VIVA LE RIFORME

di Francesco Baicchi - 15/05/2012
il nostro Parlamento ha approvato numerose "riforme" che hanno reso meno efficace il contrasto alla criminalità (specialmente economica), meno tutelati i diritti dei cittadini, meno coerente con gli ideali democratici della nostra Costituzione il sistema fiscale, meno rappresentativo della volontà popolare lo stesso Parlamento, eccetera …

Sempre più frequentemente dobbiamo constatare che nel linguaggio 'comune' la continua ripetizione di slogan e 'frasi fatte' finisce con l'attribuire ad alcune parole un significato improprio. Esattamente come, con lo stesso meccanismo ripetitivo, si riesce a far nascere un bisogno che altrimenti probabilmente non avremmo sentito. E' il meccanismo-base della pubblicità, di cui la politica si è rapidamente impadronita; ma è anche l'antitesi della corretta informazione.

L'esempio più attuale mi sembra sia la continua affermazione della necessità di 'riforme' (sottinteso costituzionali), come se si trattasse di una constatazione oggettiva e indiscutibile, e l'attribuzione al termine 'riforma' di significato automaticamente positivo. Come se qualunque cambiamento comportasse, in ogni caso, un qualche miglioramento della situazione preesistente.

Gli ultimi decenni dovrebbero averci insegnato che non è così: il nostro Parlamento ha infatti approvato numerose 'riforme' che hanno reso meno efficace il contrasto alla criminalità (specialmente economica), meno tutelati i diritti dei cittadini, meno coerente con gli ideali democratici della nostra Costituzione il sistema fiscale, meno rappresentativo della volontà popolare lo stesso Parlamento, eccetera …

Non è un caso se nel 2006 gli Italiani, a larga maggioranza, hanno già cancellato mediante referendum una cosiddetta 'riforma' costituzionale, approvata da un Parlamento asservito senza quasi un vero e proprio dibattito, considerandola evidentemente inaccettabile.

Di fronte a un nuovo tentativo di modificare la Carta fondamentale della Repubblica è dunque necessario non farsi ipnotizzare dalla propaganda e promuovere una informazione che, per essere tale, non può che essere problematica e richiedere a ognuno di noi una seria riflessione.

A quale oggettiva necessità rispondono le modifiche che vengono proposte? Perché si pensa di realizzarle con lo strumento più complesso dal punto di vista procedurale: la riforma costituzionale? Non si potrebbe ottenere lo stesso risultato altrimenti? Ma soprattutto: siamo di fronte a modifiche 'puntuali', le cui conseguenze sono chiaramente evidenziate, o non si aprirebbe la strada a ulteriori problemi e contraddizioni?

Queste sono alcune domande cui è indispensabile rispondere; con una certa urgenza, perché la nuova 'riforma' sembra sostenuta da forse politiche in grado di superare in aula quel quorum dei 2/3 che renderebbe impossibile il ricorso al referendum popolare.

 

Allora cerchiamo, il più rapidamente possibile, di vedere alcuni dei cambiamenti ritenuti, evidentemente, indispensabili.

Intanto verrebbe ridotto il numero di deputati e senatori, come sembra l'opinione pubblica richieda a gran voce. Forse però quello che i cittadini rivendicano è solo la riduzione del costo delle Camere, che si potrebbe ottenere semplicemente riducendo indennità e privilegi e portandoli almeno alla media europea.

Perché ridurre il numero dei parlamentari significa anche ridurre il pluralismo delle opinioni; rendere cioè indirettamente molto più difficile l'accesso al Parlamento a ampie fasce di opinione pubblica che non si riconoscono nei partiti principali e allontanare gli eletti dalla loro base elettorale (che sarebbe geograficamente sempre più ampia). Ma questo in genere dai sostenitori della 'riforma' non viene ricordato.

 

Altro obiettivo dichiarato è il 'superamento del bicameralismo perfetto'; differenziare cioè l'attività delle due Camere che non dovrebbero più approvare sempre tutte le leggi, ma in qualche modo dividersele, specializzando il Senato sui temi più strettamente 'regionali'.

Ma, diversamente dall'orientamento che sembrava acquisito, non viene modificato il meccanismo elettorale del Senato, che rimane eletto (come ora) a suffragio universale. L'obiettivo di semplificazione viene ottenuto creando una nuova commissione composta, oltre che dai Senatori, da rappresentanti eletti dai Consigli delle Regioni e Province autonome. O meglio dalle loro maggioranze, perché ne viene eletto solo uno. La commissione esprime parere obbligatorio, ma non vincolante.

Sempre allo scopo di semplificare l'iter1 il nuovo testo fa ricorso a due concetti nuovi: le leggi devono avere 'contenuto omogeneo' e la loro assegnazione a una o l'altra Camera discende dalle materie 'prevalentemente' trattate.

In entrambe i casi credo sia superfluo sottolineare l'aleatorietà della interpretazione. Quando il contenuto non è 'omogeneo'? Siamo sicuri che sia così semplice stabilirlo? E la 'prevalenza' su quale parametro la valutiamo: l'impatto economico, il numero dei soggetti coinvolti, la complessità delle procedure?

 

La modifica dell'art. 92 renderebbe soltanto esplicito il potere del PdC di proporre la revoca (oltre che la nomina, naturalmente) dei suoi ministri. Secondo molti studiosi questo è in realtà già possibile.

In realtà sembrano più importanti le modifiche all'art. 94. La prima prevede che la 'fiducia' venga espressa non al Governo, ma al solo PdC. Che però deve presentarsi alle Camere entro dieci giorni dalla formazione del Governo; quindi il voto di fiducia terrebbe comunque conto della composizione del Governo. La seconda rende quasi impossibile presentare con successo mozioni di sfiducia, che devono essere sottoscritte da almeno un terzo dei componenti di entrambe le Camere (e non un decimo della Camera, come ora), devono contenere l'indicazione del nuovo PdC e essere approvate in seduta comune dalla maggioranza assoluta dei componenti di entrambe le camere.

Per chi non avesse capito lo scopo della norma, l'ultimo paragrafo, nel caso che una sola delle camere approvasse la sfiducia, inserisce il potere del PdC di richiederne lo scioglimento, se entro 20 giorni le due camere non indicano il nuovo PdC. Ma, dato che in una camera la maggioranza dei membri è contraria alla sfiducia ….

Insomma una volta nominato il PdC è praticamente inamovibile e può ricattare il Parlamento.

 

E' forse il caso di ricordare che questa 'riforma' verrebbe sostenuta da una maggioranza che però non riesce a mettersi d'accordo su una nuova legge elettorale che rimuova l'attuale incostituzionalità della presenza sulle schede del nome del candidato PdC (che di fatto lo rende eletto a suffragio universale, privando il Presidente della Repubblica di una fondamentale prerogativa), del 'premio di maggioranza' che stravolge la volontà popolare e della nomina dei parlamentari da parte dei partiti, privando gli elettori del loro potere di scelta.

 

La necessità di queste riforme è così sentita dai cittadini? La loro approvazione migliorerebbe la capacità del Paese di uscire dalla propria crisi?

Soprattutto: contribuirebbe a migliorare l'attuale mancanza di consenso e di credibilità della 'casta' politica, o ne aumenterebbe solo la distanza dalla opinione pubblica?

Forse anche queste sono domande legittime che, ripeto, richiedono una urgente espressione della volontà popolare prima che sia troppo tardi.

1Fra l'altro la lunghezza dell'art. 72 viene più che triplicata, sempre per semplificare eh?

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