DA DOVE ARRIVA LA DELEGITTIMAZIONE?

di Massimiliano Perna –ilmegafono.org - 05/04/2009
Saviano aveva parlato del pericolo della delegittimazione nei confronti di chi combatte contro la criminalità: la magistratura, qualche giorno fa, ha rinviato a giudizio Pino Maniaci, solo perché non possiede il tesserino di pubblicista

Roberto Saviano lo aveva ammesso in diretta tv: “Io sono terrorizzato dalla delegittimazione”. Che poi equivale all’isolamento o, quantomeno, ne è la premessa. Ed isolamento significa esposizione a chi ti vuole fermare, uccidere, cancellare, significa rimanere nudo, diventare bersaglio facile. Giovanni Falcone lo aveva detto: “Si muore generalmente perché si è soli […] perché si è privi di sostegno”. Le organizzazioni criminali, infatti, hanno timore e diventano più deboli quando vedono che la gente, in massa, reagisce, non si piega, accompagna e sostiene chi ha avuto il coraggio di denunciare, di combattere. Ma la gente da sola non basta, perché per prime devono essere le istituzioni a proteggere e sostenere chi si batte per la legalità. Sempre Falcone diceva che “in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. E per servitori dello Stato non si intendono solo magistrati o poliziotti, ma tutti coloro (semplici cittadini, sindacalisti, giornalisti, sacerdoti) che nel loro agire quotidiano hanno lottato contro la mafia e sono morti da soli, sacrificando la loro vita per uno Stato che li ha dimenticati o addirittura ostacolati.

Tutto inizia con la delegittimazione, che giunge da ambienti criminali o da ambienti complici e conniventi, ma non solo. Come detto, spesso sono le istituzioni a compiere atti delegittimanti. È il caso di De Magistris, giudice serio ed onesto che ha pagato per la sua integrità morale nell’applicare il principio per cui la legge è uguale per tutti.

È il caso di Gioacchino Genchi, sotto processo e sospeso dalla Polizia, solo per aver svolto il suo lavoro in indagini che toccavano noti esponenti della politica nazionale.

È il caso, recentissimo, di Pino Maniaci, giornalista coraggioso dell’emittente tv Telejato di Partinico (Pa), il quale è stato rinviato a giudizio per esercizio abusivo della professione di giornalista. Maniaci, infatti, ha la “colpa” di non possedere il patentino di pubblicista, mezzo che consente a chi scrive di essere inquadrato professionalmente come giornalista, entrando a far parte dell’Ordine e vedendosi riconoscere tutta una serie di tutele che, comunque, spettano anche a chi non lo possiede. Una questione puramente burocratica che nulla ha a che vedere con la dignità e le qualità del giornalista, che nessun tesserino può darti o toglierti.Certamente per essere direttore devi avere questo patentino, ma Pino Maniaci non è il direttore di Telejato, carica ricoperta da Riccardo Orioles, altro giornalista antimafia.

Quindi, le motivazioni che hanno spinto il pm Caltabellotta a rinviarlo a giudizio sono già deboli e insufficienti, dato che per lo svolgimento di attività giornalistiche nel ruolo di redattore o conduttore non è necessaria l’iscrizione all’Albo. Maniaci è un ottimo giornalista che, in un luogo inquinato dalla mafia, ha saputo sfidarla apertamente con il proprio telegiornale, con i propri servizi, con il proprio coraggio. Un uomo che ha subito, per questo, numerose querele da mafiosi della zona, intimidazioni, aggressioni. Il suo è un esempio pulito e semplice di quella Sicilia che si ribella allo strapotere mafioso, senza paura, senza lasciarsi intimidire dalla violenza e dalle minacce.

Adesso, su segnalazione di qualcuno, la magistratura dispone un processo contro una voce dell’antimafia e della legalità. Una scelta a dir poco discutibile ed offensiva, anche perché esiste già un organismo, l’Ordine dei giornalisti, in grado di provvedere da sé e di far rispettare le regole che ne disciplinano l’attività. Tra l’altro Maniaci, dopo l’ennesima minaccia, aveva ricevuto dal presidente dell’Unci (Unione nazionale cronisti italiani) la tessera onoraria dell’associazione. E, infatti, puntuale è arrivata anche la solidarietà della Fnsi, la federazione nazionale della stampa che, in un comunicato, ha affermato che il rinvio a giudizio di Maniaci “da sempre impegnato contro la mafia, desta preoccupazione e scalpore”, aggiungendo: “Ora, che la magistratura abbia scoperto il segreto di pulcinella, e cioè la non iscrizione all’ordine nell’elenco dei pubblicisti di Pino Maniaci, ci pare grottesco: come se si volesse far passare il nostro collega alla stregua di persona inaffidabile e millantatrice. Avremmo francamente preferito che la magistratura magari avesse posto la propria attenzione a tutti quei fenomeni di irregolarità nel sistema dell’informazione che creano dovunque lavoro nero e preoccupanti casi di elementari violazioni contrattuali”. L’augurio finale è che il rinvio a giudizio si concluda con un “nulla di fatto”.

Un augurio legittimo, basato sulla convinzione che il possesso del tesserino non può essere discriminante rispetto al diritto di manifestazione del pensiero, soprattutto perché, come ha scritto saggiamente Enrico Fierro su l’Unità, “tutto appare francamente ridicolo. Soprattutto in un Paese dove ormai non esiste professione più “abusata” di quella giornalistica. Le tv sono zeppe di attrici e soubrette che intervistano ministri, comici che chiedono quale sia il senso della vita a segretari di partito, ecc.”. Inoltre, lo stesso Fierro ricorda che anche Siani e Impastato, due grandi giornalisti uccisi rispettivamente da camorra e mafia, non erano iscritti all’Albo.

L’azione della magistratura contro Maniaci si prefigura come un tentativo, magari inconsapevole, di quella delegittimazione di cui ha parlato Saviano su Raitre a Che tempo che fa?. E proprio prima di quella trasmissione, il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, intervistato da Klaus Davi, aveva rilasciato delle dichiarazioni abbastanza sorprendenti: “È opportuno utilizzare i media per poter lanciare messaggi positivi soprattutto ai giovani. Non bisogna, però, apparire come coloro che vogliono fare professionismo. Saviano ha dimostrato di essere bravo e intelligente. Immagino che riuscirà ad avere un livello di consapevolezza tale da poter rilanciare d’ora in avanti la sua immagine”. Anche questa è delegittimazione. Cosa significa professionista dell’antimafia? Nulla, assolutamente nulla. È solo un’etichetta che finisce per categorizzare, differenziare ed isolare un ragazzo che sta facendo del suo meglio, svegliando le coscienze di chi forse pensava che mafia e camorra fossero qualcosa appartenente al passato di questo Paese.

Non si capisce davvero perché un uomo come Ingroia, che da giovane ha lavorato con Borsellino, possa lasciarsi andare ad un giudizio così leggero e superficiale, oltre che inappropriato e discutibile. Così come discutibili appaiono i suoi gusti cinematografici, allorquando, a proposito della mancata candidatura del film “Gomorra” agli Oscar, afferma che in “Gomorra” manca l’ironia che invece è presente nella fiction “I Soprano” (la saga di una famiglia mafiosa italo-americana, orribile per il solo fatto che cerca di rendere simpatici dei criminali): “Sarà per questo che, forse, non è rientrato nelle corde del pubblico americano”. Cosa c’entra l’ironia volga rotta de “I Soprano” con un dramma come la camorra o la mafia?

Ad ogni modo, i gusti sono gusti e sono di gran lunga meno importanti delle parole e dei giudizi su un grande scrittore come Saviano, soprattutto se hanno l’effetto di delegittimarne l’impegno ed il ruolo e soprattutto se vengono dalla bocca di un magistrato antimafia.

 

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