Transizione energetica rallentata in Italia da crisi geopolitiche e scelte di governo inadeguate

di Laura Tussi - 02/05/2026
Il caso della Sardegna tra infrastrutture fossili e conflitto territoriale

La transizione energetica globale sta attraversando una fase di rallentamento dovuta a una combinazione di fattori geopolitici e scelte politiche non sempre coerenti con gli obiettivi climatici. Le tensioni legate al conflitto tra Iran e Occidente e le instabilità in Medio Oriente hanno riportato al centro le questioni della sicurezza energetica, inducendo molti governi a rafforzare l’uso di fonti fossili anziché accelerarne il superamento. In questo contesto, anche l’Unione Europea fatica a mantenere una linea chiara e ambiziosa, oscillando tra politiche di decarbonizzazione e nuove dipendenze dal gas. In Italia, il governo guidato da Giorgia Meloni appare orientato a sostenere infrastrutture energetiche tradizionali, rallentando di fatto una transizione che dovrebbe essere urgente e strutturale. È in questo scenario che si inserisce il caso della Sardegna, emblematico delle contraddizioni tra retorica della transizione e persistenza di modelli energetici fossili.

Le giornate di mobilitazione contro EPH e Snam, previste tra Sassari e Porto Torres il 28 e 29 aprile 2026 e inserite nel quadro di un’iniziativa internazionale promossa dalla rete Stop EPH, si collocano all’interno di un conflitto sempre più centrale nel dibattito contemporaneo sulla transizione energetica: quello relativo alla persistenza delle infrastrutture fossili e alle forme di potere economico e territoriale che esse continuano a riprodurre. L’iniziativa nasce dall’esigenza di denunciare il ruolo delle grandi multinazionali energetiche nell’espansione e nel consolidamento di modelli produttivi fondati sull’estrazione, sulla dipendenza dai combustibili fossili e sulla subordinazione dei territori alle logiche del profitto globale. In questo quadro, la Sardegna rappresenta un caso particolarmente significativo, poiché costituisce uno spazio in cui si intrecciano processi di trasformazione energetica, conflitti ambientali e dinamiche di marginalizzazione politica.

L’azienda EPH, attraverso la propria controllata EP Produzione, continua a svolgere un ruolo rilevante nel settore energetico italiano, mantenendo attive infrastrutture legate alla produzione di energia da fonti fossili. Parallelamente, Snam promuove il progetto di metanizzazione della Sardegna, presentato dalle istituzioni e dagli attori industriali come una soluzione necessaria per colmare il cosiddetto “gap energetico” dell’isola. Tuttavia, numerosi movimenti territoriali, associazioni ambientaliste e studiosi hanno messo in discussione tale prospettiva, evidenziando come la costruzione di nuove infrastrutture per il gas rischi di vincolare la Sardegna a una dipendenza di lungo periodo dai combustibili fossili proprio in una fase storica in cui gli obiettivi climatici internazionali richiederebbero una rapida riduzione delle emissioni di gas serra e una profonda trasformazione dei sistemi energetici.

L’analisi di questi processi può essere efficacemente ricondotta al concetto di estrattivismo, tradizionalmente utilizzato per descrivere modelli economici fondati sull’estrazione intensiva di risorse naturali nei contesti coloniali e postcoloniali, ma sempre più applicato anche alle trasformazioni contemporanee dei territori europei. Nel caso sardo, l’estrattivismo non si manifesta esclusivamente attraverso il prelievo materiale di risorse, bensì attraverso il controllo delle infrastrutture energetiche, della distribuzione della ricchezza prodotta e dei processi decisionali che riguardano il territorio. La Sardegna viene così configurata come uno spazio funzionale alle esigenze energetiche esterne, mentre le popolazioni locali rimangono escluse dai processi decisionali e subiscono gli impatti ambientali, economici e sociali delle trasformazioni imposte dall’alto.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato in maniera crescente anche sulle contraddizioni legate allo sviluppo delle energie rinnovabili. Le speculazioni finanziarie associate alla realizzazione di grandi impianti eolici e fotovoltaici hanno sollevato interrogativi rilevanti sulla possibilità che anche le tecnologie formalmente sostenibili possano riprodurre logiche estrattiviste analoghe a quelle proprie del settore fossile. Tale dinamica suggerisce che la distinzione tra fonti energetiche “pulite” e “sporche” non sia sufficiente a garantire una transizione equa. Ciò che appare determinante è piuttosto la struttura dei rapporti di potere che orientano la produzione energetica, la distribuzione dei benefici economici e la partecipazione democratica delle comunità locali.

In questo contesto, le mobilitazioni contro EPH e Snam assumono una rilevanza che supera la dimensione locale e contingente della protesta. Esse si inseriscono in un più ampio dibattito internazionale sulla giustizia climatica e sulla necessità di ripensare radicalmente i modelli energetici dominanti. La nozione di “transizione energetica giusta” implica infatti non soltanto la sostituzione delle fonti fossili con energie rinnovabili, ma anche una trasformazione delle strutture economiche e politiche che hanno storicamente prodotto disuguaglianze ambientali e territoriali. Una transizione realmente democratica richiede il coinvolgimento attivo delle comunità, la tutela degli ecosistemi e l’elaborazione di modelli di sviluppo capaci di sottrarsi alle logiche estrattive che continuano a caratterizzare tanto il vecchio paradigma fossile quanto alcune declinazioni del capitalismo verde contemporaneo.

La mobilitazione di Sassari e Porto Torres, pertanto, può essere interpretata come un momento di elaborazione politica e teorica attorno a una questione cruciale del presente: chi controlla l’energia, chi ne sopporta i costi e chi beneficia dei processi di trasformazione in corso. Rispondere a tali interrogativi significa interrogarsi sulle forme future della democrazia energetica e sulle possibilità concrete di costruire modelli alternativi fondati sulla giustizia sociale, ambientale e territoriale.

Laura Tussi

Nota: La transizione energetica in Sardegna mira a rendere l’isola 100% rinnovabile entro il 2030-2050, focalizzandosi su fotovoltaico ed eolico (specialmente off-shore). Il piano regionale approvato a marzo 2026 identifica zone di accelerazione su siti industriali e aree già antropizzate per ridurre il consumo di suolo. Tuttavia, il processo è caratterizzato da forti conflitti legati all’enorme mole di richieste di connessione (oltre 47 GW a inizio 2026) e al dibattito tra sviluppo locale e rischio di “colonialismo energetico”.

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