Iran: l’Europa divisa rischia di essere coinvolta nella guerra, solo Sanchez condanna la violazione del diritto internazionale

di Paolo Soldini - strisciarossa.it - 05/03/2026
Se non si riesce a ricreare le condizioni di sopravvivenza e di ripresa di un minimo di ordine fondato sul diritto nelle relazioni internazionali la prossima guerra mondiale è davvero dietro l’angolo

Fra tutti i capi di governo dei maggiori paesi dell’Unione europea soltanto lo spagnolo Pedro Sanchez ha condannato formalmente la violazione del diritto internazionale compiuta da Israele e dagli Stati Uniti con i bombardamenti sull’Iran. Gli altri leader e le autorità di Bruxelles tacciono sull’attacco o balbettano vacue petizioni di principio, come ha fatto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che martedì 3 marzo si è presentato alla Casa Bianca intimidito e remissivo come capita a (quasi) tutti i leader europei quando affrontano la retorica prepotente del Grande Fratello Americano. Una scena imbarazzante, accompagnata da Merz con la meschina, e gratuita, infamia di unirsi al violento attacco che l’americano ha sferrato a Sanchez per il rifiuto di Madrid ad aderire alla folle decisione di aumentare il contributo alla NATO fino al 5% del PIL. Il cancelliere, come se non bastasse, ha poi ingoiato senza neppure una smorfia le rodomontesche sparate di Trump sul suo proposito di bloccare tutti i commerci americani con la Spagna.

Chi aveva sperato che dopo la controffensiva vincente sulle assurde pretese trumpiane sulla Groenlandia l’Europa avesse ritrovato almeno un po’ della sua dignità di interlocutrice dell’America di Trump deve insomma prendere atto della sua riconclamata incapacità a trattare con Washington alla pari. Ma se, a parte Sanchez, i leader europei, a cominciare da quelli delle istituzioni di Bruxelles, tacciono tremebondi sulla evidente e violenta violazione del diritto internazionale consumata dai capi di Washington e Tel Aviv con le bombe su tutto l’Iran, parlano abbondantemente invece, eccome, sulle conseguenze che l’attacco ha portato con sé: le rappresaglie che Teheran ha scatenato contro le installazioni americane ospitate nei paesi del Golfo. Queste vengono considerate dagli europei come “ingiustificati attacchi” agli stessi paesi. Atti di guerra, insomma, cui sarebbe lecito, anzi necessario, rispondere con atti di guerra senza stare a porsi il problema di chi ha cominciato.

Proprio ieri, mercoledì 4 marzo, questa logica della ritorsione contro le ritorsioni del regime degli ayatollah ha portato la NATO a un passo dal baratro della guerra aperta con Teheran. Un missile che tutto faceva ritenere provenisse dal territorio iraniano è stato intercettato e abbattuto nello spazio aereo della Turchia. Un caso da manuale per l’attivazione del fatale articolo 5 del Trattato Atlantico che com’è noto prevede l’entrata in guerra di tutti gli alleati se uno qualsiasi, in questo caso la Turchia, venisse attaccato. Leader politici, diplomatici e capi militari nelle capitali dell’alleanza hanno passato qualche ora con il cuore in gola prima che il Segretario alla Guerra americano Pete Hegseth facesse suonare il cessato allarme spiegando che, per quanto risultava ai comandi americani, il missile proveniva sì dall’Iran, ma non era indirizzato “contro di noi”.

Contro chi o che cosa, allora? Il capo del Pentagono non lo ha detto e soltanto molte ore dopo sono state le autorità turche a far sapere che secondo i loro calcoli la rotta del missile prevedeva l’arrivo su Cipro. Ma il brivido dell’incidente sfiorato resta tutto: se la Turchia è nella NATO, Cipro, che già nelle ore scorse era stata colpita nella base britannica vicino a Limassol, è nell’Unione europea, nel cui Trattato, all’articolo 42, è previsto un meccanismo di intervento collettivo del tutto analogo a quello dell’articolo 5 della NATO. Insomma, l’abbattimento del missile ha evitato comunque una pericolosissima escalation che avrebbe coinvolto i paesi la NATO e/o la UE.

Nella stessa giornata di ieri, un altro episodio ha dato la dimensione della gravità di questa guerra. nonché della sua estensione geografica. Un sommergibile americano, nell’Oceano Indiano al largo dello Sri Lanka, quindi molto lontano dal teatro dei bombardamenti sull’Iran, ha affondato un cacciatorpediniere della marina iraniana che ha trascinato a fondo tutto l’equipaggio composto da 130 marinai di cui solo una decina sarebbero stati recuperati vivi. Il comando americano ha comunicato con un tono di evidente soddisfazione che si è trattato del primo affondamento di una nave da parte di un sommergibile americano dalla fine della seconda guerra mondile.

Anche questi episodi di guerra aperta hanno portato alla più drammatica evidenza la paradossale asimmetria della strategia e dei comportamenti con cui dalle due sponde dell’Atlantico viene gestita la vicenda iniziata con le bombe del 28 febbraio. La quale non va giudicata soltanto con i criteri della morale (la condanna per i morti innocenti a centinaia provocati dai bombardamenti americani e israeliani, a cominciare dalle bambine di una scuola elementare), perché si tratta in sostanza di una questione del tutto politica. La volontà di evitare l’imbarazzo di doversi trovare, richiamando le ragioni del diritto, a “difendere” un regime sanguinario verso il suo stesso popolo e pericoloso per la sicurezza del mondo può in parte spiegare ma non giustificare la doppia morale che, come gli eventi delle ultime ore sembrano drammaticamente indicare, viene applicata nel giudizio sulle responsabilità nella guerra che sta insanguinando la regione del Golfo Persico e rischia di precipitare l’Europa stessa in una guerra che altri hanno voluto e altri conducono con criminale determinazione.

Il pericolo c’è e c’era anche prima dell’incidente del missile abbattuto in Turchia ed era stato richiamato non solo dagli osservatori e dai media ma anche da fonti ufficiali di Bruxelles. Lo si poteva dedurlo leggendo, nero su bianco, l’articolo 42 del Trattato dell’Unione: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”. In teoria, questa clausola, obbligatoria, di difesa reciproca indicata dall’articolo 42 del TU e redatta evidentemente proprio sul modello del più “famoso” articolo 5 del Trattato NATO avrebbe dovuto già scattare nel momento in cui un certo numero di droni, lunedì scorso, aveva attaccato la base britannica di Akrotiri sull’isola di Cipro che non solo fa parte dell’Unione europea ma proprio in questo periodo esercita la presidenza di turno del Consiglio.

Poiché è stato detto (e magari è anche vero) che l’attacco a Cipro è venuto dagli hezbollah del Libano e non direttamente dall’Iran e che il missile sulla Turchia volava verso un obiettivo “non nostro”, per il momento dai due incidenti non sono state tratte le conseguenze ex articolo 42, ma è evidente che ogni futuro attacco simile che venisse accertato come proveniente dal territorio iraniano potrebbe far scattare il meccanismo della clausola. Una situazione esposta al rischio enorme di un coinvolgimento diretto di tutta l’Europa nel conflitto in conseguenza di provocazioni intenzionali ma anche di incidenti non voluti.

Non ci sono, insomma, soltanto le ragioni etiche a rendere insopportabile questa asimmetria, ultimo prodotto di una pratica di doppia morale di cui l’occidente (quel che ne resta) sta dando drammatiche esibizioni da molto tempo, anche prima che alla Casa Bianca si insediasse Donald Trump. Lo scandaloso silenzio (-assenso?) di tanta parte dell’establishment di governo dell’Europa verso l’ennesima violazione del diritto da parte americana ha una ragione politica profonda nel modo in cui negli anni – almeno dalla caduta del Muro di Berlino – sono andati configurandosi i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Semplificando in modo forse troppo brutale una realtà certamente molto complessa, possiamo dire che l’Europa non è riuscita a tenere sempre saldo il principio della preminenza del diritto nelle relazioni internazionali rispetto alle ragioni della forza cui spesso affidavano la loro visione le amministrazioni americane. In un modo e in una misura, peraltro, che trovava corrispondenza nelle potenze controparti, fossero la Russia o la Cina. La testimonianza più chiara di questa debolezza europea nella difesa del diritto internazionale è nella clamorosa incapacità di promuovere una riforma delle Nazioni Unite della quale tutti in teoria vedevano l’assoluta necessità senza che nessuno, sollevandosi dal piano degli studi e dei progetti da anime belle, fosse capace di trarne le necessarie conseguenze pratiche.

In molti commenti che si possono leggere da quando il padre padrone della Casa Bianca ha portato al parossismo l’arbitrio delle proprie incontinenze imperiali si sostiene che la morte del diritto internazionale è stata decretata dall’impotenza dell’ONU di fronte all’invasione russa dell’Ucraina. Certamente la spezoperatjia di Vladimir Putin ha rappresentato l’episodio più emblematico del soprassalto della prepotenza armata internazionale che sembra essere diventato il metodo nella gestione dei rapporti tra le nazioni (e spesso anche al loro interno). Ma non è stato l’inizio. A parte i precedenti che hanno visto la stessa Russia nella parte dell’aggressore, dalla guerra sanguinaria di riconquista della Cecenia alla conquista “pacifica” della Crimea alla guerra contro la Georgia, la storia degli ultimi tre decenni è piena di eventi in cui l’ONU è stata intenzionalmente messa fuori gioco. Se proprio si volesse cercare l’inizio di queste pratiche si potrebbe risalire alle guerre nella ex Jugoslavia, quando le pressioni americane e la condiscendenza europea portarono a individuare nella NATO piuttosto che nelle Nazioni Unite lo strumento per difendere i sacrosanti princìpi del diritto umanitario nel sanguinoso caos dei conflitti etnici. A promuovere allora questa “sostituzione” furono soprattutto gli americani sotto la guida del presidente Bush senior che all’indomani della caduta del Muro di Berlino e dello scioglimento del Patto di Varsavia aveva imposto agli europei e ai tedeschi piuttosto riluttanti il mantenimento dell’alleanza che – disse a Helmut Kohl – aveva “vinto la guerra fredda”.

L’impotenza dell’ONU ha avuto il suo più tragico effetto – dobbiamo dire “finora”? – nel genocidio di Gaza che pure ha trovato sanzione giuridica nella Corte internazionale senza che ciò, sempre per volontà o inedia dei governanti, anche europei, trovasse qualche pratica conseguenza e ci sono tutte le premesse perché si manifesti anche nella guerra che sta seminando morti, distruzioni e desolante pessimismo sulla capacità dei popoli a vivere in pace dall’Iran al Libano ai paesi del Golfo.

Sappiamo che oggi è così, ma c’è qualche ragione per chiedersi se proprio per forza dev’essere così. È davvero impossibile un soprassalto di consapevolezza che porti almeno i paesi del nostro continente a cercare le vie per riportare in vita l’unica organizzazione che ha ancora la pretesa di governare un minimo di ordine del mondo? In fin dei conti un punto di forza un progetto di rivitalizzazione lo troverebbe nella presenza (certo anacronistica, ma in questo caso positiva) di due stati europei, la Francia e il Regno Unito, tra i cinque membri permanenti dello stesso CdS.

In un articolo scritto per “strisciarossa” il presidente del Movimento europeo italiano Pier Virgilio Dastoli ha proposto che l’Unione europea, “ispirandosi alla posizione espressa dal Segretario generale dell’ONU António Guterres”, presenti una risoluzione urgente al Consiglio di Sicurezza che, oltre all’immediata cessazione delle ostilità, preveda la ripresa dei negoziati di Ginevra, l’impegno di Teheran a rispettare il Trattato di non proliferazione nucleare consentendo le visite dell’AIEA, “la fine delle repressioni e il rispetto dei diritti fondamentali in Iran come a Gaza e in Cisgiordania”, la garanzia dell’indipendenza e dell’inviolabilità dell’Iran e di tutti gli stati della regione, la convocazione di una Conferenza per la cooperazione e la sicurezza in Medio Oriente sul modello dell’OSCE, con un progetto di associazione con l’Unione europea.

Nessuno, probabilmente neppure Dastoli, si fa illusioni sull’accoglienza che una simile proposta, nel clima maledetto di questi tempi, potrebbe ricevere. Ma almeno potrebbe servire a indicare un obiettivo verso il quale tendere e l’esistenza, nonostante tutto, di forze e movimenti che intendono perseguirlo. Perché se non si riesce a ricreare le condizioni di sopravvivenza e di ripresa di un minimo di ordine fondato sul diritto nelle relazioni internazionali la prossima guerra mondiale è davvero dietro l’angolo.

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