Il traffico di rifiuti tossici si propaga a tutta l’Italia

di Philippe Ridet - Le Monde - (traduzione dal francese di José F. Padova) - 17/02/2010
la riforma delle intercettazioni telefoniche in discussione in Parlamento, con l’obiettivo di limitare il loro impiego ai soli casi di associazione mafiosa e di terrorismo, annienterebbe gli sforzi dei carabinieri e dei magistrati. ”Se passa questa legge i trafficanti di rifiuti tossici non rischiano più nulla”.

A quel prezzo – 150 euro a tonnellata per far sparire rifiuti tossici – la società Agrideco, con sede a Grosseto, era molto concorrenziale. Una ventina di grandi imprese, fra le quali il gigante dei beni di consumo Procter & Gamble e gli industriali siderurgici Lucchini e Marcegaglia, non hanno cercato di capire perché lo fosse. E proprio questo contestano loro i magistrati della procura di Grosseto, specializzati nei crimini contro l’ambiente.

Tutto ha inizio il 26 giugno 2008 con la morte per incidente di un operaio romano dell’Agrideco, mentre stava manipolando bombole di gas. Scoppia un incendio che durerà più di una settimana. Gli inquirenti si interessano alla natura dei rifiuti trattati sul posto dagli operai e scoprono che sono parzialmente pericolosi, mentre l’impresa non dispone della relativa autorizzazione.

Un anno e mezzo più tardi, martedì 9 febbraio, i carabinieri procedono a sei arresti. Nove altre persone sono inviate agli arresti domiciliari e 46 sono oggetto di un’indagine giudiziaria per falso e associazione a delinquere. Fra queste ultime figura Steno Marcegaglia, proprietario dell’impresa omonima e padre di Emma, attuale presidente della Confindustria, associazione di imprenditori italiani. L’Agrideco, della quale cinque dirigenti sono indagati, avrebbe smaltito un milione di tonnellate di rifiuti industriali contaminati contenenti mercurio, gas tossici e terra inquinata da carburanti, infilandoli in normali discariche in Toscana, Emilia e nel Trentino. Tutto questo grazie a certificati falsi ottenuti da laboratori di analisi complici.

Le imprese coinvolte negano di essere state a conoscenza del traffico. Gli inquirenti si meravigliano, da parte loro, che esse abbiano accettato senza battere ciglio di fare trattare i loro rifiuti pericolosi a un prezzo più vicino ai 30 euro/ton., richiesti per eliminare rifiuti non tossici, che ai 500 euro/ton. necessari per eliminare le scorie contaminate. ”I nostri dirigenti sapranno dimostrare di non essere implicati”, ha dichiarato un portavoce dei Marcegaglia.

Questo caso si aggiunge alla lunga lista di crimini accertati in questo campo in Italia. L’associazione di ecologisti Legambiente, che dal 1994 pubblica un rapporto su questi traffici, stima che nel 2009 un terzo circa dei rifiuti non domestici è scomparso senza lasciare traccia. Vi è una forte probabilità, secondo Legambiente, che si tratti di rifiuti tossici. Questo cumulo di scorie che si riversano nelle cave, nei campi o finiscono frammischiati al cemento o alla terra che serve come sottofondo alle infrastrutture stradali equivarrebbe a una montagna alta 3.100 m con una base di 3 ettari. Il volume d’affari di questo traffico, ampiamente gestito dalla mafia, raggiungerebbe i 7 miliardi di euro. All’inizio limitato alle regioni del sud (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia), il sotterramento illegale di rifiuti tossici coinvolge ormai tutta la Penisola. Dal 2001 al 2008 sono state condotte 121 indagini giudiziarie su 560 imprese, che hanno portato a 800 condanne in 19 regioni su 20.

”L’Italia è a un tempo fortunata e disgraziata”, dichiara Stefano Ciafani, direttore scientifico di Legambiente. ”Fortunata perché il fenomeno è ormai noto ed è oggetto dell’attenzione di tutti gli ingranaggi dello Stato, dal Parlamento ai servizi segreti, passando per la magistratura. Disgraziata perché si è diffuso malgrado gli sforzi di tutti”.

Le associazioni ecologiste italiane, che spesso si costituiscono parte civile nei processi dove si giudicano i trafficanti, si rammaricano del fatto che la legislazione non permette di punire con la medesima severità tutti i responsabili di questa catena fraudolenta.

Introdotto nel codice penale nel 2001, la fattispecie del delitto di traffico di rifiuti tossici, secondo gli ecologisti, è troppo delimitata. ”Allargando l’inquadratura penale del crimine l’azione dello Stato sarebbe più efficace”, spiega Ciafani, il quale teme anche che la riforma delle intercettazioni telefoniche in discussione in Parlamento, con l’obiettivo di limitare il loro impiego ai soli casi di associazione mafiosa e di terrorismo, annienterebbe gli sforzi dei carabinieri e dei magistrati. ”Se passa questa legge i trafficanti di rifiuti tossici non rischiano più nulla”.

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