FRIDAYS FOR FUTURE AL CROCEVIA?

di Guido Viale - 09/04/2019
Fino a che Friday for future non si sarà moltiplicato per cento, non c’è da aspettarsi niente

Quanto ha inciso la comparsa mediatica di Greta Thunberg sulle scelte dei politici italiani, europei e mondiali? Encefalogramma piatto; omaggi frettolosi e formali; programmi e sproloqui di chi è convinto che l’unico problema vero resti “la crescita”. Da loro, fino a che Friday for future non si sarà moltiplicato per cento, non c’è da aspettarsi niente. Ragazze e ragazzi dovranno cavarsela da soli; insieme agli scienziati che ne hanno innescato i timori – anzi, il “panico” – e ai (pochi) genitori e nonni disposti ad ascoltarli. Per crescere Friday for future dovrà organizzarsi, e lo sta facendo; ma dovrà anche discutere e decidere che cammino percorrere. Ha di fronte due vie alternative, entrambe estranee, per ora, alla dialettica che si svolge tra le forze politiche ufficiali.

La prima è la via rivendicativa: mettere a punto una piattaforma che rispecchi l’entità e soprattutto i tempi strettissimi delle misure necessarie a evitare la catastrofe, sostenendole con mobilitazioni sempre più estese, articolate e radicali, e negoziare con le autorità perché le adottino. Ma quali autorità? Nessuna sembra avere più il potere di realizzare radicali cambi di rotta: le autorità scolastiche sono schiacciate dai regolamenti; ai Comuni mancano i fondi (il che non impedisce loro di imbarcarsi in imprese sciagurate come le Olimpiadi); il Governo è prigioniero del debito e di “autorità” sovranazionali che continuano a minacciarci la fine della Grecia; il Parlamento europeo non conta nulla; Commissione e BCE sono in mano alla finanza mondiale; e la finanza mondiale, chi è? Se gli operai non hanno più di fronte solo un padrone con cui aprire e chiudere una vertenza, ma un intero sistema, sempre più anonimo, che può chiudere, delocalizzare, licenziare quando vuole, neanche la rivendicazione di una svolta radicale che mobilita tante ragazze e ragazzi ha una vera controparte con cui negoziare.

La seconda via è costruttiva: si comincia con le cose che si è in grado di fare là dove la propria iniziativa può arrivare: nella scuola, nel condominio, nel quartiere, nella città. Occorre capire che cosa serve per promuovere lì quella svolta: in termini di conversione energetica, di cambio dell’alimentazione – e dei rapporti con chi produce il cibo, come fanno i Gruppi di acquisto solidale, vero modello di chi antepone il fare al rivendicare – di mobilità, edilizia, salvaguardia del verde e della biodiversità, recupero di scarti e rifiuti, ecc. Poi si progettano quei cambiamenti: all’inizio in termini generali, cercando l’aiuto di tecnici disponibili e coinvolgendo quante più persone possibile, compresi, se si può, Comuni, associazioni, parrocchie, sindacati, ecc. Muovendosi lungo questa via, la controparte non tarderà a farsi sentire. Il movimento NoTav della Valdisusa è diventato un caso nazionale non solo per aver detto No a un’opera sciagurata – anche e soprattutto per il clima – ma perché ha studiato il progetto, ne ha mostrato l’assurdità, ha avanzato proposte diverse, ha costruito informazione, partecipazione e iniziative sociali ed economiche alternative: per questo le controparti si sono subito fatte vive. Fin troppe: politici, imprese, media, Procura e sindacati: tutti in marcia verso il disastro climatico. Agli operai licenziati della Maflow (ora Rimaflow) di Trezzano è stata chiusa e delocalizzata la fabbrica portando via i macchinari. Ma loro non si sono limitati a chiedere riassunzione, intervento dello Stato, un nuovo padrone: non li avrebbero ottenuti. Hanno occupato quei locali vuoti riempiendoli di nuove attività: botteghe artigiane, studi legali, impianti di riciclo, fiere, feste, incontri, coinvolgendo migliaia di persone e diventando un caso nazionale. Per cercare di fermarli è intervenuta la magistratura con accuse infami quanto infondate. Come a Riace. Lì, di fronte centinaia a di profughi sbarcati nella notte sulla spiaggia il sindaco non ha rivendicato solo un sistema migliore di accoglienza: lo ha inventato e costruito insieme ai compaesani e ai nuovi ospiti; anche qui la controparte si è subito fatta viva; con Salvini e una magistratura complice. In questi casi, e in tutti quelli simili, la partita ora si gioca in termini di mobilitazione. Certo, i loro avversari sono ancora molto forti e nel nostro caso, le mummie cieche e sorde ai cambiamenti climatici lo sono ancor di più. Ma così diventa chiaro chi c’è da una parte e chi dall’altra; e costruzione e rivendicazione marciano insieme.

Friday for future si trova di fronte altri quattro dilemmi. Primo: conciliare una visione globale, quella degli scienziati del clima, con pratiche e mobilitazioni locali su progetti concreti. Due: unire la dimensione ambientale e quella sociale: perhé a subire le conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici sono i poveri della Terra, a partire dai migranti scacciati dai loro paesi da siccità, alluvioni e disastri ambientali; ma anche gli abitanti dei quartieri più esposti all’inquinamento sono sempre i più poveri. Poi, bloccare uso dei fossili e produzione di CO2 vuol dire chiudere in pochi anni impianti, fabbriche e progetti che impiegano milioni di lavoratori. Non si può farlo senza offrir loro, con la conversione ecologica, un impiego alternativo: più sano, più utile e più soddisfacente. E’ un passaggio che non si può lasciare ai Governi: deve coinvolgerci tutti, a partire, e non è facile, dai lavoratori interessati. Tre: scienza e politica. Gli scienziati negazionisti sono ormai una sparuta (e ben retribuita) minoranza; ma quelli che lavorano a far progredire il disastro climatico sono ancora un esercito. Per esempio, la senatrice Cattaneo: che mette quello che sa, e anche quello che non sa, a disposizione della lotta contro l’agricoltura biologica, a favore di quella industriale: una delle principali fonti di gas serra, oltre che di malattie mortali. Ma i saperi degli scienziati consapevoli devono essere tradotti in pratica: compito che non può essere delegato a politici e industriali. Se ne devono far carico, in termini progettuali e in modo condiviso, tutti coloro che sono impegnati in questa lotta. Che saranno sempre di più, perché il cambiamento climatico non darà tregua, con effetti sempre più pesanti. Ultimo: non dar credito scientifico all’economia: è una disciplina che continua a tradurre tutto in denaro, in prezzi: l’esempio più grottesco è l’analisi costi-benefici del TAV, che non calcola i costi della devastazione di una intera comunità e quelli del contributo di quel progetto all’apocalisse climatica. Ovvio: non hanno prezzo.

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