Bivi fatali e fuoco fra le ceneri

di Alberto Cacopardo - http://albertocacopardo.blogspot.it/ - 04/07/2013
A Napolitano Berlusconi sembra una cosa normale, un brav’uomo di centro-destra che non si deve disturbare più di tanto, mica quell’aspirante despota di destra estrema che è ed è sempre stato

Se questo blog (http://albertocacopardo.blogspot.it/) non parla di politica ormai da tanti mesi, non è certo per mancanza di cose da dire. Al contrario, semmai, è per l’eccesso di pensieri e di emozioni suscitati dall’evolversi di una situazione politica che, a livello nazionale e internazionale, dovrebbe indurre qualsiasi mente che non sia distratta o ottenebrata ad oscillare fra abissi di devastata desolazione e culmini di vertiginosa indignazione.

Sul piano internazionale, alimenta la desolazione constatare come, con tutti questi anni di crisi artificiale, non si sia minimamente provveduto ad intaccare quei diabolici meccanismi dei mercati finanziari che ne sono stati la causa prima e lo strumento, mentre ci si affanna a litigare sulle loro conseguenze come se alle cause non ci fosse rimedio possibile. Alimenta la più ardente indignazione, dall’altra parte, vedere un Medio Oriente devastato dal conflitto e dall’odio, dall’arroganza cieca di vecchi e di nuovi poteri, dalla sete di sangue di chi ad essi si è opposto e si oppone, sotto lo sguardo segretamente compiaciuto delle solite potenze occidentali che apertamente (poco) o di nascosto (molto) tirano le file di un dramma da cui ciecamente si credono tanto più sicuramente destinate ad uscire vincitrici, quanto più selvaggiamente infuriano i conflitti e l’odio. La Siria in fiamme e il suo futuro un incubo, l’Egitto in bilico fra speranze quasi prive di speranza e disperazioni senza quasi via d’uscita, la Libia in mano a bande d’assassini.

Sul piano nazionale, il dramma è più soffuso e vellutato: dal vicolo cieco delle ultime elezioni, siamo usciti su un vasto stradone che non si sa dove possa portarci se non ci porterà alla catastrofe. Riguardando con un certo distacco agli eventi degli ultimi due anni, sembra di scorgere una successione di bivi fatali in cui sempre si è imboccata la strada sbagliata.

Nel novembre 2011, Berlusconi è alle corde dopo lo scandalo Ruby e tutti gli altri misfatti. Sembra che il paese stia per liberarsi per sempre da quella pesantissima ipoteca che grava da vent’anni sul suo destino: e cosa fa Napolitano? Invece di sciogliere le camere e andare dritto dritto alle elezioni, mette su il governo Monti. All’epoca, quando Rosy Bindi annunciò in televisione quell’intento, definii la prospettiva un vero incubo. Ora che, con bel costume italo-americano, tutti danno addosso al perdente, sarebbe facile vantarsene. Non lo farò. Dovetti ricredermi. Forse, fatte le elezioni a dicembre e levato di mezzo Berlusconi, le cose sarebbero andate in effetti un po’ meglio. Ma il fatto è che Monti se la cavò egregiamente in quella “impresa difficilissima”, riuscì a ridurre quasi al minimo i danni imposti dai potentati politico-finanziari internazionali che tanto se l’erano coccolato e poi, al momento di decidere che fare davanti alle elezioni, cosa fece? Invece di starsene tranquillo al di fuori della mischia guadagnandoci in prestigio e prospettive d’impiego, si presentò al giudizio popolare con la faccia di chi ha fatto tutti i danni.

Uno dei più grossi problemi della democrazia risiede nel fatto che le qualità necessarie per governare non hanno proprio nulla a che fare con le qualità necessarie per vincere le elezioni. (E qui, dato che appunto sto leggendo Proust, posso permettermi di aprire una parentesi: Renzi, per esempio, ha ben poche qualità per governare e ancor meno per innovare, essendosi fermato a Tony Blair, ma ne ha diverse di quelle che servono per farsi eleggere, anche se non all’altezza di Berlusconi, mancandogli, per esempio, tre televisioni, le quali solo secondo D’Alema, un altro che ha sempre capito ben poco, non sono poi qualità così importanti). Monti, comunque, ha qualcosina delle prime, nulla del tutto delle seconde. Credevo che avesse l’intelligenza per capirlo da solo, invece dimostrò di no. Montagne di voti che sarebbero potute andare almeno al centro andarono a finire a Berlusconi. E questo fu il secondo bivio.
Il terzo bivio l’ha trovato Grillo. Poteva astutamente raccogliere i frutti della sua fortunatissima campagna sostenendo un governo Bersani da condizionare con peso determinante in direzioni magari altamente positive: e invece si è messo a fare soltanto capricci e bisticci penosi. Buon pro gli faccia, dicono i suoi fan.

Al quarto bivio ritroviamo Napolitano, quel grande maestro delle strade sbagliate. Dopo aver en passant gettato nel fango la dignità dell’Italia ricevendo con tutti gli onori al Quirinale gli autori di un omicidio quanto meno colposo, che avevano comunque commesso l’idiozia più grossa della loro vita (i due cosiddetti marò, per chi non l’avesse capito); dopo aver perso l’occasione di tacere quando Schultz commentò signorilmente le elezioni italiane indicando con lieve imprecisione il mestiere di Grillo e con troppa benevolenza le colpe di Berlusconi (la storia dei due clown, ricorderete), avrebbe potuto avere uno scatto di quella fantasia che gli è sempre mancata dando l’incarico a Grillo. Lo avrebbe cacciato in un bel guaio, ma forse valeva la pena di provare. Grillo può forse fare tanti danni, ma mai di certo quanto Berlusconi.
 
Ma questo Napolitano non lo capisce. A lui Berlusconi sembra una cosa normale, un brav’uomo di centro-destra che non si deve disturbare più di tanto, mica quell’aspirante despota di destra estrema che è ed è sempre stato. Grillo, invece. per lui è solo un clown. Così l’amato presidente ha fatto esattamente quello che gli chiedeva il despota mancato: ma non prima di aver sbagliato strada al quinto bivio. Quello dove avrebbe potuto tranquillamente lasciare che il parlamento andasse alla sedicesima votazione, come per Scalfaro e Pertini, o alla ventunesima, come fu per Saragat, o alla ventitreesima, come per Leone. Poteva uscirne un presidente eletto dal Pd, da Vendola e da Grillo, finalmente un uomo contro Berlusconi. Invece no. Bisognava proclamare l’emergenza nazionale alla sesta votazione, additare lo sfacelo del Pd, come se la Dc fosse in sfacelo quando si accoltellavano i suoi capi per far fuori Andreotti o Forlani.

Non c’è salvezza senza Berlusconi! Solo Napolitano l’ha capito! Un coro di ottenebrati e di furfanti si levò nel profondo della notte. L’amato presidente poteva veramente fare a meno di prestarsi a quel gioco desolante.
E invece no, si è sacrificato, poverino. E il bello è che si è sacrificato davvero, perché non aveva proprio nessun desiderio di rischiare di morire al Quirinale. La cosa più triste è che non c’è stata ombra di arroganza o di ambizione o di attaccamento al potere in questa scelta di Napolitano: c’è stata solo l’incapacità di comprendere. Di comprendere, in particolare, che cosa rappresenti Berlusconi.

E così ci ritroviamo col governo Letta, dopo aver sbagliato strada al sesto bivio, sempre grazie al vigile Napolitano, conclamato salvatore della patria. Perché al sesto bivio si doveva scegliere: o fare un governo d’emergenza, con l’unico proposito di fronteggiare la crisi finanziaria e andare alle nuove elezioni dopo la riforma elettorale, oppure fare un pateracchio spaventoso, infilando fra gli improbabili propositi una bella riforma costituzionale, di cui nessuno sentiva il bisogno se non Berlusconi e i suoi ciechi aiutanti del Pd. Diretta a rafforzare i poteri del governo, incatenare l’odiato parlamento, e mettere il potere nelle mani di chi ha tutte le qualità per farsi eleggere, fra cui le sue belle televisioni, e nessuna di quelle che servono per governare secondo i principi di uguaglianza, fratellanza e libertà proclamati due secoli or sono dalle menti migliori dell’Occidente e consacrati nella nostra Costituzione. E tutto ciò col beneplacito di Renzi, che forse sogna di fare lui il despotino, senza accorgersi che gli manca qualcosa, e non solo le tre televisioni.

Ce n’è abbastanza per parecchia desolazione. E magari per un  po’ d’indignazione, se non siamo del tutto ottenebrati. Ma attenti: c’è fuoco sotto le ceneri, non disperiamo, questa riforma non andrà lontano, questi signori non l’avranno vinta.
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