I diritti della Natura e la libertà

di Alberto Acosta - comune-info.net - 29/03/2022
Nel pieno dell’attuale collasso climatico ed ecologico, è tempo di comprendere la Natura come una condizione fondamentale della nostra esistenza e quindi anche come base dei diritti di libertà, collettivi e individuali

“La piena incorporazione della natura al Diritto come soggetto sarà raggiunta, senza dubbio, solo gradualmente; per ora basta considerarlo come un traguardo che indicherà la direzione da seguire”
(Godofredo Stutzin (1984), ecologista cileno [1917-2010])

I primi testi proposti sui diritti della natura nella Convención Constitucional cilena non hanno passato l’approvazione. Ci sono diverse ragioni e persino non-ragioni per questo rifiuto. Ciò che conta, senza approfondire l’analisi, è che si sia posto il dibattito e che la storia si ripete. Ricordiamoci che l’emancipazione degli schiavi o l’estensione dei pieni diritti alle popolazioni indigene, alle donne e ai bambini e bambine, ai loro tempi furono rigettate come assurde. Basti ricordare che quando gli schiavi furono “liberati” in vari paesi della Nostra America, non mancarono coloro che si lamentavano delle “perdite” subite dai loro “proprietari”, la cui “libertà” si limitava a commercializzarli, usarli, sfruttarli.

A questi diritti, approvati per la prima e per ora unica volta nella Costituzione dell’Ecuador nel 2008, si arriva da diversi ambiti. Nel caso ecuadoriano, i Diritti della Natura sono definiti come parte di un “meticciato” emancipatorio che ha determinato un “ibrido giuridico”, dove si recuperano elementi di tutte quelle culture indigene – e anche alcune “occidentali”- apparentate dalla vita, che intendono con molteplici ragioni che la Madre Terra o Pachamama, in quanto spazio territoriale, culturale e spirituale, non può essere motivo di mercificazione o esclusione. Contemporaneamente, nell’Assemblea Costituente dell’Ecuador, hanno influito tutte quelle lotte dei vari gruppi della società che hanno difeso la Natura. E’ stato un momento di grande creazione che si inserisce nel processo di emancipazione dell’Umanità, che rivendica permanentemente il diritto ad avere diritti.

Quando si parla di Diritti della Natura, va notato che il fulcro è posto sulla Natura, che ovviamente include l’essere umano. La Natura vale di per sé, indipendentemente dagli usi che gli umani gli danno, implicando una visione biocentrica. Questi diritti non difendono una Natura incontaminata che porta, ad esempio a smettere di coltivare, pescare o allevare. Ciò che si difende è il mantenimento dei sistemi e degli insiemi di vita. La sua attenzione è focalizzata sugli ecosistemi, sulle collettività, non sugli individui, senza tollerare in nessun caso la tortura di alcun essere vivente. Puoi mangiare carne, pesce e cereali, ad esempio, purché ti assicuri che ci siano ecosistemi funzionanti con le loro specie autoctone.

 

Ma dobbiamo andare oltre. Non si tratta di cercare un equilibrio impossibile tra economia, società ed ecologia usando il capitale come asse di articolazione nascosto. L’essere umano e le sue necessità devono sempre prevalere – ancor di più sul capitale -, ma senza mai opporsi all’armonia della Natura, base fondamentale di ogni esistenza. E questa discussione ha una storia.

È lunga la lista di coloro che da secoli tentano di comprendere e ricomporre il rapporto tra l’essere umano e la Natura, e che hanno proposto un cambiamento radicale nella visione di dominio sulla Madre Terra da parte degli esseri umani.

Ci sono visioni e pratiche sostenibili che si perdono nel tempo. Non ve n’è traccia negli archivi della Modernità. Qui ci sono molte comunità indigene – portatrici di una lunga memoria – che in tutto il mondo hanno dimostrato che gli esseri umani possono organizzare stili di vita sostenibili. Il loro legame con la Pachamama o Madre Terra è più di una metafora. Ma ci sono altre voci, anch’esse potenti.

Il solido pensiero di Baruch Spinoza (1632-1677), ebreo sefardita di origine spagnola, rappresenta un punto-chiave, a tal rispetto. Quando scrisse Deus sive natura, comprese che Dio è Natura, parlò di una Natura attiva: natura naturans, cioè letteralmente di una “natura naturanda”: la natura – per lui – non era passiva né creata, cioè non era una “natura naturata”. Il suo pensiero influenzò molte altre persone e processi, come Hans Carl von Carlowitz, che per primo coniò il termine “sostenibilità” nel 1713, o in seguito il grande ricercatore Alexander von Humboldt. E su questa linea, partendo dalle riflessioni scientifiche, si potrebbero citare James Lovelock e Lynn Margulis, oltre a Elizabeth Sahtouris e José Lutzenberg, tra i tanti, che già negli anni ’70 categorizzarono la Terra come un superorganismo vivo, che merita rispetto e cura: per questo fu chiamata Gaia, nome della mitologia greca per definire la vitalità della Terra stessa. Potremmo anche ricordare alcuni pensatori che, con vari approcci, hanno contribuito a far acquisire all’Umanità la consapevolezza che la Terra è una sola – prima di avere le prime fotografie della Terra scattate dallo spazio – come Niccolò Copernico, Nicola Cusano (Cusanus), Giovanni Keplero, Johannes Evelyn, Carl Nilsson Linneaus (Linneo), Johann Wolfgang von Goethe.

Per citare qualcosa di più recente, è prezioso il contributo del giurista Christopher Stone, Should Trees Have Standing? (1972), considerato da Jörg Leimbacher il “padre dei diritti della natura”. Da segnalare anche i recenti contributi giuridici dall’America Latina di Raúl Eugenio Zaffaroni, Ramiro Ávila Santamaría e Agustin Grijalva, dall’Africa del giurista sudafricano Comac Cullinam, per citare esempi di una lista in rapida crescita. Né possiamo dimenticare i grandi contributi di Vandana Shiva o Yayo Herrero, per citare un altro paio di nomi. Andrebbero anche segnalati i contributi – anch’essi preziosi – di Albert Schweizer, Godofredo Stutzin, Aldo Leopold, Peter Saladin, Jörg Leimbacher. Come sottolinea Leonardo Boff, in queste visioni è possibile riconoscere le inter-retro-connessioni trasversali tra tutti gli esseri: tutto ha a che fare con tutto, in ogni punto e in ogni circostanza; questa è la relazionalità del mondo indigeno, riconosciuta anche nell’Enciclica Laudato si, che ha come seme germinale Francesco d’Assisi.

Anche in campo letterario non mancano contributi di rilievo. Un esempio: Italo Calvino nel XX secolo, nel suo romanzo “Il barone rampante” (1957), racconta come Cosimo Piovasco di Rondò decide di trascorrere tutta la sua vita arroccato sugli alberi. E da lì propone i Diritti della Natura per una nuova costituzione, in questo romanzo ambientato durante la Rivoluzione Francese.

Nel pieno dell’attuale collasso climatico ed ecologico, è tempo di comprendere la Natura come una condizione fondamentale della nostra esistenza e quindi anche come base dei diritti di libertà, collettivi e individuali. Proprio come la libertà individuale può essere esercitata solo nell’ambito degli stessi diritti degli altri esseri umani, la libertà individuale e collettiva può solo essere esercitata nell’ambito dei diritti della Natura. Il professore tedesco Klaus Bosselmann conclude categoricamente: “Senza i diritti della Natura, la libertà è un’illusione“.

Nella pratica legale ciò significa che d’ora in poi non esiste più alcun diritto di sfruttare la Natura e ancor meno di distruggerla, ma solo un diritto ad un uso ecologicamente sostenibile. Le leggi umane, quindi, devono essere conformi alle leggi della Natura. E, inoltre, teniamo presente che, in realtà, è la Natura che dà il diritto di esistere agli esseri umani, e che lei, nella sua continua ricerca di equilibrio, non sbaglia.

Comprendere questo punto richiede una svolta copernicana nella sfera giuridica, economica, sociale e politica. Il diritto ad avere diritti richiede sempre uno sforzo politico per cambiare quelle norme che negano questi diritti e per affrontare i gruppi di potere che cercano di proteggere i loro privilegi che si basano sullo sfruttamento degli esseri umani e della Natura. La lotta continua. Continuiamo ad avanzare nella fiducia che il Cile consoliderà questo processo di emancipazione.

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