idea di una nazione unita.

Ma per essere unita la nazione avrebbe dovuto diventare “patria” comune, mentre questa Italia, in questi ultimi disastrosi quindici anni.. e passa… ha consolidato una frattura di fatto tra il Nord, inserito, sia pure marginalizzato, in Europa, e il Sud che non ha saputo imporsi come centro pulsante e vitale del Mediterraneo, nonché terreno fertile, idoneo a rappresentarsi come ammortizzatore socio-culturale dei tre continenti che si affacciano nel “Mare nostrum”, come il Mar Ionio, che nella lingua albanese significa proprio “mare nostro”.

I romani non si inventarono nulla, neanche da padroni delle coste di tutto il Mediterraneo; la parlata albanese è la più antica del ceppo indo-europeo, essendo gli albanesi diretti discendenti dei Pelasgi (la più antica popolazione del Mediterraneo).  Sparse da Nord e Sud esistevano numerose tribù illiriche, anch’essi discendenti dei Palasgi di provenienza balcanica.

I romani, quindi, accettarono il nome “Mare nostrum” preesistente anche alla stessa Roma, come il nome Mar Ionio è preesistente a Roma e ai romani, che non fecero altro che insediarsi in una terra già ampiamente popolata dalle tribù Illiriche, a loro volta discendenti  dai Palasgi.

Perché questa digressione ?  

Solo per ricordare a me stesso che l’integrazione mediterranea è esistita ancor prima dei fasti/nefasti di Roma, rimasta, anche ai nostri giorni, imperiale, imperialista, che domina con la forza del potere, incurante se l’imperatore di turno eleva al rango di ministri, senatori o parlamentari, i succedanei dei cavalli.

Il Meridione d’Italia ha fatto di tutto e anche di più perché una nazione frazionata diventasse una Patria comune,  ma viene respinto dalla logica pragmatica della cura di un orticello separato e separatista, con fattezze razziste e con pretese di superiorità culturale della serie “razza superiore”.

Il momento più alto avvenne lontano dai lidi nazionali, accadde a Cefalonia dove il contingente italiano si rifiutò di consegnare le armi ai tedeschi dopo l’8 settembre; il massacro che ne seguì fu uno dei più atroci crimini di guerra commesso dal nazismo con la connivenza del fascismo, rifugiatosi, nelle more, nella repubblica di Salò.

Fonti  dell’Associazione Nazionali Partigiani d’Italia, dichiarano che l’80% di quei soldati proveniva dal Sud d’Italia.

Sarebbe errato sostenere che scelsero di morire  “per la Patria”, perché con il fascismo non esisteva una Patria, ma solo una esaltata configurazione geografica, inventata da un esaltato che generò moltissime vittime e pochissimi eroi.

Ma quei soldati scelsero di morire, perché ?

Scelsero di morire…per vivere il loro sogno di una Patria composta di uomini capaci di sacrificarsi per tessere la tela della memoria e  trasformarsi da attori passivi di una tragica farsa, in attori comprimari dell’immane tragedia che fu il fascismo.

Il loro sangue, la loro vita avrebbe dovuto diventare il collante di una Patria vera.

Ora ci rendiamo conto che il loro sacrificio è stato reso inutile.

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