Capovolgere tutto per il clima

di Brian Tokar - traduzione di Giuseppe Volpe - znetitaly.org - 12/12/2019
I dati sui cambiamenti climatici sono noti. Sappiamo che i paesi ricchi, in particolare un piccolo gruppo di imprese transnazionali, sono i maggiori responsabili

Nella migliore delle ipotesi i risultati della Conferenza Onu di Madrid sul clima saranno modesti. Tuttavia per la prima volta abbiamo la speranza di ribaltare le cose grazie alla straordinaria mobilitazione popolare mondiale e ai conflitti locali animati da movimenti e amministrazioni locali, che lottano per bloccare la costruzione di infrastrutture relative ai combustibili fossili. “Sforzi locali di bloccare la costruzione di oleodotti e altre nuove infrastrutture sono cruciali… – scrive Brian Tokar -, così come nuove forme di organizzazione politica municipale, ampliando strutture di democrazia diretta che sfidino strutture locali di potere, e una quantità di esperimenti, grandi e piccoli, che aiutino le persone a risparmiare energia, a tagliare le pratiche di spreco e a costruire alternative controllate dalle comunità…”

Le due settimane di maratona della conferenza annuale dell’ONU sul clima sono in corso a Madrid e le aspettative del mondo forse non sono mai state più basse. L’Amazzonia sta bruciando e tempeste senza precedenti stanno infuriando in tutto il mondo, ma i diplomatici mondiali del clima continuano a conversare come se nulla fosse. Non importa che la venticinquesima Conferenza delle Parti (COP) di quest’anno per la Convenzione Climatica dell’ONU (UNFCCC) quasi non abbia avuto luogo, dopo la cancellazione dell’invito da parte del regime fascista brasiliano di Bolsonaro e sia stata quasi fatta deragliare di nuovo dai recenti disordini nelle strade di Santiago, Cile, dove era stata riprogrammata. E il tentativo di Trump di ritirare la partecipazione degli Stati Uniti non è il problema più grave.

I principali ostacoli hanno molto più a che fare con il modo in cui le emissioni di anidride carbonica, metano e altri gas che destabilizzano il clima stanno di nuovo aumentando dopo essere parse stabilizzarsi per un paio d’anni. Un numero crescente di paesi risulta far marcia indietro dalle proposte volontarie e del tutto inadeguate da loro portare al tavolo a Parigi nel 2015. E il mito di un “meccanismo di stretta” informale per incoraggiare i paesi ad accrescere costantemente l’ambizione delle loro proposte di politiche climatiche mostra scarsi segni di realismo, con ancora un anno prima che i paesi siano incoraggiati (non obbligati) a pubblicare un piano “potenziato” di riduzione delle emissioni. Naturalmente l’Accordo di Parigi non ha mezzi reali per essere fatto valere, solo certe parole riguardo a un comitato “di esperti” per affrontare l’attuazione e il rispetto mandati come “trasparenti, non antagonistici e non punitivi”. E non dovremmo dimenticare che i paesi ricchi continuano a sostenere i combustibili fossili al ritmo di 3-500 miliardi di dollari l’anno, in sussidi diretti, e dell’enormità di 5 trilioni o più di dollari, secondo la Banca Mondiale, se si tiene conto di costi ambientali e di altri costi indiretti.

Un segnale promettente è che alcune organizzazioni coinvolte nei negoziati sul clima stanno finalmente cominciando a porre la domanda: chi è realmente più responsabile delle emissioni che destabilizzano il clima? Il World Resources Institute, con sede a Washington, ha una piattaforma interattiva che ci aiuta a visualizzare le vaste disuguaglianze nelle emissioni in tutti i vari paesi. I loro diagrammi rivelano che i dieci principali paesi e regioni (la UE e considerata un’entità singola) emittenti sono responsabili di circa tre quarti (il 73 per cento) di tutte le emissioni globali e che Cina, USA e UE producono quattordici volte le emissioni dei cento paesi che emettono meno (vedasi  https://www.wri.org/blog/2017/04/interactive-chart-explains-worlds-top-10-emitters-and-how-theyve-changed). La ricerca sugli ultimi cinque anni del gruppo di Thomas Piketty a Parigi rivela che le disuguaglianze all’interno dei paesi contano quanto le differenze tra paesi diversi, oggi rappresentanti la metà della distribuzione globale delle fonti di gas serra. Prima di affrontare questi problemi in maggiore dettaglio, è necessario esaminare le più recenti tendenze delle emissioni.

Ogni anno, nell’imminenza della COP sul clima varie agenzie internazionali pubblicano i propri risultati più recenti e i rapporti di quest’anno fanno riflettere, per dire il meno:

  • I rapporti del Programma Ambientale dell’ONU che le emissioni globali di gas serra sono ora in aumento a un ritmo dell’1,5 per cento l’anno, dopo due anni di apparente stabilizzazione. Le emissioni sono in aumento in USA, Cina, India e Russia, tra gli emittenti maggiori, e si sono stabilizzate nella UE dopo alcuni anni di apparente declino. I paesi più influenti del G20 sono responsabili del 78 per cento dell’attuale inquinamento da gas serra. Mantenere il futuro aumento medio della temperatura sotto gli 1,5 gradi Celsius richiederebbe oggi riduzioni delle emissioni del 7,6 per cento ogni anno, superiori a quelle che hanno accompagnato la Grande Recessione del 2007-08 negli USA e in Giappone.
  • Le proiezioni dell’Istituto dell’Ambiente di Stoccolma circa la produzione di combustibili fossili rilevano che, nel prossimo decennio, i paesi stanno programmando di produrre più del doppio della quantità che sarebbe coerente con un aumento della temperatura di 1,5 gradi, tra cui circa tre volte tanto carbone quanto consentirebbe il percorso agli 1,5 gradi. Paesi come Australia e Cina continuano a esportare carbone e tecnologie dipendenti dal carbone in tutta l’Asia meridionale e orientale, anche se l’energia solare ed eolica è già più economica delle nuove centrali elettriche a carbone e presto costerà meno che continuare ad alimentare le centrali a carbone Pare che la continua redditività dei combustibili fossili conti tuttora molto più dell’efficienza economica, per non dire della salute ambientale.
  • Un gruppo internazionale di scienziati ha scritto la scorsa settimana su Nature che i vari punti critici circa i quali gli scienziati avevano avvertito sono molto più interconnessi di quanto la maggior parte delle persone si renda conto e che “effetti a cascata” appaiono sempre più probabili. La perdita delle calotte di ghiaccio dell’Artico e dell’Antartide muove il rallentamento delle correnti atmosferiche che dirigono la Corrente del Golfo e altre caratteristiche mediatrici del clima, il che a sua volta influisce sul prosciugamento delle foreste pluviali globali, sull’indebolimento dei monsoni asiatici, il riscaldamento dell’oceano e alla fine una perdita ancor più rapida del ghiaccio. L’anidride carbonica atmosferica, scrivono, è già a livelli visti l’ultima volta quattro milioni di anni fa e sta approssimandosi a livelli associati all’Eocene, circa cinquanta milioni di anni fa, quando le temperature erano in media di 14 gradi centigradi (25 gradi Fahrenheit) più elevate che non la nostra base preindustriale e solo i mammiferi più piccoli erano apparentemente in grado di prosperare.

L’effettiva esperienza delle persone di disastri collegati al clima, anche all’attuale 1 grado sopra i tempi preindustriali, preannuncia tempi orribili a venire se le emissioni non potranno essere tagliate e il clima alla fine stabilizzato. E ogni disastro collegato al clima negli USA e in Europa è moltiplicato molte volte nel Sud globale, da inondazioni e tifoni devastanti che colpiscono milioni di persone nell’Asia meridionale, a ondate di siccità e fame che si sono estese attraverso vasti tratti dell’Africa orientale e meridionale, del Medio Oriente e dell’America Centrale. Essi a loro volta hanno contribuito a guerre civili e crescenti ondate di profughi, nonché a confini sempre più militarizzati qui negli USA e in parti dell’Europa. Sappiamo anche che le azioni che il mondo intraprende, o manca di intraprendere, oggi non determineranno soltanto la dimensione dei futuri impatti climatici, ma anche se tali impatti persisteranno per alcune generazioni o letteralmente per migliaia di anni.

Dunque che cosa sappiamo circa quali siano i maggiori responsabili dell’anidride carbonica e di altri gas serra che stanno destabilizzando il clima della terra? Diverse organizzazioni e gruppi di ricerca hanno cercato di gettare luce su questa domanda nel corso dello scorso decennio, o giù di lì:

  • Nel 2008 la Banca Mondiale ha pubblicato un diagramma che ha individuato le quote di consumo globale – un dato che correlato strettamente con i livelli di emissioni – per ricchezza individuale. È stato stabilito che il dieci per cento più ricco degli individui di tutto il mondo era responsabile del 59 per cento del consumo di risorse e la metà più povera del mondo era solo responsabile di circa il sette per cento. Ciò è stato pubblicato la prima volta per i non addetti ai lavori in un articolo del 2013 della Monthly Review di Fred Magdoff.
  • Ricercatori dell’Oxfam hanno dimostrato che il dieci per cento più ricco della popolazione globale era responsabile, a tutto il 2015, del 49 per cento delle emissioni individuali di gas serra, a sua volta quasi due terzi delle emissioni globali, con lo sviluppo di infrastrutture e di altre opere pubbliche rappresentante il restante terzo. Per contro gli abitanti della metà più povera del mondo sono responsabili solo del dieci per cento di tutte le emissioni, con l’un per cento più ricco che emette 175 volte per persona più del dieci per cento più povero. Sudafrica e Brasile hanno il più vasto “divario di emissioni” tra il dieci per cento più ricco e la metà più povera della popolazione.
  • Una collaborazione tra la rete internazionale di servizi agli investitori CDP (in origine Carbon Disclosure Project) e l’Istituto per la Responsabilità Climatica, con sede in Colorado, ha esaminato documenti storici per documentare più di 150 anni di emissioni di anidride carbonica e metano da parte di 100 singole società, più otto che non esistono più, rappresentanti il 71 per cento delle emissioni industriali attuali e il 62 per cento di tutti i gas serra dal picco della Rivoluzione Industriale. Le venti emittenti maggiori – tra cui grandi imprese petrolifere come Chevron, ExxonMobil e BP, assieme a imprese statali in Arabia Saudita, Russia, Iran e altri paesi – sono responsabili del 29,5 per cento di tutte le emissioni storiche e le dieci maggiori imprese private sono state responsabili di quasi il 16 per cento. Oggi, in parte a causa della separazione di imprese russe e cinesi già centralizzate, cinquanta entità sono responsabili della metà di tutte le emissioni industriali.
  • Ricercatori in Cina e in Europa hanno cercato di documentare le discrepanze nel conteggio delle emissioni dovute al commercio internazionale. Uno studio dell’agenzia cinese per la pianificazione macroeconomica è stato probabilmente il primo a quantificare il “saldo delle emissioni” dei vari paesi pesando le emissioni delle loro esportazioni e importazioni. Ricercatori europei hanno documentato un aumento di quattro volte di trasferimenti di emissioni nette dai paesi in via di sviluppo ai paesi sviluppati tra il 1990 e il 2008. Hanno scoperto che più di un quarto (il 26 per cento) delle emissioni globali a tutto il 2008 era derivato dalla produzione di beni e servizi scambiati. Questo consente a paesi come il Regno Unito, con elevati livelli di consumo pro capite, di riferire emissioni nazionali in declino all’IPCC e alle agenzie dell’ONU, anche se emissioni collegate ai consumi continuano ad aumentare. Lucy Baker, dell’Università del Sussex ha sintetizzato la conclusione logica di tali studi: “i paesi ricchi hanno in larga misura esportato o esternalizzato la loro crisi climatica ed energetica a paesi a basso e medio reddito, deliberatamente o in altro modo”.

Tali risultati confermano il messaggio forte dei promotori della giustizia climatica di tutto il mondo che profondi cambiamenti strutturali del sistema economico sono necessari per affrontare in modo significativo la crisi climatica in espansione. Il mito persistente che siamo tutti ugualmente responsabili non regge all’esame e soluzioni climatiche significative necessitano di contrastare il potere dell’industria, la disuguaglianza economica e altre ingiustizie sociali, affrontando le radici sistemiche dell’attuale dipendenza dai combustibili fossili.

Le reazioni più promettenti alla crisi climatica non provengono dalle agenzie dell’ONU e da governi nazionali, bensì piuttosto emergono da sforzi popolari, di base di opporsi al continuo sviluppo di combustibili fossili e altre forme di accelerata estrazione di risorse, e anche di costruire alternative locali che possano contribuire a ispirare e agevolare sforzi affini in tutto il mondo. Più di 2.500 città di tutto il mondo hanno sottoposto all’ONU piani per ridurre le proprie emissioni di gas serra, frequentemente in conflitto con proposte molto più caute dei propri governi, e ben oltre 9.000 amministrazioni comunali hanno aderito alla Convenzione Globale dei Sindaci per rafforzare i loro impegni all’azione climatica. Mentre città statunitensi hanno sfidato l’amministrazione Trump dichiarandosi rifugi per profughi e migranti, molte stanno anche facendo progredire le reazioni climatiche più significative.

Sappiamo che anche le storiche leggi ambientali dei primi anni Settanta non furono semplicemente fatte calare dall’alto. Furono, piuttosto, il risultato di un’ondata di mobilitazioni popolari che condussero a diffuse misure e cause legali statali e locali antinquinamento in tutti i tardi anni Sessanta; alla fine di tale decennio interessi industriali manifestarono una chiara preferenza per regole nazionali uniformi rispetto a un mosaico di misure locali sempre più restrittive. Forse quello è il nostro percorso migliore oltre gli ostacoli a le politiche climatiche significative negli USA (un dialogo internazionale di vasta portata dalla scorsa estate sul potenziale di reazioni locali a problemi globali è documentato su https://greattransition.org/gti-forum/thinking-globally-acting-locally). Forse un conflitto intensificato tra valori ambientali locali e strutture centralizzate di potere è la chiave per un cambiamento duraturo, come proposto da Murray Bookchin nei suoi scritti fondamentali sull’ecologia sociale e il municipalismo confederale negli anni Ottanta e Novanta. Sforzi locali di bloccare la costruzione di oleodotti e altre nuove infrastrutture relative ai combustibili fossili sono cruciali per una visione simile, così come nuove forme di organizzazione politica municipale, ampliando strutture di democrazia diretta che sfidino strutture locali di potere, e una quantità di esperimenti, grandi e piccoli, che aiutino le persone a risparmiare energia, a tagliare le pratiche di spreco e a costruire alternative controllate dalle comunità.

I risultati degli attuali colloqui di Madrid sono difficili da predire in dettaglio, ma molto probabilmente assisteremo a una serie di passi modesti, graduali per attuare varie previsioni del già inadeguato Accordo di Parigi. Con una nuova generazione di attivisti nelle strade che chiedono interventi climatici più seri e che reclamano giustizia climatica, possiamo star assistendo agli inizi di un movimento che possa alla fine capovolgere le cose.

Le probabilità sono incerte e ogni anni di inazione climatica su scala globale riduce tali probabilità, ma è più necessario che mai sostenere una speranza che l’umanità possa unirsi nel rigettare le false scelte imposte dalle nostre istituzioni politiche ed economiche e sposare il potenziale di una qualità migliorata della vita oltre il capitalismo alimentato dai combustibili fossili. Forse possiamo addirittura cominciare a realizzare il sogno di un comunità globale di comunità liberate e realmente interdipendenti. Il futuro della vita sulla terra può dipendere dalla nostra capacità di fare esattamente questo.

Brian Tokar è un insegnante, vive nel Vermont (Usa) e si occupa di clima. È autore di Toward Climate Justice (New Compass, 2014) e il suo nuovo libro, una raccolta internazionale intitolata Climate Justice and Community Renewal (curata con Tamra Gilbertson) sarà pubblicato da Routledge la prossima primavera. Parti di questo testo sono estratte dall’introduzione al libro.

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