A morire non è il Chavismo ma il diritto internazionale. E il popolo bolivariano lo sa

di Laura Tussi - 06/01/2026
Il rapimento di Maduro, accettato con rapidità dalle potenze occidentali e ignorato da un multilateralismo incapace di reagire, non fa che confermare che il diritto internazionale è semplicemente morto.
Il 3 gennaio 2026 resterà una data spartiacque per l’America Latina e per l’intero ordine geopolitico globale. L’Operation Absolute Resolve, così battezzata dalle autorità statunitensi, ha portato all’arresto a Caracas del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della first lady Cilia Flores, successivamente trasferiti negli Stati Uniti per comparire davanti a una corte federale di New York. Le accuse, legate a narcotraffico e terrorismo, vengono respinte da entrambi e dal governo bolivariano, che parla apertamente di “sequestro” e violazione della sovranità nazionale.

Con il capo dello Stato rimosso dall’esercizio del potere esecutivo, la Corte Suprema venezuelana ha affidato la presidenza ad interim a Delcy Rodríguez, già vicepresidente della Repubblica, nominata “presidenta encargada” per garantire la continuità amministrativa e organizzare la risposta istituzionale all’intervento esterno.

Ed è proprio Delcy Rodríguez la figura più evocata nel dibattito politico americano delle ultime ore: non per una valutazione sulle sue scelte o sul suo ruolo costituzionale, ma perché Donald Trump ha dichiarato più volte che “ora è lei a comandare” in Venezuela, alimentando un frame narrativo di contrapposizione ideologica – i “comunisti malvagi” contro i “democratici buoni” – che semplifica fino alla caricatura una realtà infinitamente più complessa.

C’è però un’assenza che colpisce. Nei media internazionali che hanno riportato l’arresto di Maduro e l’ascesa ad interim di Delcy Rodríguez, nessuno ha ricordato che il 2026 segna il 50° anniversario della tortura a morte di suo padre, Jorge Rodríguez, attivista socialista ucciso dai servizi del regime di Carlos Andrés Pérez, in un contesto storico di repressione anticomunista supportata anche da apparati d’intelligence occidentali. Una memoria scomoda, che incrinerebbe la narrazione manichea oggi dominante.

In risposta alla cattura del presidente, il Consiglio dei Ministri presieduto da Delcy Rodríguez ha annunciato la creazione di una Commissione di alto livello incaricata di ottenere la liberazione di Maduro e Flores attraverso canali politici, diplomatici e legali, coinvolgendo figure chiave del governo: Jorge Rodríguez (fratello di Delcy e presidente dell’Assemblea nazionale), il ministro degli Esteri Yván Gil, la difensora dei diritti umani Camilla Fabri e il ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez, che avrà un ruolo operativo nella stessa Commissione.

Mentre il governo di Caracas tenta di attivare meccanismi di diritto internazionale e di costruire una rete di sostegno multilaterale, nelle strade della capitale venezuelana si muove un altro soggetto politico: il popolo.

A Plaza de la Candelaria, ieri, non c’era l’atmosfera plumbea delle piazze coartate: c’era una marea umana, un mosaico di bandiere, slogan, motori accesi e telecamere prese d’assalto da cittadini desiderosi di dichiarare in diretta il loro rifiuto di piegarsi. Non solo militanti organizzati – colectivos, motorizados di Petare, gruppi di quartiere del 23 de Enero – ma anche la gente comune, che spingeva per conquistare pochi secondi di microfono davanti alle telecamere di Vtv, la televisione di Stato, per dire la stessa frase, come un giuramento collettivo: «Il Venezuela non si arrende».

Petare, il più grande barrio popolare di Caracas con quasi 700mila abitanti, e il 23 de Enero, storico quartiere a controllo sociale complesso, non hanno reagito solo per fedeltà ideologica. Hanno reagito perché lì, per la prima volta nella storia, lo Stato li ha registrati, riconosciuti, nominati. Le misiones avviate da Hugo Chávez dopo la vittoria elettorale non hanno solo portato acqua corrente, scuole, ambulatori, protezione sociale: hanno portato identità anagrafiche a migliaia di persone che, prima, per lo Stato non esistevano.

E chi ha finalmente un nome, un documento, un’esistenza legale, non accetta di tornare nell’invisibilità.

Il dibattito americano, intanto, si accende in senso opposto a quello sperato da Washington: anti-interventisti in piazza, diaspore lacerate, sondaggi gelidi sull’idea di “correre da soli”, un’opinione pubblica che in pochi giorni si è trasformata in rissa nazionale.

A rendere ancora più drammatica la crisi, il governo cubano ha annunciato la morte di 32 cittadini cubani durante i combattimenti e i raid aerei in Venezuela, dove si trovavano – secondo l’Avana – per svolgere missioni richieste dal governo venezuelano in cooperazione con apparati di sicurezza locali. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha proclamato due giorni di lutto nazionale. Le fonti venezuelane parlano di circa 80 vittime complessive, tra cui civili, mentre da parte statunitense si segnalano feriti ma nessun decesso è stato confermato.

Siamo di fronte a un quadro di crisi senza precedenti, che sancisce non solo un trauma politico regionale, ma una verità più ampia:
il diritto internazionale non è più lo scudo dei popoli. È un linguaggio senza enforcement, una liturgia vuota.

Il genocidio a Gaza ha già mostrato al mondo che lo stato di diritto globale soccombe davanti alla forza bruta. Il rapimento di Maduro, accettato con rapidità dalle potenze occidentali e ignorato da un multilateralismo incapace di reagire, non fa che confermare che il diritto internazionale è semplicemente morto.

E a Caracas la gente non discute di dottrine: difende rubinetti, cliniche, scuole, identità. Difende l’idea concreta di sovranità che si misura nella vita quotidiana, non nelle risoluzioni Onu.

Perché la politica nei ranchitos non è un concetto astratto. È infrastruttura di esistenza. E forse, mentre i governi del mondo esitano, la marea di Caracas ha già pronunciato il suo verdetto storico.

 

Laura Tussi

Nota: Manifestanti filogovernativi protestano per la cattura di Maduro davanti al palazzo presidenziale a Caracas, in Venezuela (credit Ansa)

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