Dai fiori a Bella Ciao, genesi della rivolta cilena

di Francisco Vergara-Perucich, Camillo Boano - Il Manifesto - 30/10/2019
Il canto partigiano ha sottolineato il carattere antifascista della protesta - (video in fondo all'articolo)

Dopo 44 anni di neoliberismo, il popolo cileno ha finalmente compreso l’iniquità diquesto sistema oppressivo per molti e altamente redditizio per pochi. Sebbene nel 2007 e nel 2011 il paese avesse già visto manifestazioni contro il sistema educativo e nel 2017 contro quello pensionistico, le mobilitazioni attuali sembrano essere contro il neoliberalismo stesso.

LE TARIFFE DEI TRASPORTI pubblici aumentavano ogni anno per legge e quest’anno il prezzo è aumentato di 40 centesimi di euro solo nelle ore di punta. Dopo la denuncia di questo incremento, il Ministro dell’economia ha dichiarato cinicamente che «i primi che arrivano ottengono il prezzo migliore», alludendo che i prezzi nelle ore non di punta non sarebbero stati toccati dall’incremento, scherzando così sul tema di cui si è cominciato a discutere, la diseguaglianza.

Pochi giorni dopo, il ministro delle finanze ha raccontato che «per le persone romantiche, ricordiamo che i prezzi dei fiori sono diminuiti del 3,7%». È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Cile è il paese più diseguale tra i membri dell’Ocse, una condizione storica che ha fatto restare l’indicatore di Gini a 0,5. Come ha affermato lo storico Javier Rodriguez: «per attuare qualsiasi cambiamento contro la disuguaglianza, il Cile dovrà confrontarsi con la sua élite». È proprio quanto sta succedendo.

LE DICHIARAZIONI oltraggiose dei ministri hanno innescato una rivoluzione urbana rappresentata in prima battuta dalla rivolta all’aumento dei prezzi dei biglietti della metropolitana. Successivamente, gli studenti dell’Instituto Nacional (una scuola influente) hanno incitato a sfuggire ai tornelli della metro. Il movimento è diventato sempre più ampio. Il governo ha così schierato forze di polizia e carabineros alle stazioni della metro iniziando una dura repressione contro gli studenti delle scuole superiori, mentre la città difendeva i pingüinos (studenti delle scuole superiori) dai manganelli e dai gas lacrimogeni.

La resistenza si è allargata fino a quando, sabato 19 ottobre, risultavano 14 stazioni della metropolitana bruciate e altre 56 vandalizzate. Tutto è iniziato a Santiago ma ormai il movimento auto-organizzato si è proposto livello nazionale.

NESSUN LEADER, quindi il governo non ha nessuno con cui discutere eventuali termini di compromesso. Solo demos. Le città come prodotti sociali sono in fase di trasformazione, veicolata dai propri abitanti che manifestano contro chi ha estratto profitto dalla vita urbana, erodendo il vero significato del vivere insieme.

Le persone per strada in Cile ora chiedono città umane, per persone, non per il profitto. Canti e cartelloni pubblicitari richiamano un ordine completamente nuovo in cui i vecchi politici non hanno più spazio.

In molte piazza due atti simbolici sono risultati «centrali»: l’aver intonato Bella Ciao come un modo per ricordare che questa deve essere vista come una lotta antifascista e, in parallelo, lo sventolare della bandiera del popolo mapuche come simbolo di resistenza e ferocia contro un ordine sociale imposto. Il presidente Piñera ha offerto alcune soluzioni cercando di porre fine al conflitto, ma la reazione della gente è stata un enorme caceroleo. Un rumore collettivo per opporsi al pesante coprifuoco in atto da sabato. Questo movimento è emerso prendendo consapevolezza di quello che Franco Bifo Berardi chiama «nazi-liberismo» e del suo possibile superamento, attuabile solo rinunciando alla sacrosanta ossessione della crescita.

I LEADER CILENI non sono stati in grado di rispondere a questa richiesta, finendo per scegliere la militarizzazione dello spazio urbano. Il presidente Piñera è un affarista esperto, una sorta di emblema del neoliberismo, estremo e brutale tanto negli affari quanto in politica. Le città sono state messe sotto assedio, ci sono state azioni repressive contro le proteste e anche omicidi.

Dalla dichiarazione di estado de emergencia, la repressione ha fatto contare 19 morti, più di mille feriti per arma da fuoco, oltre 3mila arrestati e diversi casi di violenza sessuale.

Nonostante la paura diffusa, le persone sono consapevoli del potere delle azioni collettive e hanno continuato a scendere in strada. Alcuni hanno provato a paragonare questa rivolta a quella dei gilet jaunes in Francia, ma forse sembra più appropriate la rivoluzione francese. I tempi sono cambiati. Forse Piñera non finirà come Luigi XVI, ma avrà bisogno di un rapido cambio: indire un’assemblea nazionale o rinunciare al potere. La testardaggine delle autorità fa capire ai manifestanti che dimostrazioni pacifiche sono inutili in relazione a rivolte e saccheggi. Bisognava annientare l’intero sistema metropolitano della città per danneggiare la bestia del neoliberismo.

Come recita uno dei cartelloni dedicati a Piñera nella marcia di ieri di Alameda (via principale della città): Tu represión fomenta nuestra revolución («La tua repressione favorisce la nostra rivoluzione»).

SEBBENE NON SIA CHIARO a tutti, le richieste degli insorti possono essere sintetizzate nel desiderio di una nuova costituzione che garantisca la creazione di uno stato sociale capace di garantire i diritti umani e il bene comune: una vera alternative alla crescita. Sarebbe richiesto un nuovo inizio.

Urgentemente, i cileni hanno bisogno di solidarietà per rimuovere le forze militari dalle strade e facilitare il ripristino della democrazia chiedendo direttamente al presidente di fare alcuni sacrifici personali. Il Cile, la culla del neoliberismo, deve affrontare gli ultimi giorni della sua dominazione. Se di fine si tratta, la riscoperta delle alternative è possibile anche in altre parti del mondo.

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