Cambiare?

di Francesco Baicchi - 29/11/2016

La parola magica è cambiare’.

Cambiare perché da troppo tempo si aspetta di cambiare.

Cambiare perché se non si cambia ora non si cambia più.

Cambiare perché è meglio di niente.

Cambiare anche se si sbaglia, perché tanto poi si ricambia.

In queste ultime ore di campagna referendaria quasi tutte le motivazioni con cui inizialmente i nuovi ‘costituenti’ avevano giustificato il ddl Verdini-Boschi sono cadute di fronte alla evidenza dei fatti: la ‘riforma’ non abbatte sensibilmente i ‘costi della politica’, non accelera in modo significativo i tempi di approvazione delle leggi (accelerazione di cui le vittime della riforma Fornero o del Job’s Act non sentivano certo la necessità), non risolve il problema del rapporto stato/regioni, non riduce le complessità della ‘burocrazia’, alla quale la ‘riforma’ non fa cenno, eccetera.

Così si è aperta la caccia a nuove ‘narrazioni’ e soprattutto al mito del ‘cambiamento’ a tutti i costi. Un cambiamento che sfugge alla definizione di ‘revisione’ (cioè di aggiornamento o  miglioramento del testo precedente), unica prevista all’articolo 138,  e costituisce una vera e propria riscrittura degli equilibri fondamentali su cui è fondata la Repubblica.

Proprio per la loro improvvisazione è appena il caso di intervenire sui singoli temi, ma cito alcuni degli ultimi: con la ‘riforma’ tutti saremo curati meglio e allo stesso modo. Affermazione che, se presa sul serio, sarebbe causa di enormi preoccupazioni, perché la fissazione di standard uniformi per tutte le regioni non comporta certo (speriamo) l’imposizione di ‘massimi’, ma solo di minimi. Quindi continueremmo ad avere regioni (o addirittura ASL) impegnate a fornire assistenza sanitaria di avanguardia e altre che si attesterebbero, appunto, sui ‘minimi’ obbligatori. A meno che si intenda, fissando livelli massimi per le strutture pubbliche, favorire spudoratamente i centri di cura privati.

Per passare dalle ‘promesse’ alle minacce, sentiamo anche dire che se venisse bloccata la ‘riforma’ fallirebbero le banche. Al di là della evidente assurdità, sembra piuttosto la ricerca di un alibi per gli amministratori (di nomina in genere politica) che sono i veri responsabili di dissesti già in corso.

Non c’è dubbio che in questo Paese sia necessario cambiare qualcosa: l’Italia del 2000 non corrisponde certo alla visione che ne avevano i Costituenti del 1948: un Paese pacifico, meritocratico, legalitario, solidale, ben gestito.

La domanda che dobbiamo porci è cosa cambiare. Cioè cosa non ha funzionato del mirabile disegno del ’48?

Perché scaricare tutta la responsabilità sul sistema istituzionale fa pensare piuttosto a un calciatore che non riuscendo a fare goal, si lamenta per le dimensioni della porta avversaria.

Così aver bloccato il Paese per due anni a discutere dello stravolgimento della nostra Costituzione, aver creato una spaccatura che sarà comunque difficile da recuperare (e nuoce alla nostra credibilità internazionale), sembra più che altro il tentativo di nascondere  il fallimento di una classe dirigente che rimane ampiamente presente nello schieramento dei ‘riformatori’.

Allora forse dovremmo proprio cambiare il ‘giocatore’ cioè i gruppi dirigenti dei partiti, che, visti   i risultati degli ultimi trenta anni, ma anche di questi ultimi mesi, si sono rivelati inadeguati.

Ma in realtà cosa cambierebbe, di fatto, nella sciagurata ipotesi dell’entrata in vigore della ‘riforma’?

Innegabilmente la ‘riforma’ ottiene l’effetto di ampliare a dismisura il potere del governo e del suo ‘capo’, ma soprattutto fa passare l’idea che una costituzione possa essere cambiata e adattata alla situazione contingente e alle esigenze dalla maggioranza politica del momento, come una qualunque legge ordinaria. Conseguenza questa dei numerosi espliciti rinvii, su temi rilevanti, a norme future (non delineate, né vincolate nei tempi) o ai regolamenti parlamentari.

Non è infondato pensare quindi che in realtà nel nostro ordinamento verrebbe proprio a mancare una Costituzione intesa come fonte primaria del diritto, indisponibile alla maggioranza del momento (qualunque essa sia), garanzia di legalità e quindi difesa dei cittadini dai possibili eccessi dell’esecutivo, anche se legittimo, e della stessa maggioranza parlamentare (come temeva già Tocqueville nella sua ‘Democrazia in America’).

Allora forse il quesito scritto sulla scheda che ci verrà proposta il 4 dicembre dovrebbe essere modificato in ‘Volete rinunciare a una Costituzione che, nel bene e nel male, ha garantito la democrazia negli ultimi 70 anni?’. O preferite evitare quel salto nel buio che i Costituenti del ’48 si forzarono di impedire trovando una mediazione di altissimo livello fra le aspirazioni di culture diverse, ma tutte sinceramente democratiche?

Quando andremo a votare il 4 dicembre cerchiamo di dare una risposta a questo, che è il vero quesito.

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