C’è chi lo chiama clima, chi spirito, chi matrice. C’è chi non lo chiama affatto perché non ne riconosce l’esistenza. Io lo chiamo sentimento. Un sentimento antifascista, di libertà e di amore.
Dunque di solidarietà, rispetto, dignità, giustizia, pluralismo, uguaglianza, pace, che ha animato le madri e i padri costituenti dopo il trauma della guerra e gli orrori del nazifascismo, poi trasfuso in una Costituzione che va ben oltre le sue regole, anche elettorali, perché è al cuore di persone (e non di sudditi) che parla e che deve parlare per diventare cultura, mentalità, azione politica, maggioranza stabile. Senza quel sentimento, la Costituzione italiana non sarebbe stata scritta – non così, almeno – da donne e uomini di provenienze politiche, sociali, culturali, persino anagrafiche, tanto diverse.
Senza “cogliere” quel sentimento, la Costituzione non avrebbe camminato sulle gambe delle generazioni successive e i suoi valori “affettivi” non potrebbero avere il peso immaginato dai costituenti nella costruzione di una casa comune, come in effetti hanno avuto – anche grazie alla nascita della Corte costituzionale -, in particolare negli anni 70, per poi, però, essere travolti dal lento riemergere delle cattive passioni di nuovi autoritarismi.
Da decenni, infatti, soprattutto con l’avanzare di populismi e sovranismi, il mondo è attraversato da una desertificazione affettiva che sta diventando desertificazione democratica. Odio, prepotenza, guerra dilagano ovunque, nei rapporti interpersonali e politici, interni e internazionali. La qualità delle relazioni, cruciale nella convivenza immaginata dai costituenti, precipita e in quel vuoto trascina con sé la qualità della democrazia. Gli osservatori internazionali ci dicono che ormai solo il 20% della popolazione mondiale vive in paesi liberi.
Democrazie vecchie e nuove scivolano verso le autocrazie silenziosamente, senza carri armati o camicie nere ma per mano di governi di destra eletti “democraticamente”, convinti di avere un potere assoluto e perciò intolleranti a ogni controllo sul proprio operato ma ossessionati dal controllo su persone e istituzioni, da svuotare o dimezzare.
L’analfabetismo affettivo amputa i corpi ed è uno di quegli ostacoli che la Repubblica dovrebbe eliminare per garantire la piena partecipazione – senza distinzioni di sorta – alla vita democratica; mentre è funzionale a una concezione autoritaria e illiberale del potere (non a caso la destra vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e nega diritti fondamentali, anche riconosciuti dalla Consulta in chiave di emancipazione), perché la mutilazione dei corpi rende sudditi, non cittadini, anestetizza diritti e libertà.
L’analfabetismo affettivo in cui stiamo precipitando impedisce di “cogliere” che la Costituzione è anzitutto un sentimento identitario e quindi impedisce di dare voce chiara e forte a quel sentimento, di tradurlo in politiche coraggiosamente coerenti, sebbene dopo il referendum la Costituzione venga considerata una “carta vincente” nella partita delle prossime elezioni.
Le urne vuote sono state una straordinaria cartina di tornasole del vuoto affettivo che ci paralizza, anche politicamente.
In tempi di cinismo, di algoritmi e di ghiaccio emotivo, parlare di affettività può essere impopolare. Sempre meno educati a “frequentare” i sentimenti, li snobbiamo, li sottovalutiamo, li confondiamo con il sentimentalismo, il “volemose bene” o con l’amore cristiano (che, peraltro, qualcosa in comune con la Costituzione ce l’avrebbe pure).
Non riusciamo a connetterli con la politica. Perciò, figurarsi se riusciamo a intercettare il sentimento costituzionale.
Eppure, è la realtà a richiamarci a una dimensione affettiva, l’unica politicamente dinamica. Da un lato, il dilagante cattivismo delle passioni (l’odio contro il “nemico” di turno, diverso per opinioni, genere, colore della pelle, e la forza come regolatrice delle relazioni). Dall’altro lato, le moltitudini che riempiono ovunque le piazze, pacificamente, per la libertà della Palestina e dei popoli, o per il Pride, contro discriminazioni e pregiudizi: “piazze sentimentali”, le chiamo io, perché esprimono proprio i valori “affettivi” della Costituzione, forse inconsapevolmente. Bisogna che quel legame diventi consapevolezza.
Lo stesso sentimento che ha animato quelle piazze ha portato a votare al referendum sulla magistratura chi, a votare, ormai non ci andava più, per disaffezione, indifferenza, rassegnazione: anzitutto i giovani, che in massa hanno votato No, non per bieco conservatorismo o per ragioni tecniche ma perché – grazie soprattutto a una forte mobilitazione popolare – hanno capito che in gioco c’erano la democrazia costituzionale e i suoi valori “affettivi” fondanti, nonché il tentativo di sostituire quella visione politica con un’altra, opposta.
Questo ritrovato sentimento costituzionale va quindi alimentato, riconosciuto, ascoltato, messo in campo politicamente – e fisicamente – senza paura. Bisogna dargli corpo e voce, perché – lo insegnava Antonio Gramsci – i sentimenti e le emozioni sono formidabili veicoli di comunicazione.
Servono cuori, “cuori desti”, per dirla con Alfonso Gatto, cioè vigili e attenti, perché “solo il cuore desto avrà parole”, quelle più giuste per arginare la desertificazione democratica e per un “ritorno al futuro” come lo avevano sognato i costituenti e come hanno diritto di sognarlo le generazioni più giovani.

