La Spagna saccheggiata dai suoi dirigenti. Il gatto di Felipe Gonzales

di Luis Sepúlveda - Le Monde Diplomatique (traduzione dal francese di José F. Padova) - 04/09/2012
Luis Sepúlveda, che attualemente vive in Spagna, vede con la sua esperienza di scampato ai massacri cileni, attivista di Greenpeace, scrittore tanto amato, la situazione in cui si trova la Spagna. Chi legge rifletta e cerchi accostamenti a un'altra simile situazione, a noi più vicina...

<p>Ogni
racconto ha come punto di partenza un luogo e un momento determinati.
La crisi mi affligge direttamente: molti dei miei amici spagnoli
stanno subendone la furia devastante. Essi sentono che l’avvenire è
costellato da incertezze e vedono, stupefatti, la normalità di un
Paese europeo che si dissesta un giorno dopo l’altro, trascinata
nella folle corsa di un potere a due teste, il Partito popolare (PP)
e il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE), incapaci sia l’uno
che l’altro di fornire la benché minima spiegazione su ciò che è
andato storto ieri, che va storto oggi e che soprattutto potrebbe
andare ancora più storto domani. <br><br>Si
suppone che il compito di un governo sia quello di formare il
resoconto della società [civile], delle sue contraddizioni e dei
suoi problemi; ora, in Spagna un simile resoconto non esiste e non è
mai esistito. E questo per la buona ragione che, dopo la morte di
Franco e l’esordio della transizione verso la democrazia (1), i
responsabili politici hanno istituito la pigrizia intellettuale come
loro marchio di fabbrica. Mai è stato pensato un modello di
funzionamento sostenibile per il Paese. Quando si rileggono, come ho
fatto io, le dichiarazioni in Parlamento o i discorsi elettorali, vi
si cercherebbe invano la minima espressione di un’idea per la
società spagnola.<br><br>Il solo uomo di Stato che abbia mai
intrapreso un simile resoconto fu Manuel Azaña, l’ultimo
Presidente della Repubblica prima del colpo di Stato franchista. Non
ve ne sono stati altri, perché la grande carenza della Spagna
dipende dall’inesistenza di una borghesia illuminata, che deriva a
sua volta dall’assenza di uomini di Stato.<br><br>La sola
dichiarazione saliente è il motto del dirigente cinese Deng Xiaoping
citato a suo tempo da Felipe Gonzáles (2): «Poco importa che il
gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi». Partendo da
questa metafora, il cui significato ha finito con l’imporsi in
tutte le situazioni sociali,economiche, culturali e politiche del
Paese, tenterò di costruire un resoconto che permetta di comprendere
ciò che è accaduto, ciò che accade e perché. In quanto cittadino
europeo ho bisogno di un ragguaglio che renda intelligibile il nostro
presente da incubo e che mi aiuti a trovare la via d’uscita, prima
che esso si impadronisca di me, come nel ritratto maledetto di Dorian
Gray.<br><br>Faceva freddo a Madrid, in quella mattina del 4 febbraio
1988; ma la rigidità dell’inverno si avvertiva in strada e non
nella sala confortevolmente riscaldata del Palazzo dei Congressi. Su
invito dell’Associazione per il progresso della direzione (APD),
più di un migliaio di dirigenti d’impresa bevevano le parole di
Carlos Solchaga, il ministro dell’Economia e delle finanze del
governo di Felipe Gonzáles: «La Spagna è il Paese in Europa e
forse nel mondo nel quale si può guadagnare più soldi a breve
termine. Non sono soltanto io a dirlo: è anche quello che affermano
i consulenti e gli agenti di Borsa».<br><br>L’ovazione incassata
dal ministro fece salire la temperatura a un livello tropicale. Il
PSOE parlava chiaro e schietto: la Spagna era un Paese nel quale
solamente gli idioti non diventavano ricchi – o trascuravano di
convincersi che lo erano. Il funzionamento dell’economia, il
principio di solidarietà, la concezione socialdemocratica del
benessere, un’analisi di sinistra delle origini della ricchezza:
tutto questo e tutto il resto era stato spazzato via sulla strada
gloriosa che avrebbe dovuto condurre la società a riconoscersi
soltanto nel patrimonio e, per di più, in un patrimonio «a breve
termine».<br><br>Come fa un Paese a cedere alle sirene del denaro
facile? Gli argomenti messi avanti dagli economisti per spiegare la
crisi mondiale eludono un fattore essenziale: non soltanto il sistema
capitalista ha fallito nel suo insieme, ma, nel caso particolare
della Spagna, questo fallimento è stato amplificato dalla mancata
transizione da una dittatura nazional-cattolica a uno Stato
democratico che aveva come sua sola ossessione quella di voltare
pagina.<br><br>L’incorporazione alla Comunità delle nazioni
europee ha reso impossibile o impercettibile ogni discussione sulla
natura del cantiere democratico. L’esperienza repubblicana fu
ignorata senza che ci si preoccupasse del prezzo da pagare per
l’assenza di referenti storici né del desiderio di Occidente che
ci ha gettati nelle braccia della NATO alla fine della guerra fredda
né, soprattutto, per quella maledizione culturale chiamata il
«genere picaresco» (3). Il gatto, quale che fosse il colore, doveva
acchiappare i topi.<br><br>Si può ridere davanti allo spettacolo
della canaglia che si offre l’uva rubata al povero cieco, ma quando
questa regola picaresca diventa un principio di vita, di governo, le
conseguenze diventano durature. Perché le nostre crisi di oggi
esistono per ricordarci quelle di ieri. Fra questi disfacimenti vi è
anche l’uso di un vocabolario pervertito per allontanare la realtà.
Non è un caso se il terrorismo di Stato praticato contro l’ETA (4)
negli anni ’80 ricevette la definizione di «politica
antiterrorista», né se la parola «crisi» venne sostituita da
«calo della crescita», né se il salvataggio di una banca privata
da parte di fondi pubblici venne presentato come un «prestito alle
condizioni migliori». Dal primo giorno della transizione democratica
in poi l’eufemismo si era imposto come un elemento strutturante del
discorso politico.<br><br>Tre anni prima della caduta del muro di
Berlino, il crollo del socialismo falsamente reale nei Paesi dell’Est
e la proclamazione del «nuovo ordine mondiale», la Spagna aderiva
all’Unione Europea e la parola «mondializzazione» risuonò in un
baccano assordante, mettendo a tacere ogni riflessione sulla reale
opportunità o sul modo più saggio di integrare il Paese nella nuova
economia mondializzata. Impoltroniti nella certezza d’appartenere
per osmosi alla minoranza fortunata dell’umanità, la classe
politica in generale e la grande maggioranza degli economisti non
rifletterono neppure per un secondo alle conseguenze di una decisione
che, tuttavia, si trova alla radice della crisi attuale.<br><br>Quando
le più potenti economie del mondo decisero che le nazioni meno
sviluppate dovevano trasformarsi in un mercato gigantesco, alla
condizione di aprirsi alla concorrenza del Primo mondo, nessun
profeta sullo stile di Carlos Solchaga smise di credere e di
martellare che le condizioni imposte ai Paesi del terzo mondo, per
ingiuste e ingrate che fossero, avrebbero dato impulso a una dinamica
irresistibile: i poveri venderebbero più merce ai ricchi e
diverrebbero più competitivi in rapporto alle loro
industrie.<br><br>Questi Paesi conobbero una crescita spettacolare e
furono battezzati «economie emergenti». La loro prosperità, che si
sarebbe potuto salutare come una giusta riparazione per secoli di
depredazione, ebbe l’effetto di concentrare nelle mani delle élite
la maggior parte delle ricchezze create, spingendo gli Stati a fare
prevalere le «necessità» economiche sulle considerazioni
politiche. Proprio per le loro esigenze di profitto i Paesi
occidentali non hanno esitato a sacrificare le loro proprie industrie
nazionali. Le delocalizzazioni delle fabbriche e i ricatti del tipo
«Niente imposte o me ne vado» li hanno spinti a limitare il loro
tenore di vita e a scavare i primi squarci nello Stato assistenziale,
nell’attesa del suo completo smantellamento.<br><br>Occorreva
stupirsi per il comportamento dei nuovi signori? No. Le fattezze che
il capitalismo inalberava non avevano nulla di nuovo. Molto tempo
prima che il termine «mondializzazione» entrasse nel vocabolario
dell’economia e della politica il suo contenuto era stato
perfettamente tratteggiato dal presidente di una lontana nazione
sudamericana, Salvador Allende (5), in occasione di un discorso
pronunciato davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il
4 dicembre 1972: «Noi assistiamo a un conflitto frontale fra le
grandi multinazionali e gli Stati. Questi ultimi si trovano a essere
interferiti nelle loro decisioni essenziali, politiche, militari,
economiche, da organizzazioni mondiali che non dipendono da alcuno
Stato e non rispondono dei loro atti né ad alcun Parlamento né ad
alcuna istituzione garante dell’interesse collettivo. In una
parola, è tutta la struttura politica del mondo che viene
scalzata».<br><br>Già a quell’epoca il mercato si comportava come
una dittatura e la politica, questa vecchia arte del possibile,
prendeva le caratteristiche di un test di competenze, che serviva a
valutare i migliori gestori del mercato. Tutto questo i politici
spagnoli l’hanno scientemente ignorato. L’adagio «Disprezzo ciò
che ignoro», tanto caratteristico del picaro, li ha fossilizzati in
un assoluto immobilismo di fronte ai primi sintomi della crisi.<br><br>Non
ve n’è uno che non si diletti affermando che il turismo è la
prima (o la seconda, per i più placidi) industria del Paese, non uno
che ricordi come la manna turistica è soggetta a contingenze esterne
alla volontà di coloro che la ambiscono e come essa generi, oltre
alla ricchezza dei padroni degli alberghi, un complesso d’inferiorità
che rovina la società intera. Non è la medesima cosa abitare in un
Paese di punta nell’innovazione tecnologica o un Paese di
domestici, cuochi e addetti al ricevimento.<br><br>L’adesione della
Spagna all’Unione Europea, a fianco della Grecia e del Portogallo,
contrassegnò non soltanto la fine dell’autarchia iberica, ma anche
l’inizio di un annaffiatura intensiva – i famosi Fondi di
coesione e d’aiuto allo sviluppo – che drenò più denaro di
quello che il Piano Marshall aveva raccolto per l’Europa del
dopoguerra. Nel solo periodo 2007-2013 la Spagna ha ottenuto 3,25
miliardi di euro. Malgrado il dogma «La Spagna va bene», predicato
durente gli otto anni di regno di José Maria Aznar, e malgrado il
decreto del suo successore, José
Luis Rodriguez Zapatero (6), secondo il quale il Paese godeva di
un’economia più prospera di quella dell’Italia e di una finanza
più efficiente di quella del resto del mondo, la Spagna non ha
versato un solo centesimo per i dieci Paesi dell’Est che si sono
uniti all’Unione nel 2004. Questa tirchieria sarebbe stata
sufficiente a mettere la pulce nell’orecchio dei suoi vicini
europei. Se non ne è stato il caso è perché i mercati avevano
individuato nella Spagna come l’avevano fatto precedentemente con
gli Stati Uniti – una gallina dalle uova d’oro più promettente
dell’incerta modernizzazione del sistema produttivo: la
speculazione immobiliare e la concessione illimitata di prestiti
ipotecari.<br><br>Sono rari gli uomini politici e gli economisti
spagnoli che hanno preso la misura del fatto che, nei cinque anni che
hanno preceduto il fallimento della banca Lehman Brothers, le
economie emergenti come la Cina, il Brasile e l’India, hanno
registrato fenomenali picchi di crescita. Sono rari perché la corsa
alla competitività impegnata dalle poche industrie spagnole ancora
capaci di ricuperare quanto avevano messo nel gioco mondiale
importava poco rispetto ai guadagni a breve termine promessi dalla
bolla immobiliare.<br><br>Nella
vita politica spagnola la corruzione fece la sua comparsa come
essenza stessa del picaresco: io ti finanzio la tua campagna
elettorale e tu mi accordi i permessi di costruzione sui terreni del
tuo comune. Si misero a spuntare un po’ dovunque spaventapasseri
urbani, come Seseña, la città fantasma del deserto di Toledo:
tredicimilacinquecento appartamenti senza acqua né gas né
infrastrutture, né tantomeno abitanti, eccetto qualche naufrago e
turbini di sabbia. Le banche avevano fatto salire artificialmente il
prezzo di questa verruca immobiliare prima di cederla a uno degli
imprenditori più ricchi di Spagna, Francisco
Hernando Contreras, detto «il Fognaiolo» - un personaggio molto
picaresco, analfabeta diventato miliardario grazie all’evacuazione
degli escrementi.<br><br>Città
morte come Seseña se ne sono costruite ai quattro angoli del Paese.
È vero che l’edilizia crea posti di lavoro. Con una di quelle
stravaganti dichiarazioni, delle quali aveva il segreto, l’ex capo
del governo Zapatero assicurò che fra il 2006 e il 2008 la Spagna
aveva creato più posti di lavoro di Francia, Italia e Germania messe
assieme – omettendo di precisare che i salariati spagnoli erano tre
volte meno remunerati dei loro omologhi francesi, italiani o
tedeschi. Il Paese stava meravigliosamente bene. Il marchio «Spagna»
rendeva fieri i suoi proprietari.<br><br>Il modello produttivi sta
applicato al settore immobiliare ha corrotto non soltanto la vita
politica, ma anche quella culturale e sociale. Centinaia di migliaia
di giovani rinunciarono di buon grado al loro diritto all’educazione,
perché la gru e il mattone li aspettavano a braccia aperte. Perché
affaticarsi a fare sei, sette o otto anni di studi per diventare
ingegnere o medico, quando bastavano tre mesi di paga per ottenere un
prestito ipotecario rimborsabile in trenta o quarant’anni, che vi
garantisce casa, auto, televisore ad alta definizione e cellulare
ultimo grido? Mai un Paese ha conosciuto una diserzione tanto
massiccia e tanto rapida dalle sue università. Mai con altrettanta
allegria un Paese ha sacrificato il suo avvenire alla promessa del
«già che ci siete, mettetemene due».<br><br>La febbre immobiliare
e l’afferente corruzione si concretizzarono in aeroporti grandiosi
dove mai un aereo è atterrato, in linee ferroviarie ad alta velocità
senza passeggeri, in circuiti di corse automobilistiche dove
fornicano le lepri, in case della cultura faraoniche che servono ai
piccioni come voliere. In mezzo a tutto questo, le banche
presentavano i bilanci contabili più trionfalistici della storia. Il
gatto acchiappava i topi.<br><br>La profezia del mago Solchaga aveva
preso forma, la Spagna era proprio il miglior Paese al mondo nel
quale guadagnare milioni dall’oggi al domani, grazie a una risorsa
naturale inesauribile il cui valore non smetteva di crescere: il
suolo. Sembra che la cultura imprenditoriale di un Paese si misuri
dalla diversificazione della sua produzione. L’immobiliare ha
smentito questo assioma, perché le piccole e medie imprese si
consacravano quasi interamente a far girare le betoniere.<br><br>La
prova migliore, forse, dell’infermità intellettuale dei dirigenti
spagnoli sta nella loro incapacità di comprendere che il resoconto
di una società deve seguire le regole della drammaturgia
aristotelica, vale a dire una progressione in tre tempi: dapprima il
prologo, poi il parodo o episodio [ndt.: l’azione], e infine
l’esodo. L’incapacità di capire con ciò che il futuro non è la
ripetizione del presente. O, in termini economici, che i cicli hanno
necessariamente una fine. Fin dall’inizio del boom immobiliare, i
dirigenti economici e sindacali sapevano di essere seduti su un
barile di polvere. Ma, nonostante i timidi avvertimenti della
Sinistra Unita (7), nessuno ha voluto fare il primo passo. Il gatto
doveva continuare ad acchiappare topi, perfino se questi non erano
che miraggi.<br><br>Se il popolo deve cambiare i dirigenti quando
valgono nulla, talvolta i dirigenti vorrebbero cambiare di popolo
quando questo non conviene più loro. Questa osservazione di Bertolt
Brecht inquadra abbastanza bene lo stato d’animo del PSOE dopo la
sua cocente disfatta elettorale dell’anno scorso. Durante i loro
ultimi mesi al potere i socialisti avevano fatto fronte alla crisi –
della quale avevano dapprima negato l’esistenza, perché
l’ideologia del mercato certificava il carattere invulnerabile
dell’economia spagnola –, seppellendo per davvero qualsiasi
velleità di governare a destra. Si giudicò non necessario spiegare
ai cittadini perché le banche non facevano più prestiti, perché le
piccole e medie imprese facevano fallimento le une dopo le altre,
perché la disoccupazione si gonfiava giorno dopo giorno. I rari
sforzi consentiti dal governo Zapatero per salvare il salvabile si
urtavano contro i tiri di sbarramento della destra, impegolata in una
delle opposizioni più irresponsabili che si siano mai viste in un
Paese democratico. Da una parte e dall’altra si era nondimeno
d’accordo su un punto: l’ansietà che sommergeva il popolo non
valeva nulla di fronte all’imperiosa necessità di «rassicurare i
mercati», detto altrimenti, di gratificare le banche con
un’indigestione di fondi pubblici.<br><br>Una tragicommedia, ecco
in che cosa si riassumono gli ultimi mesi del mandato socialista.
Mentre il governo riduceva i salari e abbeverava le banche,
oppositori come Cristóbal
Montoro, l’attaule ministro delle Finanze e dell’amministrazione
pubblica, si dava arie in pubblico: lasciamo andare a fondo il Paese,
saremo noi che lo risolleveremo. Nel rango dei salvatori Luis de
Guindos&nbsp;: presidente esecutivo di Lehman Brothers per la Spagna
e il Portogallo dal 2006 al 2008, occultò
alle autorità iberiche le informazioni di prima mano che avave sui
conti truccati della banca e sui segni annunciatori del suo crollo.
Ne fu ricompensato tre anni più tardi con il posto di ministro
dell’Economia e della competitività nel governo di Mariano
Rajoy.<br><br>Così, mentre il governo socialista strangolava le
spese sociali col pretesto degli «adeguamenti necessari» e degli
«obblighi imposti da Bruxelles», il numero dei disoccupati passava
da due milioni a tre, poi a quattro, poi oggi a cinque. Con
discrezione, a tradimento, si cambiò la Costituzione per imporre una
regola d’oro di bilancio, che avrebbe finito per trasformare la
crisi economica in crisi sociale: una propagazione accelerata della
povertà, su un suolo che non ispira più per niente i promotori
immobiliari.<br><br>Alle elezioni l’assenza di un’informazione
suscettibile di chiarire la piega degli avvenimenti lasciò in
sospeso una sola domanda: vogliamo essere cittadini o consumatori?
Una parte importante della società optò per il secondo termine
dell’alternativa, accordando alla destra una maggioranza
schiacciante.<br><br>Il gatto poteva continuare ad acchiappare i
topi. Tanto più che un nuovo festino si offriva alla sua voracità:
il discount del debito pubblico. I fondi riversati sulle banche non
servirono, in effetti, a irrigare le imprese per salvarle dal
fallimento né a rendere più flessibili i crediti ipotecari con la
prospettiva di evitare l’espulsione dei piccoli proprietari
incapaci di rimborsarli, bensì ad acquistare titoli del debito
pubblico a un tasso d’interesse dal 3% al 5%: una speculazione
sovvenzionata dallo Stato. Insomma, la crisi finanziaria ha lasciato
indenne la finanza. Essa forse si rimpinza meno di prima, ma non
muore di fame, non è stupida, tutt’altro!<br><br>In virtù delle
regole dell’Unione Europea spetta agli Stati garantire la serietà,
la robustezza e la perennità dei loro sistemi finanziari. Questa
perversione permette agli speculatori di guadagnare ogni volta: o gli
affari marciano ed essi monopolizzano i profitti o gli affari non
marciano più ed è il contribuente che tira loro le castagne dal
fuoco.<br><br>Gli introiti fiscali si esaurirono qualche mese prima
della partenza del governo Zapatero. Poiché il gatto aveva fame, la
Banca Centrale Europea sbloccò i prestiti a un tasso di solo l’1%,
senza preoccuparsi della salute delle banche alle quali erano
destinati i prestiti. Il gatto poteva ingrassare ancora di più: con
il denaro a buon mercato della BCE le banche arraffarono titoli del
debito pubblico al sontuoso tasso del 5%, poi del 6%, e poi ancora
del 7%. Solchaga non aveva mentito: la Spagna restava di gran lunga
il miglior posto al mondo per guadagnare il massimo di soldi in un
minimo di tempo.<br><br>Nel paradiso degli eufemismi il disgusto di
fronte alla corruzione si chiama «disaffezione verso la politica».
Mentre il Paese affondava nella palude della disoccupazione i
dirigenti delle banche e delle casse di risparmio preparavano la loro
pensione concedendosi bonus mirabolanti, sotto l’occhio placido
della malfamata «classe politica». Una classe sociale si riconosce
dalla cura che dedica a difendere i propri interessi; ora, la classe
politica spagnola serve innanzitutto gli interessi dei mercati. È
vero che le frontiere fra i due mondi sono talvolta porose. L’ex
capo del governo José Maria Aznar, diventato consulente di lusso, si
divide ormai fra News Corp., l’impero di Rupert Murdoch, e Endesa,
la multinazionale spagnola dell’elettricità. Il suo predecessore,
Felipe Gonzales, si è riciclato come consulente del gruppo Gas
Natural Fenosa. Menzione speciale per l’ex ministro socialista
Elena Salgado, promossa consulente di Chilectra, la filiale cilena di
Endesa, la stessa che devasta l’ambiente in Patagonia. Il gatto non
si stanca di acchiappare i topi.<br><br>In Spagna temiamo tutti il
sorgere del sole, perché ogni giorno porta con sé la sua razione di
cattive notizie. Cominciando da questa, che ritorna sempre: il
governo gestisce il Paese come un amministratore di condominio. Con
le sue <em>manchette</em>
di velluto nero che mettono in risalto l’immacolato candore delle
sue camicie, Mariano Rajoy sembra essere scappato da uno studio
notarile del XIX secolo. Ma in quanto uomo del suo tempo l’emissario
dei mercati si dedica ad accrescere la precarietà dei cittadini,
visti come consumatori caduti in disgrazia. Ogni mattina siamo
risvegliati da un nuovo colpo di artigli: sempre il gatto che
acchiappa i topi, perfino quando hanno forma umana. Tagli
nell’istruzione, riduzione delle spese per la sanità,
licenziamenti battezzati «adeguamenti», silenzio di piombo di
fronte agli scandali per corruzione, furti e truffe in
serie…<br><br>Sintomatico della cleptomania imperante, l’<em>affaire</em>
Bankia, ovvero come l’istituto bancario reputato come il più
solido del Paese minaccia adesso di far rotolare giù tutto il
sistema finanziario. Nata nel 2010 dalla fusione di sette casse di
risparmio regionali, Bankia aveva lanciato un chiaro messaggio:
l’ardente obbligo di essere «competitivo» imponeva di eliminare
le ultime vestigia della funzione sociale attribuita una volta alle
casse di risparmio. I primi risultati si annunciano promettenti,
soprattutto per i detentori di azioni. Ma, bruscamente, la bolla si
sgonfia. Benché uno spesso mistero circondi fino a oggi le cause
della foratura, lo Stato si affretta a iniettare 23,5 miliardi di
euro nelle casse bucate di Bankia. Più del budget nazionale
destinato alle infrastrutture.<br><br>Tutti hanno nella memoria
l’immagine del banchiere rovinato che si getta nel vuoto ai tempoi
del crac del 1929. nella Spagna d’oggi i responsabili di catastrofi
finanziarie conoscono un destino più clemente. Il <em>boss</em>
di Bankia, Rodrigo Rato, ex ministro dell’Economia nel governo
Aznar ed ex direttore generale del Fondo Monetario Internazionale non
è saltato dalla finestra. Che razza d’idea, quando si incassano
più di 2 milioni di euro di salario annuale!<br><br>Quindi così il
racconto della crisi spagnola comincia e si conclude con un’apologia
della corruzione, una perorazione socialista per l’attrattiva del
guadagno e un gatto di colore indefinito, grande mangiatore di
topi.<br><br>Karl Marx diceva che il capitalismo conteneva i germi
della propria distruzione. Il filosofo dalla barba bianca pensava
all’Inghilterra, ma se avesse preso il sole oggi su una spiaggia di
Marbella, con il gatto di Felipe Gonzales che gli mordicchiava gli
alluci, direbbe piuttosto a sé stesso che il capitalismo, in quanto
sistema di sfruttamento che crea plusvalore, ben lungi
dall’autodistruggersi, si è rigenerato prendendo in prestito dal
mercato il suo volto invisibile, il suo corpo inafferrabile, la sua
prodigiosa voracità. E forse Marx prenderebbe il suo iPhone per
chiamare Friedrich Engels e dirgli: «Uno spettro ossessiona il
mondo. È lo spettro del mondo nel quale vogliamo vivere, lo spettro
di una società possibile della quale vogliamo fare parte».<br><br>Ma
aspettando che lo spettro si metta in moto, il gatto maledetto non ha
finito di acchiappare i topi.<br></p>

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