INTERVISTA A GIAN CARLO CASELLI

di CittàInsiemeGiovani - Catania - 28/09/2009
La lotta al terrorismo e alla mafia hanno conosciuto un loro momento magico, un "effetto biennio" durante il quale si registrò un impegno di tutti volto ad affrontare in maniera produttiva ed efficace i fenomeni sopraccitati. Con riferimento alla mafia, in quale momento ci troviamo adesso?

Per quanto riguarda il terrorismo vorrei precisare che l'“effetto biennio” per fortuna non si è circoscritto a biennio stesso ma si è protratto fino alla sconfitta di quel terrorismo storico (brigate rosse) di allora e prima di allora. Per quanto riguarda la mafia effetto bisogno cosa significa? Significa che quando l'attacco della violenza carnale mafiosa supera una certa "asticella" - esprimiamoci in questo modo - allora lo Stato reagisce, e delega alle forze dell'ordine e alla magistratura interventi affinché la violenza mafiosa sia riportata ben sotto l'asticella. E allora forze dell'ordine e magistratura hanno il sostegno delle forze politiche, delle istituzioni, della società civile; ed è un sostegno forte, robusto, che però dopo un biennio di solito tende a declinare. È successo a Falcone e Borsellino,  è successo dopo le stragi del ’92 e succede quando, dopo esserti occupato doverosamente dei mafiosi di strada, cominci ad occuparti altrettanto doverosamente delle cosiddette “relazioni esterne”. Complicità con pezzi - guai a generalizzare - della politica, delle istituzioni, della cultura, dell'informazione, dell'economia, della finanza, della stessa società civile. E allora ecco quel che stava andando bene subisce dei rallentamenti, addirittura delle interruzioni traumatiche, oppure una strada - come nel caso delle associazioni antimafia dopo le stragi del '92 – che da "pianeggiante” si fa in salita e quindi il traguardo si allontana.

L' "attivismo culturale" riveste una notevole importanza nel contrastare la mafia. Sembra comunque che una notevole parte del mondo politico-istituzionale abbia messo in un cassetto questo strumento... Pensa tornerà utile solo in seguito ad un altro exploit gangsteriano?

La domanda, vuole una risposta sabbatiana. Il primo piano è quello dell'importanza dell'antimafia e della cultura intrecciata combinata con l’antimafia della repressione e l'antimafia dei diritti. L'antimafia della repressione - se vogliamo essere ancora più brutali, delle manette - è quella che compete alle forze dell'ordine e alla magistratura. L'antimafia dei diritti è quella che lavora perché alcuni diritti, i diritti fondamentali di chi vive in un determinato territorio siano soddisfatti. Casa, lavoro, assistenza economico-sanitaria. Perchè se questi diritti non sono soddisfatti sono intercettati dal boss di quel territorio che li trasforma in favori che elargiscono in cambio di qualcosa: complicità, omertà, connivenza, accettazione rassegnata e passiva della supremazia mafiosa. E allora se non c'è anche l'antimafia dei diritti, come diceva il generale Dalla Chiesa, sarà difficile che i cittadini da sudditi della mafia si trasformino in alleati dello Stato e quindi la lotta alla mafia si fa più complicata. Poi ci vuole anche l'antimafia della cultura: agenzie di formazione e  informazione, Chiesa, scuola, media, devono approfondire questi temi, non farne soltanto oggetto di cronaca nera, il fattaccio che necessariamente deve essere trattato. Inchieste di mafia, perché la mafia è oggi un potere economico. Ecco, di solito questo approfondimento è successivo a un fatto gangsteristico che scuote le nostre coscienze. L'antimafia anche dal punto di vista dell'approfondimento culturale del giorno dopo. Ecco, speriamo che non ci sia mai più un giorno dopo e che si recuperi una capacità di sviluppare un'antimafia della cultura degna di questo nome.

Con la creazione del pool di Torino, la macchina giuridica ha dimostrato di essere in grado di mettere in piedi in piena autonomia un efficace strumento (apprezzato anche all'estero) per contrastare il terrorismo prima e la mafia poi. In questo modo sopperiva alle "incertezze" dello Stato. Oggi sarebbe possibile ripetere un simile espediente, ovvero sarebbe possibile per la macchina giuridica creare in piena libertà utili strumenti di contrasto alla criminalità? O soffrirebbe le "invasioni di campo" del mondo politico?

“Pool” significa specializzazione e centralizzazione. Questi parametri ingenti di lavoro, d’intervento investigativo-giudiziario contro ogni forma di crimine organizzato sono realtà ormai nel nostro Paese. La Procura Nazionale Antimafia, le Procure Distrettuali Antimafia, la Banca dati della Procura Nazionale Antimafia, la DIA, una polizia antimafia con competenze sull'intero territorio nazionale sono l'applicazione quotidiano di questi parametri di specializzazione e centralizzazione che cominciano con l'antiterrorismo, e che poi sono stati perfezionati e sviluppati dal pool di Falcone e Borsellino. Questi strumenti ci sono. È su alcuni versanti – come per esempio la lotta alla mafia come potere economico - che di più e di meglio si potrebbe fare con discorsi anche internazionali, paradisi fiscali ecc. Dovremmo dire davvero una infinità di cose.

In che modo le "invasioni di campo" del mondo politico  e la disinformazione minacciano i due fondamentali strumenti di contrasto (intercettazioni e collaboratori di giustizia)? Ricordiamo la riforma del 2001 per quello che riguarda i collaboratori di giustizia e quella in discussione per le intercettazioni. Qual è quindi lo "stato di salute" di questi strumenti?

Per quanto riguarda le intercettazioni bisognerà vedere come sarà in via definitiva la legge che è ancora in discussione al Senato dopo essere stata approvata dalla Camera. Si dice che nella lotta alla mafia non cambia nulla... È vero ma solo in parte, perché ci sono reati che all'inizio non sono di mafia, ma che risultano di mafia solo grazie alle intercettazioni, reati per i quali, se la nuova legge diventerà definitivamente, le intercettazioni non sono più consentite. Mi spiego: se per i reati che non sono di mafia fin dall'inizio, invece dei sufficienti indizi di reato sono necessari gli evidenti indizi di colpevolezza - cioè molto di più - bisognerà in sostanza già sapere chi è il colpevole; vuol dire che per esempio per estorsioni, bancarotta, usura, frodi fiscali, falso in bilancio non è più tanto reato, appalti pubblici truccati, turbative d'asta, tutti i reati che non sono di mafia originariamente ma che lo sviluppo delle indagini attraverso le intercettazioni molte moltissime volte porta a scoprire essere di mafia, per esperienza, non potranno più essere adeguatamente istruiti, accertati, proprio per la mancanza di questo strumento indispensabile che sono le intercettazioni. E questi sono i reati attraverso cui tipicamente si esprime, si manifesta inizialmente la criminalità economica anche di stampo mafioso. Per quanto riguarda i pentiti, è chiaro, c'è stata una prima legge, poi c'è stata una fase di lunga sperimentazione e una seconda legge. La seconda legge, sulla base di quello che si può constatare non ha prodotti gli stessi risultati della prima. Ci sono anche altri fattori che sono cambiati nel frattempo, ma la modifica della legge ha avuto il suo ruolo.

La magistratura riuscirà ad approfondire e spazzare via la parte più oscura, “diplomatica” di Cosa Nostra, rappresentato dall'intreccio di alleanze e contatti con il mondo politico-economico senza essere accusata di politicizzazione o di manie di protagonismo? Da questo punto di vista, il processo Andreotti ha rappresentato da questo punto di vista una sconfitta per la magistratura?

Per la magistratura no. Se la sentenza della Corte di Cassazione conferma che l'accusa ha avuto ragione fino al 1980, altro che sconfitta: vittoria, se dobbiamo usare questo linguaggio. Certo è che quando si toccano certi livelli la magistratura diventa un problema. Il problema non diventano più i mafiosi o i loro complici, ma i magistrati. Questo francamente non aiuta la lotta alla mafia.

C’è qualcosa, nella sua lunga e onorata carriera di magistrato, uomo dello Stato, di cui si pente e qualcosa invece che rimpiange di non aver fatto?

In quarant’anni di magistratura è inevitabile che se uno ci ripensa si vedono tante, tantissime cose che avrebbe voluto fare diversamente; però se mi "contestualizzo", se mi riporto al momento in cui ho dovuto prendere certe decisioni, magari col senno di poi ci sono stati degli errori e delle smagliature, ma francamente sarò presuntuoso ma ritengo di aver fatto sempre il mio dovere.

Grazie Dott. Caselli.

Grazie a Voi!

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