La solitudine dei Verdi, inascoltati e osteggiati

di Luca Mercalli - ilfattoquotidiano.it - 16/03/2021
La solitudine degli uomini verdi compie poco più di un secolo e mezzo, dalle prime provocazioni ottocentesche di Thoreau, che lamentava i guasti della nascente civiltà industriale, agli attuali inascoltati allarmi della comunità scientifica che si occupa di limiti ecologici

Nel 1977 la poetessa americana Adrienne Rich scriveva: “Il mio cuore è toccato da tutto ciò che non riesco a salvare/ così tanto è stato distrutto/ che devo condividere il destino con quelli che/ giorno dopo giorno, con ostinazione,/ senza alcun potere straordinario,/ ricostruiscono il mondo”.

Chi si occupa di ambiente conosce bene questo dolore, il veder distruggere paesaggio, natura, clima, nell’indifferenza di società e istituzioni. Chi si occupa di ambiente conosce bene anche la frustrazione dell’impotenza, delle armi spuntate di cui dispone per impedire il saccheggio del pianeta, che porterà l’umanità stessa sull’orlo dell’estinzione.

La solitudine degli uomini verdi compie poco più di un secolo e mezzo, dalle prime provocazioni ottocentesche di Thoreau, che lamentava i guasti della nascente civiltà industriale, agli attuali inascoltati allarmi della comunità scientifica che si occupa di limiti ecologici. Nemmeno l’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco ha fatto breccia. Tra i poeti e gli scienziati fluttua un composito movimento di associazioni e cittadini, a cui si sono aggiunti da un paio d’anni i giovani svegliati da Greta Thunberg, tanti, ma non sufficienti. E alla fine, cosa è stato ottenuto dall’ambientalismo negli ultimi decenni, quelli dell’Antropocene, della Grande Accelerazione? Parole tante, fatti veramente pochi, a dispetto delle accuse agli uomini verdi di aver perfino ostacolato la grande marcia del progresso economico.

Ma suvvia, dove? Se qua e là si è vinta qualche crociata contro il tale stabilimento mortifero – chiuso quasi sempre perché ormai destinato ad andare fuori mercato da sé –, se si è evitata qualche cementificazione, qualche asfaltatura, qualche abbattimento, è quasi per caso. Se si è ottenuto qualche referendum vittorioso contro l’energia nucleare è perché alcuni poteri avevano già deciso di assecondarlo. Ma lo stato del pianeta mostra indicatori sempre più in rosso: la questione climatica, con emissioni fuori controllo e accordi internazionali farlocchi, la deforestazione tropicale, la zuppa di plastica negli oceani, la violenza dell’estrazione mineraria e delle grandi e piccole opere cementizie, volute tanto dalla lobby della betoniera quanto dal sindaco e dal geometra di paese.

I solitari uomini verdi che combattono “con ostinazione e senza alcun potere straordinario” per difendere ciò che resta della natura, sono in minoranza rispetto ai poteri economici; la loro posizione è nel migliore dei casi neutralizzata con la disattenzione, anche dei media, e nel caso peggiore con i lacrimogeni, la galera e l’eliminazione alla sudamericana. Non c’è un tribunale ambientale che assuma le difese di chi lotta per il bene più prezioso che abbiamo. In Italia se vuoi difendere paesaggio, acqua, aria e salute, non basta donare tempo libero e protestare civilmente chiedendo un doveroso ascolto delle istituzioni, devi anche spendere un sacco di soldi per pagare avvocati e ricorsi contro gli ecocidi. I comitati ambientalisti sono sempre etichettati come “quelli del no a tutto”, “quelli della sindrome nimby”, mai sono visti come una risorsa per una discussione informata e una revisione di decisioni perniciose e irreversibili già prese altrove. A forza di sconfitte e di impotenza, l’ambientalismo si disgrega, evapora in una costellazione di piccoli gruppi in lotta per un pugno di terra, per un’aiuola alberata, sempre più deboli di fronte alle grandi programmazioni di una “transizione ecologica” il più delle volte invocata in modalità greenwashing.

Nel Bel Paese, dopo le denunce dei maestri di cinquant’anni fa, da Cederna a Peccei, non è cambiato granché. Certo, ora incalzati da norme europee, cerchiamo di fare un po’ più di raccolta differenziata, ma da Nord a Sud i cittadini qualunque che buttano i rifiuti dal finestrino e riempiono le piazzole stradali di vecchi materassi e pneumatici logori non si contano, è un malcostume radicato che esplicita il disprezzo diffuso per il territorio. Il consumo di suolo va avanti senza freni, le grandi opere inutili e dannose spadroneggiano scortate dai militari, gli sprechi energetici gridano allo scandalo, il degrado erode come un cancro mari e monti. La maggior parte della popolazione accetta supina, quando non è complice.

La piccola parte di individui sensibili all’ambiente combatte stremata e si scontra con il muro di gomma di istituzioni che vedono solo il guadagno monetario e il consenso elettorale a breve termine, i posti di lavoro, la competitività e la crescita fine a se stessa. Poveri uomini e donne verdi, che niente riescono a salvare. Ai loro figli e nipoti consegneranno le sconfitte di tante battaglie ambientali, il cui esito sarà l’inabitabilità del pianeta e la sofferenza collettiva. Ma forse nemmeno a loro importa granché.

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