Non sarebbe la nostra Costituzione

di Francesco Baicchi - 26/07/2014

Per il numero degli articoli e la eterogeneità degli argomenti toccati la 'riforma' costituzionale che l'anomala maggioranza PD-Forza Italia sta cercando istericamente di imporre non può essere considerato una modifica o un 'aggiornamento' della Carta del 1948, ma piuttosto una Costituzione complessivamente nuova.

Se poi consideriamo la legge elettorale già approvata dalla Camera nonostante la sentenza n.1/2014 della Consulta, l'annunciato attacco alla autonomia della Magistratura e la previsione di un nuovo passo verso il presidenzialismo, il nostro sistema istituzionale risulterebbe totalmente sconvolto.

Tutti i costituzionalisti (o 'professoroni') hanno già analizzato questa che è stata correttamente definita 'svolta autoritaria'.

Il sostegno a questo progetto del Presidente della Repubblica, che forse a causa della anomalia della sua riconferma ha perso di vista le funzioni che gli sono assegnate dall'articolo 87 e soprattutto il vincolo contenuto nell'articolo 91 della Costituzione vigente, non lo legittima.

La pretesa di limitare in termini assurdi il dibattito sul ddl costituzionale 1429, frutto dell'accordo segreto e extra-istituzionale fra il segretario del PD e un condannato, dichiarato indegno di sedere in Parlamento e capo di un partito infarcito di corrotti e corruttori, ci pone al di fuori dei sistemi democratici.

Nonostante l'ossessiva campagna mediatica e la pappagallesca ripetizione di slogan e minacce da parte del presidente del Consiglio e dei suoi modesti collaboratori, non esiste motivazione valida per l'imposizione di limiti al dibattito parlamentare e al diritto di dissenso da parte dei cittadini più responsabili e informati. Solo il disperato arroccamento di una classe politica autoreferenziale e cooptata può nascondere la contraddizione fra l'imposizione di una scadenza ravvicinata e la dichiarazione di voler rimanere in carica per l'intera legislatura, quindi fino al 2018.

Appare ormai evidente che le 'riforme' istituzionali servono solo a nascondere l'incapacità o la non volontà di affrontare i veri problemi del Paese: corruzione, criminalità, evasione fiscale, conflitti di interesse di vario genere, e che gli obiettivi economici e di efficienza che le dovrebbero giustificare sono ottenibili con altri strumenti giuridici ordinari.

Su questo piano grave è la responsabilità di chi non ha saputo ripristinare un effettivo pluralismo della informazione, specialmente televisiva, condizione essenziale perché i cittadini possano maturare fondatamente le loro scelte politiche. Solo così può giustificarsi il silenzio attuale di quei milioni di elettori che nel 2013 hanno votato il Partito Democratico, consentendogli fra l'altro di ottenere la maggioranza alla Camera, su un programma che la politica attualmente portata avanti dal suo segretario contraddice ampiamente.

Subiamo oggi le conseguenze della tolleranza mostrata negli ultimi anni verso il progressivo allontanamento dalla lettera e dalla prassi costituzionale repubblicana: la trasformazione dei partiti politici in comitati d'affari con funzioni esclusivamente elettorali, l'esaltazione del bipolarismo (o meglio bipartitismo, come oggi vediamo), le tentazioni presidenzialistiche contenute anche nella riforma del 2001 del Titolo V (per i presidenti di regione, intanto), la violazione strisciante dell'articolo 92 Cost. con l'inserimento di fatto sulla scheda elettorale del nome del candidato capo del governo; soprattutto l'approvazione delle leggi ad personam e del 'porcellum', che solo la Corte Costituzionale è riuscita a cancellare, eccetera.

Perfino la generale accettazione di una terminologia impropria a conferma del dilagare della sottocultura berlusconiana avrebbe dovuto evidenziare le premesse della 'svolta', che erano visibili a tutti e su cui in molti hanno provato a richiamare l'attenzione.

La banalizzazione del valore della Carta Costituzionale, trattata come un comune decreto legge da approvare a colpi di fiducia, rappresenta l'ultimo passo verso la negazione della cultura laica e democratica e il primo verso nuove forme di monarchia elettiva.

Oggi è necessario è riaffermare che questo Parlamento di nominati grazie a una legge incostituzionale non è legittimato a scrivere una nuova Costituzione, che per definizione rappresenta il patto fondativo della convivenza di una nazione e garantisce i cittadini dagli abusi del potere, e dichiarare che non riconosceremo la validità di una Costituzione imposta con metodi inaccettabili e senza la verifica del consenso di una ampia maggioranza dei cittadini e delle cittadine di questo Paese.

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