La grande strategia

di Francesco Baicchi - 25/02/2014
Solo sulla volontà di stravolgere la nostra Costituzione, Renzi è stato inequivocabile

Gli interventi di ieri di Matteo Renzi al Senato non possono non far nascere dubbi sui suoi reali obiettivi e sulla strategia per realizzarli. Dubbi che tutti dovrebbero augurarsi infondati, nell'interesse del nostro Paese.

Al di là delle singole affermazioni, l'atteggiamento complessivo è apparso quasi provocatorio, come se volesse prendere le distanze dai Parlamentari ai quali in realtà chiedeva la fiducia.

Sarebbe però ingeneroso pensare che si sia trattato di una ingenuità. In realtà Renzi sapeva che il voto in suo favore era già sicuro, qualunque cosa dicesse, e dunque ha usato la formidabile tribuna che gli veniva offerta per consolidare piuttosto la sua immagine personale, parlando, con grande disinvoltura, più agli elettori che ai Senatori.

Renzi sa benissimo, nonostante le dichiarazioni trionfalistiche, che l'impresa di conservare l'appoggio dei suoi alleati di centrodestra (compreso Berlusconi) e contemporaneamente non perdere credibilità verso sinistra sarà tutt'altro che facile, nonostante la grande disponibilità mostrata ad accogliere le richieste di Alfano e Berlusconi, e che la vittoria alle primarie (peraltro assai discusse) che costituisce la sua unica legittimazione non gli garantisce il sostegno convinto di tutto il suo partito (e nemmeno una stabile base popolare).

Allora forse è legittimo pensare che in realtà Renzi stia semplicemente crcando di assumere il ruolo di rappresentante di quella 'società civile' che si contrappone sempre più nettamente alla 'casta', per consolidare una base di consenso personale.

Gli indizi potrebbero essere numerosi: il riferimento ai 'colleghi sindaci', il rifiuto anche a livello di immagine di certi formalismi, la critica non sempre velata sulla mancanza di concretezza del lavoro parlamentare; la stessa mancanza di indicazioni sulle risorse necessarie a realizzare il suo programma.

Non credo di essere stato l'unico a correre involontariamente con la memoria a un altro famoso discorso, quello della 'aula sorda e grigia' di cui si potrebbe fare un 'bivacco per manipoli' nel caso in cui non si piegasse a una volontà popolare che si pretende di rappresentare. Naturalmente il confronto regge solo sul piano della forma, ma non possiamo ignorare che il disprezzo per le Istituzioni democratiche interpretate come vincolo al libero dispiegarsi del potere che si vorrebbe discendere da una investitura plebiscitaria è una costante del populismo nazionale, e viene incontro proprio a quella dilagante disaffezione che è inevitabile dopo anni di malgoverno.

D'altronde non è possibile ignorare che ci stiamo avvicinando a un livello di astensionismo pari al 50% dell'elettorato potenziale, e che autoinvestirsi della sua rappresentanza sarebbe strategicamente una grande 'furbata'.

L'aspetto più preoccupante rimane però la debolezza delle proposte concrete, dato che l'intervento si è limitato prevalentemente a indicare obiettivi, senza spiegare come si intende realizzarli.

In compenso il neo-presidente ha ribadito i tempi per la approvazione di una riforma elettorale che quasi tutti i costituzionalisti considerano assurda e perfino inefficace, quando addirittura inapplicabile, abbinandola alla promessa della abolizione del Senato per ridurre i 'costi della politica', ennesimo specchietto per le allodole.

Infine la promessa/minaccia di concludere la legislatura alla sua scadenza naturale, che ignora completamente il problema della dubbia legittimità di un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale, cui si vorrebbe assegnare il compito di riscrivere le regole su cui è fondata la nostra Repubblica, per piegarle alle esigenze di autoconservazione degli attuali partiti.

Perché solo sulla volontà di stravolgere la nostra Costituzione, Renzi è stato inequivocabile,

e potremmo essere tentati di pensare che questo sia il vero compito che gli è stato assegnato da chi lo ha voluto a Palazzo Chigi.

Se questo è il vero programma, non possiamo che augurarci che i cittadini cui si è rivolto, diversamente da quanto è accaduto nel Senato dei 'nominati', trovino il modo di esprimere forte e chiaro il loro dissenso.

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