Così Draghi annaffia il mercato idrico

di Luigi Pandolfi - ilmanifesto.it - 05/06/2021
Il decennale della vittoria dei sì ai referendum dovrebbe rappresentare l’occasione per una nuova mobilitazione a favore della gestione pubblica e non profittevole della risorsa idrica

Il prossimo 13 giugno ricorre il decennale del referendum sull’acqua. Dieci anni durante i quali si è fatto tutto tranne che dare seguito alla volontà di 26 milioni di italiani, mentre le tariffe, complessivamente, sono aumentate di oltre il 90 per cento a fronte di un incremento del costo della vita del 15 per cento (dato Cgia di Mestre). La situazione nelle varie regioni non è omogenea. Ma in linea di massima rimane un po’ ovunque una gestione improntata a criteri mercantili e di profittabilità.

Anche quando il vestito dei gestori è quello del pubblico (si pensi alle multiutility quotate in borsa). La soluzione ci sarebbe. Quella prospettata in una proposta di legge del M5Stelle del 2018, che recepiva i contenuti di una precedente proposta di legge di iniziativa popolare, sulla quale erano state raccolte quattrocentomila firme. Un «governo pubblico e partecipativo del ciclo integrato dell’acqua», si legge al primo articolo della medesima. Ma l’ultima volta che una commissione si è occupata di questa proposta è stato nel 2019. Nel frattempo è cambiato il quadro politico del Paese e sono cambiati anche i Cinque Stelle. A Palazzo Chigi è arrivato Mario Draghi e anche l’acqua è finita (di nuovo) nel novero dei beni da valorizzare a fini economici.

Il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) presentato dal governo a Bruxelles, come è noto, si basa su due assi: spesa e «riforme di contesto». Quanti soldi ci sono per la gestione dell’acqua? Pochini, 4,38 miliardi, divisi tra investimenti in infrastrutture, digitalizzazione delle reti, sistemi irrigui, depurazione. E le riforme? Dovrebbero avere al centro la semplificazione della governance per la realizzazione degli investimenti e, soprattutto, una più «efficiente» gestione del servizio integrato. Ora è più chiaro perché nel documento c’è scritto che il Pnrr è «innanzitutto un piano di riforma». In concreto, si tratterebbe di «affidare il servizio a gestori efficienti nelle aree del paese in cui questo non è ancora avvenuto». Perché – questa è la conclusione – il quadro nazionale è ancora «caratterizzato da una gestione frammentata e inefficiente delle risorse idriche, e da scarsa efficacia e capacità industriale dei soggetti attuatori nel settore idrico soprattutto nel Mezzogiorno». La riforma, pertanto, sarà rivolta «a rafforzare il processo di industrializzazione del settore», favorendo la «costituzione di operatori integrati, pubblici o privati, con l’obiettivo di realizzare economie di scala». Chiarissimo.

Il ciclo integrato delle acque assimilato ad un qualsiasi processo industriale. Gestione affidata a grandi gruppi (aumento della scala di produzione, minori costi unitari), l’acqua come merce. Ma non c’è da stupirsi. Sono due i pilastri su cui il Piano è stato costruito: concorrenza e mercato. E se si vuole avere una conferma di quanto si sta dicendo, basta dare un’occhiata alla sezione riguardante le riforme in materia di servizi pubblici locali. Secondo il governo, infatti, bisognerà imporre alle amministrazioni locali «una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato» per la gestione di detti servizi. Insomma, il mercato la regola (il «dinamismo concorrenziale» alla base del sistema), le gestioni in house l’eccezione. Tenuto conto che, soprattutto al sud, sono ancora molti i comuni che gestiscono direttamente le opere di captazione e di adduzione, nonché le reti di distribuzione dell’acqua presenti sul proprio territorio, tali richiami all’efficienza altro non sono che una spinta a portare avanti processi di privatizzazione su vasta scala, per rimodellare secondo un paradigma omogeneo tutta la filiera nazionale del servizio idrico integrato e cancellare le «anomalie» che ancora rimangono da un capo all’altro della Penisola.

Un disegno da contrastare. Proprio il decennale della vittoria dei si ai referendum, allora, dovrebbe rappresentare l’occasione per una nuova mobilitazione a favore della gestione pubblica e non profittevole della risorsa idrica. «Chi pretende di fare commercio con l’acqua prima dovrebbe dimostrare di essere proprietario delle nuvole e della pioggia». Sono parole di Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace, che nel suo comune, prima che venisse destituito, aveva quasi raggiunto l’obiettivo dell’autosufficienza idrica, contro lo strapotere della società mista regionale SoRiCal.

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