Il buon esempio

di Francesco Baicchi - 24/02/2011
I movimenti di rivolta contro le dittature talvolta sono contagiosi, e non è detto che si fermino alla Libia. Forse dovremmo prepararci a un mondo in cui, nel corso di pochi anni, i regimi autoritari possano essere rimessi in discussione, in tutti i continenti

Intervenire sulle vicende dei Paesi nord-africani e della Libia in particolare non è facile, in un momento in cui prevale l'emotività e l'indignazione per i massacri ordinati da Gheddafi, della cui stabilità mentale è ormai lecito dubitare.

Oggi la priorità assoluta deve essere far cessare le morti, disarmare le milizie e i mercenari, far fronte alla emergenza umanitaria, impedire al dittatore di provocare un bagno di sangue per coprire la propria fuga. Ma non possiamo non porci il problema del dopo, pur senza cadere nella paranoia della paura.

Il rischio che alle dittature familiari si sostituiscano regimi teocratici o comunque ispirati all'islam più radicale non può essere negato: l'Iran ce lo ripresenta quotidianamente ed è conseguenza naturale, per quanto ne so, della difficoltà a distinguere nei Paesi islamici le strutture dello Stato dalle gerarchie religiose.

Ma, appunto, il grande movimento di liberazione che percorre la sponda meridiionale del Mediterraneo è assai vicino alla richiesta di democrazia dei giovani iraniani, che si oppongono proprio alla dittatura degli ayatollah.

 

Se dunque il rischio dell'estremismo esiste, come esiste quello di nuove dittature militari, questa ipotesi non è scontata e dovremmo preoccuparci maggiormente là dove l'estremismo islamico si contrappone a monarchie assolute, corrotte e immorali, strettamente legate agli ambienti economici occidentali.

Chiederci quale ruolo può avere l'Europa in questa fase per aiutare una evoluzione democratica di questi Paesi, anche se non è probabilmente ipotizzabile una loro semplice adesione ai nostri modelli istituzionali.

 

La prima riflessione dovremmo farla sulla dimostrata incapacità dei nostri sistemi economici a governare i grandi fenomeni finanziari e ambientali, a garantire una redistribuzione se non equa almeno umanamente accettabile dei beni essenziali, a impedire che la speculazione di pochi grandi centri di potere possa mettere in crisi interi stati.

Con quali credenziali ci proponiamo come modello?

Quale credibilità può avere, ad esempio, il nostro Paese nei confronti dei giovani libici, che hanno visto il capo del nostro governo inchinarsi servilmente al loro dittatore, assecondarme la megalomania, subirne passivamente le provocazioni? Un capo di governo, il nostro, sulla cui moralità personale si è scritto e visto sin troppo.

 

Se dunque non vogliamo essere spettatori inerti degli avvenimenti è indispensabile che anche nei nostri Paesi ci si interroghi su nuovi equilibri e modelli di sviluppo, che vengano compiute scelte esplicite che dimostrino una effettiva presa di distanza dalle passate complicità degli ambienti finanziari con i dittatori in fuga.

Ad esempio impedendo che essi possano derubare i propri stati rimanendo titolari di sconfinati patrimoni personali ottenuti 'privatizzando' le finanze pubbliche, e collaborando nella individuazione dei loro fondi nascosti all'estero. Confermando i rapporti commerciali e di scambio con i nuovi vertici statali e offrendo assistenza per la creazione delle infrastrutture necessarie al decollo di quelle economie in un regime di equità. E pretendendo in cambio trasparenza, rispetto dei Diritti Umani e una seria politica di contrasto ai flussi migratori clandestini e ai 'mercanti di uomini' che su di essi si arricchiscono.

 

I movimenti di rivolta contro le dittature talvolta sono contagiosi, e non è detto che si fermino alla Libia. Forse dovremmo prepararci a un mondo in cui, nel corso di pochi anni, i regimi autoritari possano essere rimessi in discussione, in tutti i continenti.

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