CENTRO SIDERURGICO DI BAGNOLI: UN DELITTO INDUSTRIALE RIMASTO IMPUNITO...

di Aurelia del Vecchio Napoli - 28/07/2012
Chi, nel nostro Paese, ha creduto e continua a credere ciecamente nelle privatizzazioni, dopo aver svenduto senza criterio i migliori gioielli dell’industria di stato, ha nelle attuali condizioni dello stabilimento Ilva di Taranto, la risposta che si merita.

Scrivo la seguente nota consapevole che nessun giornale, di sinistra, di destra e di centro, la pubblicherà perché la verità sullo stabilimento Ilva Italsider di Bagnoli, a 17 anni dalla sua definitiva chiusura, ancora scotta. Verità scomoda per i politici (Craxi, De Michelis, De Mita e gran parte dell’apparato dell’allora PCI, nonché vasti settori del sindacato nazionale) i quali hanno usato Bagnoli, dell’ultimo quarto degli anni ’80, come arma di lotta politica e di potere, non nell’interesse economico e produttivo del Paese e dei lavoratori. Ma è inevitabile, dopo avere appreso delle disavventure del Centro Siderurgico di Taranto, non pensare in contemporanea al più moderno stabilimento siderurgico d’Europa, quello di Bagnoli appunto, costato oltre 1.200 miliardi delle vecchie lire della collettività per la sua ristrutturazione e la cui area a caldo venne chiusa d’imperio nel 1990, per effetto del decreto Fracanzani (1989), durante il governo presieduto da Ciriaco De Mita.

Improduttivo lo stabilimento di Bagnoli? Esso non venne mai messo in condizioni di produrre secondo le sue reali potenzialità. Che fine fecero le quote destinate a Bagnoli? Forse si tramutarono in quote latte per soddisfare la sete degli allevatori padani? E da chi furono poi ereditate le quote destinate a Bagnoli? Inquinante l’acciaieria flegrea? Mai tanto era stato realizzato in una fabbrica italiana come a Bagnoli a tutela dell’ambiente, tramite un sistema perfetto di depurazione sia dell’aria che dell’acqua, con tanto verde, che ne faceva uno stabilimento – giardino. E’ bene ricordare che la dismissione avvenne senza alcuna contropartita occupazionale. Tra stipendi ed acquisti su piazza, considerando l’anno 1987, oltre 500 miliardi annui perduti per l’economia cittadina e non tenendo conto dell’indotto. Con l’aggravio, dopo la chiusura dello stabilimento di Bagnoli, di un graduale depauperamento dell’apparato industriale del comprensorio napoletano. L’inizio della fine per la città di Napoli, una volta terzo polo industriale italiano. Ed anche graduale perdita di identità di classe e ritorno alla primordiale condizione plebea, venendo a mancare in modo così significativo la cultura del lavoro. Chi mai ci risarcirà come lavoratori e come napoletani?

Da ex  lavoratrice dell’Ilva – Italsider di Bagnoli, consiglierei ai colleghi di Taranto, di tenersi ben stretto il loro stabilimento (dopo di esso ci sarebbe solo il nulla), ma di iniziare da subito un durissimo contenzioso con i Riva e pretendere (così come fu fatto del caso di Bagnoli) uno stabilimento ammodernato, che non comprometta così gravemente l’ambiente. Il che è possibile e realizzabile, senza cadere nel solito ricatto occupazionale e ciò anche a costo di grandi sacrifici e di avvedutezza, partendo dalla convinzione che in Italia vi è purtroppo un padronato d’accatto. Mai memore esso del bene comune ed interessato esclusivamente al profitto dei singoli. Chi, nel nostro Paese, ha creduto e continua a credere ciecamente nelle privatizzazioni, dopo aver svenduto senza criterio i migliori gioielli dell’industria di stato, ha nelle attuali condizioni dello stabilimento Ilva di Taranto, la risposta che si merita.
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1989: UNA DELLE ULTIME MANIFESTAZIONI DEI LAVORATORI DELL’ITALSIDER DI BAGNOLI PER LE STRADE DI NAPOLI

 

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