I trent’anni che hanno preparato il collasso pandemico

di Franco Berardi Bifo e Lorenza Pignatti - comune-info.net - 25/02/2021
La pandemia non è soltanto una parentesi nella storia dell’accelerazione neoliberale. È la nuova condizione di semi-vita dell’umanità planetaria? L’interesse sociale resterà schiacciato dal profitto privato? Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere? Nessuno può sapere cosa accadrà

Primavera 2020, sono i giorni del silenzio, dopo un trentennio di rumore crescente. Sono i giorni della lentezza dopo un trentennio di accelerazione. Nell’autunno del 2019 il corpo planetario aveva avuto uno spasmo rabbioso e doloroso. Rivolte erano esplose da Hong Kong a Santiago del Cile, da Parigi a Barcellona. Divergenti nei loro obiettivi, ma simili nelle loro forme: fuochi, barricate, manifestazioni nelle strade, in una convulsione priva di strategia, di progetto, e anche di speranza. Grandi incendi avevano devastato in rapida successione la California del Nord e quella del Sud, l’Amazzonia, l’Australia. Il mondo sembrava entrato in uno stato convulsivo. Poi, dopo la convulsione è arrivato il collasso.

Da Wuhan a Milano un virus ha riprogrammato il cervello planetario. Sappiamo bene che non esiste il cervello planetario. È ovviamente una metafora. Ma la metafora ci aiuta a capire. L’ecosistema, esausto, si ribella, rendendo poco alla volta impossibile la vita quotidiana sul pianeta. E la psicosfera si ribella all’infosfera, nell’unico modo che la psicosfera conosce: collassando.

Non c’era panico nelle strade del pianeta, c’era silenzio durante la lunga primavera del lockdown.

Rassegnazione, perché pare che il solo modo per fermare la macchina sia questo: ritirare le energie nervose che mandano avanti la macchina. Che cosa accadrà ora, cosa accadrà dopo, non lo sappiamo, anche perché forse non c’è nessun dopo. La pandemia non è semplicemente una rottura dell’ordine ereditato dalla storia convulsiva dell’accelerazione neoliberale, ma è probabilmente la nuova condizione di semi-vita dell’umanità planetaria.

Poco allo volta cominciamo a individuare delle tendenze, ma non sono che oscillazioni tra diverse e anche opposte possibilità.

L’interesse sociale prenderà il posto del profitto privato? Il sistema sanitario pubblico devastato dalla privatizzazione e dall’austerità verrà rifinanziato con un programma di riconversione che sposti le risorse destinate al sistema militare verso gli ospedali e i centri di ricerca?

Oppure al contrario l’isolamento sanitario diverrà la norma di una nuova epoca di solitudine e di connessione virtuale pervasiva? E il tecno-totalitarismo diverrà la sola forma di gestione della vita associata?

Gli esseri umani si riavvicineranno dopo aver subito dolorosamente l’obbligo alla solitudine, oppure finiremo per accettare come necessaria la soppressione diretta o indiretta di una parte della popolazione globale, faremo dell’internamento la sola forma di gestione delle eccedenze sociali?

Non lo sappiamo, non sappiamo neppure se la civiltà umana sopravvivrà all’apocalisse virale. Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?

Non lo sappiamo, però possiamo ricostruire i passaggi tecnologici, economici, culturali e psichici che hanno condotto al collasso, e possiamo cartografare l’accumularsi dei segni che ci hanno preavvisato, con toni sempre più allarmati. Per fare questo forse è utile rileggersi trent’anni di “Adbusters”, una rivista apocalittica ed euforica che dal 1989 esce all’estremo limite del mondo, a Vancouver. […]

La rivista che ha cartografato il collasso

Ripensiamo ai passati trent’anni, quelli che sono seguiti al crollo dell’Unione Sovietica, all’affermazione del neoliberismo in versione thatcheriana, alla diffusione della rete informatica, all’invasione progressiva e infine dilagante di Internet nella nostra quotidianità. […]

Ripensiamo al trentennio della globalizzazione tecno-economica, e cerchiamo di rintracciare i segni culturali, estetici che registrano più intensamente questo tempo. Li cerchiamo nel cinema, nell’arte e nella musica, nella narrativa e nella poesia […] Ma nessuno, a nostro modesto parere, nessuno è riuscito a seguire l’intera evoluzione dell’universo post-moderno e post-alfabetico con la stessa continuità, acutezza, e con la stessa coerenza di questa rivista […] “Adbusters” è l’opera d’arte più comprensiva, e al tempo stesso l’orizzonte interpretativo più profondo e spietato nel voler mostrare – attraverso montaggi iconoclasti e irriverenti di immagini e testi – i tanti “errori di sistema” della società degli ultimi trent’anni.

Il tema di partenza è quello dell’infosfera comunicativa, della pubblicità commerciale che ha influenzato profondamente il pensiero visivo americano fin dagli anni ’50, permeando l’ambiente psichico, percettivo, relazionale: quella che Gregory Bateson ha definito “l’ecologia della mente”.

“Adbusters” nasce come una rivista di critica radicale contro la pubblicità e contro il suo sistema socio-culturale […] Vi è tutto un filone anti-pubblicitario che discende dalla contestazione poetica della beat generation, e dalla pedagogia libertaria. La lezione di Marshall McLuhan e quella di Bateson si fondono nella comprensione di un legame profondo tra mutamento tecnico, comunicativo ed antropologico. […]

Negli anni ’80, inoltre, la grafica pubblicitaria aveva avuto una funzione centrale nella trasformazione dell’ambiente visivo, intorno alla pubblicità si era concentrata l’attenzione di massmediologi, intellettuali e filosofi. Jean Baudrillard aveva compreso come il dominio sociale si stava costruendo sempre più intorno al rapporto tra produzione visuale, pubblicità e seduzione politica. L’economia liberale aveva chiamato a raccolta le energie dell’immaginazione per lo scopo apparentemente nobilissimo di espandere all’infinito il consumo di nuove merci: ideologia del desiderio e culto dello spettacolo – a cui il pensiero anti-edipico e il situazionismo debordiano avevano dedicato le loro riflessioni teoriche, che si sarebbero rivelate però forze trainanti della mercificazione assoluta, dell’attacco capitalistico alle forme di vita e di linguaggio.

Su queste suggestioni nasce l’avventura di “Adbusters”, che nel 1993 pubblica una fotografia a tutta pagina. Sono sette bambini con il grembiule nero, seduti ai banchi di scuola. Guardano tutti e sette verso l’alto, verso un unico punto che noi non vediamo, ma intuiamo dalle colorazioni grigiastre che intravvediamo sulla faccia dei bambini, nell’oscurità dell’aula in cui sono seduti. La scritta che sta a fondo della pagina chiarisce tutto: “We have the undivided attention of two million children for two hours every day”. E sotto c’è il nome di una catena televisiva privata, che si rivolgeva al mercato invitando a comprare pubblicità televisiva. I bambini di quella foto sono i protagonisti di cui si occupa “Adbusters”. La battaglia della mente è il tema politico (attivistico) che si delinea nelle pagine della rivista. Questa battaglia ha due fronti: uno è quello della guerra che le corporation hanno lanciato contro la mente umana per conquistarne l’attenzione, per colonizzarla, per conformarla ai parametri cognitivi ed estetici della merce, del capitale. L’altro fronte è la guerra di liberazione che individui, collettivi, movimenti sociali hanno compiuto negli ultimi trent’anni per salvare, ricostruire, reinventare l’autonomia della mente umana dal dominio psico-mediatico. Kalle Lasn chiama questa battaglia di riappropriazione con l’espressione “culture jam”, e culture jammer sono gli attivisti che la rivista raccoglie e chiama per mobilitarla in azioni di denuncia, rottura, riattivazione.

Evoluzione della rivista

All’inizio la rivista è concentrata sul legame televisione-pubblicità, che domina il mediascape degli anni Ottanta. Negli anni ’90 “Adbusters” osserva l’emergere di Internet che si estende dapprima come fenomeno libertario, orizzontale, aperto, per poi mutare nel corso degli anni, con la nascita di monopoli corporativi e nel nuovo millennio con le big tech.

Fin dagli anni ’90 “Adbusters” indaga la diffusione dell’innovazione tecnologica, a cui guarda con un misto di eccitazione e ripulsa, di partecipazione e estraneità. Il punto di vista da cui “Adbusters” segue l’evoluzione delle tecnologie è quello della soggettività giovanile: il punto di vista della sofferenza e quello della rivolta. Accompagna l’emergere di forme organizzate di contestazione come Occupy Wall Street, movimento nato da un annuncio pubblicato sulle pagine del numero di luglio-agosto 2011 della rivista che diceva “Occupy Wall Street, September 17th, bring tent”. L’immagine della danzatrice che appoggia graziosamente il piede sul naso del toro finanziario di Wall Street è forse l’immagine più efficace di quella sollevazione globale, che scosse il mondo da New York a Londra, da Madrid a Il Cairo.

Negli anni la rivista è stata trasformata in una sorta di opera grafico-filosofica, composta da un flusso rapido e colorato di segni in fuga lungo le pagine, con frasi ad altissima densità catastrofica. […]

Questo è “Adbusters”, una delle poche riviste al mondo non omologate, che non riceve finanziamenti pubblicitari, sponsorizzazioni aziendali o sovvenzioni governative o private. Che propone segni in fuga che attraversano territori e ambiti eterogenei per interrompere e documentare la trance distopica in cui viviamo. “Adbusters” è la sola rivista capace di fare poesia e critica radicale nell’epoca di Facebook e dello scioglimento dei ghiacci sulla calotta polare.

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