Il paese felice

di Raffaele Grande - 26/01/2009
Favola tragicomica

C’era una volta, all’inizio del terzo millennio, un paese felice in cui tutti avrebbero voluto vivere. In questo paese il Governo  aveva avuto il 46,8 % dei voti, quindi era stato legittimato dal Popolo Sovrano a fare tutto (ma proprio tutto!). Prima di tutto in questo paese non c’erano disoccupati, infatti tutti i cittadini erano stati assunti dal capo del Governo (sempre quello del 46,8 %, d’ora in poi Premier). Tra gli assunti c’erano ovviamente tutti i giornalisti, gli avvocati, i medici, gli insegnanti, e così via, e ogni categoria era stata destinata a uno specifico ruolo nella Grande Riorganizzazione, ad esempio:

·        Gli avvocati (del Premier) formavano il Parlamento, depositario sovrano della volontà popolare;

·        I giornalisti svolgevano la loro opera in piena autonomia nelle televisioni e nei giornali (del Premier);

·        Gli insegnanti, notoriamente in numero troppo elevato, erano stati ridotti a quelli veramente necessari: una cinquantina in tutto e con l’obbligo di fare lezione in camicia verde; a quelli in soprannumero fu offerto di fare o i calciatori nelle squadre del Premier, o le veline nelle televisioni (sempre del Premier); non tutti accettarono per ragioni di età e di fiato, ma non fu una gran perdita: dopo tutto molti facevano parte del 53,2 %.

Il Governo del paese felice, appena insediato, cominciò a dimostrare la sua grande fantasia e creatività in settori chiave della vita nazionale e la sua grande vocazione per le riforme istituzionali, attestata anche dal fatto che al relativo dicastero c’era la personalità di più alto profilo politico culturale del gabinetto, quello che una volta si sarebbe detto un padre della Patria. Si trattava di un signore di vecchio stampo che aveva il simpatico vezzo di soffiarsi rumorosamente il naso durante l’esecuzione dell’inno nazionale con un civettuolo fazzoletto verde. I suoi seguaci, tra l’altro, avevano anche il merito di aver prodotto, in un allevamento di suini, la migliore riforma elettorale conosciuta, che molti altri paesi cercavano di imitare.

Per avere un’idea, sia pur parziale, della capacità riformatrice del governo facciamo solo due esempi significativi:

1.      Fu risolto subito il problema delle carceri sovraffollate: i detenuti vennero sostituiti coi magistrati, che erano in numero molto inferiore. L’idea, geniale nella sua semplicità, era stata di un oscuro funzionario del ministero della Giustizia e il Parlamento, entusiasta, aveva approvato all’unanimità. Anche la lentezza dei processi era stata risolta una volta per tutte: i processi erano stati aboliti in quanto i magistrati erano dentro e gli avvocati erano troppo impegnati a legiferare in Parlamento.

2.      Al ministero dell’Economia si ebbe un’idea geniale per sistemare definitivamente i conti pubblici (che erano stati dissestati notoriamente da un folletto cattivo di nome Euro): fu organizzata una straordinaria lotteria il cui primo premio di 1.000 miliardi di euro fu vinto dallo Stato; sembrò strano che nessuno ci avesse pensato prima.

Il Re firmava le leggi.

Ma, forse, la cosa più bella di questo paese era la concordia che vi regnava: ad esempio, ogni volta che la maggioranza aveva qualche difficoltà l’opposizione correva in suo soccorso. Ogni volta che il governo faceva errori clamorosi o dimostrava la sua tragica incompetenza in qualche settore i Consiglieri per gli acquisti stendevano una salutare coltre di gas soporifero e a ogni accenno di contenzioso arrivava il Dialogo Pacificatore per le riforme bipartisan.

Un  neo turbava tuttavia la Grande Concordia e la Grande Riorganizzazione: un gruppo di ragazzacci che , rimasti senza scuola (come detto era stato drasticamente ridotto il numero degli insegnanti e delle scuole pubbliche), si ostinavano a giocare al girotondo sotto le finestre del Premier, che quindi non riusciva a dormire. Il problema fu affrontato in Parlamento che, avendo ormai risolto tutti i problemi del Premier, era disoccupato da due anni e mezzo e si annoiava. Alcuni erano per la linea dura: pochi complimenti e molte bacchettate sulle mani per i ragazzini che rompono, la concordia e il silenzio sono troppo importanti. Si pensò di organizzare in tutta fretta un G8 per dare una lezione ai ragazzacci. Ma il Premier, nella sua grande saggezza, disse “no, ho una soluzione migliore: li mando in una scuola privata, gli faccio prendere il diploma in due settimane, la laurea in un mese e mezzo, e li assumo in televisione a fare gli opinionisti”. La misura fu inserita nella finanziaria, nel pacchetto per l’occupazione, e fu approvata all’unanimità. L’opposizione disse che di fronte al superiore interesse del Paese bisognava collaborare, ma ribadì il suo ruolo alternativo nei confronti del governo.

Il Re firmò la legge.

Un’altra cosa rendeva questo paese tanto felice: l’assoluta libertà di parola. Tutti potevano dire tutto senza tema di incorrere in alcun problema; nessuno doveva rendere conto di ciò che diceva, specialmente sui mezzi di comunicazione di massa, dove si poteva “sparare” qualsiasi cosa, l’opinione pubblica assorbiva docilmente, e poi, al massimo, se la sparata era troppo grossa, la gaffe troppo pesante, l’incompetenza troppo evidente, si diceva di essere stati fraintesi, maliziosamente male interpretati; ma il tutto sempre in piena libertà. In effetti fu incentivato molto l’allevamento delle bufale in quanto si riteneva che il loro latte, oltre che a produrre la famosa mozzarella, se somministrato in alte dosi prima delle elezioni, servisse anche a risolvere i problemi più scottanti come, ad esempio, le difficoltà della compagnia aerea di bandiera, lo smaltimento dei rifiuti, il rilancio di alcune zone depresse del paese (che stava particolarmente a cuore a certi ministri con la cravatta verde) e così via.

Ma, oltre a godere di un’assoluta libertà, nel paese felice, tutti potevano arrivare in alto, ad ognuno era data l’opportunità di farsi valere: anche persone che in un altro qualsiasi paese del mondo avrebbero suscitato ilarità (ad esempio un gruppo di simpatici portatori di mutande verdi) o avrebbero avuto problemi a circolare liberamente, lì non solo erano a piede libero, ma potevano ricoprire ruoli di prestigio nella politica e nell’informazione .

Bisogna riconoscere altresì che il popolo del Paese felice meritava questa sua fortuna, infatti assorbiva, senza battere ciglio, tutto quello che gli veniva propinato da televisioni e altri mezzi di comunicazione sui problemi dell’ economia, dei rifiuti, della sicurezza, nella certezza incrollabile che il Premier li avrebbe risolti tutti come aveva risolto i suoi.

Tutti coloro che avevano subito qualche torto dalla giustizia, che erano stati ad esempio, che so, disturbati da qualche magistrato impiccione mentre si facevano i fatti loro, avevano diritto, oltre che al normale seggio in Parlamento - per questi non c’era bisogno della laurea in giurisprudenza - anche a una trasmissione televisiva, una specie di pulpito, da cui, sempre in piena libertà di parola, inveire sui magistrati rei di averli molestati.

Infine, essendo il benessere del Cittadino il primo pensiero della maggioranza (che ormai i sondaggi davano vicina al 48%), si istituì un ministero (con un notevole portafoglio) per il finanziamento del divertimento nazionale, il Calcio, e il Premier ne assunse l’interim (vedi oltre).

Il Re firmò il decreto di nomina.

Per completare la felicità del Paese Felice il parlamento (con rispetto parlando), in un ritaglio di tempo, varò un’altra grande riforma: l’abolizione della VERGOGNA. Da diverso tempo si sentiva il bisogno di un tale provvedimento che liberasse i cittadini da questo fastidioso e inutile sentimento e i legislatori, sempre attenti alle aspirazioni popolari, stabilirono la cancellazione di alcuni tipi particolarmente nocivi di vergogna tra i quali:

·        La VERGOGNA di avere un parlamento ridotto e avvilito a fabbrica di leggi e norme ad personam;

·        La VERGOGNA dell’immagine del Paese all’estero;

·        La VERGOGNA di avere nel governo certi personaggi;

·        La VERGOGNA di essere presi in giro quotidianamente dalla televisione (e anche un po’ l’incazzatura per aver pagato il canone);

e altre vergogne minori.

            Il Paese Felice poté fregiarsi, oltre che del titolo di “Bel Paese”,  anche di quello di “PAESE SENZA VERGOGNA”.

            Liberato finalmente da questi inutili fardelli il cittadino divenne sempre più felice e spensierato, anzi perse proprio la pessima abitudine di pensare. E se qualche ragazzo (pochi in verità) si ostinava ancora ad esercitare la dannosa facoltà del pensiero autonomo e critico, la riforma della Scuola varata dal Governo pose definitivamente rimedio a questa disfunzione. 

            Non bisogna però credere che nel Paese Felice si procedesse soltanto ad abolizioni, no!, in realtà la società era piena di fermenti creativi. Una delle più importanti innovazioni fu l’invenzione degli equilibristi. Erano così indicati quei personaggi che facevano valutazioni sempre equilibrate (bipartisan) e trovavano sempre il pro e il contro, sempre il “sì però….”, sempre “la ragione non sta tutta da una parte…”, “questo governo non è un granché però anche gli altri….”, e soprattutto il fatidico: “no, non si può parlare di regime…”. Questi personaggi furono tra i maggiori responsabili della felicità del Paese Felice.

            Inoltre furono finalmente rivalutate, anche a livello istituzionale, oltre che in campo televisivo, dove già lo erano da tempo, qualità come l’IGNORANZA, la ROZZEZZA e la VOLGARITA’  e personalità molto eminenti in questi settori ebbero la loro giusta collocazione al vertice dei vari settori della vita nazionale . Alcuni nostalgici, superati dai fatti, non credevano fosse possibile che certi personaggi ricoprissero certi ruoli, ma nel Paese Felice questo era possibile, era soltanto richiesta la canottiera verde.

L’infinita saggezza del Premier si manifestò anche nell’uso dell’INTERIM. Ogni volta che un suo ministro faceva un disastro troppo grosso per passare inosservato Lui assumeva l’interim di quel ministero e tutto andava a posto. La parola interim assunse, nel popolo televisivo, un valore misterioso e taumaturgico. La perfezione fu raggiunta quando il Premier ebbe assunto l’interim di tutti i ministeri.

I giornalisti, comunque, rassicuravano: non si può parlare di regime.

            Malgrado tutto ciò, benché si trattasse ormai del paese più felice della Terra, sebbene in tutte le maggiori università del mondo si studiasse il fenomeno come esperienza unica e irripetibile in altri paesi (neanche i maggiori produttori di banane); malgrado tutto, dicevamo, qualcuno cianciava di conflitti di interessi, libertà di informazione, stato di diritto, legge uguale per tutti e simili disfattistiche e obsolete amenità.

            Il Premier sentiva che ancora mancava qualcosa alla completa beatitudine del Paese Felice e, nella sua paterna attenzione per i suoi concittadini, decise di porvi rimedio. Il problema era l’esistenza di quell’accidenti di minoranza. Lui l’avrebbe risolto molto velocemente a modo suo (da manager) ma gli dissero che il problema era ancora, malgrado gli enormi progressi fatti nel campo delle riforme istituzionali, piuttosto delicato e quindi si decise di nominare una Commissione bicamerale che, oltre a far passare il tempo ad alcuni onorevoli annoiati,  studiasse la spinosa questione e trovasse il rimedio al male. La commissione, composta da una serie di saggi selezionati tra i domestici e famigli del Premier, alcuni sfoggiavano degli elegantissimi calzini verdi, lavorò duramente ma incontrò notevoli difficoltà: non si riusciva ad aggirare le solite pastoie costituzionali (l’ostacolo più fastidioso era costituito da un gruppo di vecchi barbogi, ex-comunisti, che periodicamente si riunivano in una sezione semiclandestina chiamata “Corte Costituzionale”). I lavori erano entrati in una fase di stallo quando un commissario una mattina, facendosi la barba, ebbe l’ILLUMINAZIONE. Non c’era bisogno di nessuna legge che abolisse l’opposizione, che avrebbe potuto creare anche qualche problemino internazionale con paesi vicini molto più arretrati, ma bastava una semplice RIFORMA DELLE PERCENTUALI. Si stabilì che il totale non era più rappresentato dal 100%, come volevano certe superate tesi matematiche, bensì dal 46,8% e quindi il dissenso fu cancellato aritmeticamente (forse si cancellò anche un pezzettino di consenso, ma pazienza). Questa volta l’opposizione votò contro dimenticando, però, che non esisteva più. Quando se ne accorse era troppo tardi. Anche il Re voleva rifiutarsi di promulgare la legge con la sua firma, ma nel frattempo il Parlamento aveva nominato Re il Premier.  La felicità regnò finalmente completa, tutto era stato messo a posto.

E vissero tutti (46,8 %) felici e contenti.

 

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