Il costo della musica non riproducibile e altre storie

di Silvius Gesell - 30/03/2020
Una necessaria premessa: queste considerazioni sono state scritte poco prima dello scoppio della pandemia del Coronavirus. Questo dramma sanitario ed economico sta cominciando a modificare alcuni importanti categorie strutturali del mondo occidentale. Ma forse siamo ancora lungi dal vederne gli effetti, visto le resistenze di alcuni ben identificati Paesi dell'Unione Europea a prendere atto delle mutate condizioni e ad agire prontamente e conseguentemente

Per Joseph Schumpeter, grande economista austriaco del novecento, il costo della musica dal vivo, non riproducibile, aveva una morale, come le favole. Ai tempi di Mozart, un orologiaio viennese costruiva un orologio in due giorni e guadagnava 30 scellini, cioè 15 scellini al giorno. Altrettanto portava a casa un violinista che s’era esercitato per quattro ore filate nel corso della mattinata e che suonava la sera in teatro un quartetto d’archi di Bach padre insieme con i suoi tre colleghi. Perché nessuno, già a quei tempi, metteva in discussione il fatto che l’ascolto di un quartetto di Bach padre – per la mera quota parte di lavoro - valesse quattro volte il costo del lavoro di un orologiaio.

Questa apparente sperequazione è vera ancor oggi: un tecnico in camice bianco della Swatch costruisce - quotidianamente e pro quota – duemila orologi e guadagna 175 euro al giorno. L’odierno violinista si esercita sempre quattro ore filate al giorno per poter suonare, la sera in teatro con i suoi tre colleghi, un quartetto d’archi di Bach padre per trenta minuti e guadagna anche lui 175 euro al giorno.

La sproporzione dei costi, diceva Schumpeter (che ai suoi tempi faceva un esempio diverso), non sfuggirà a nessuno: ogni orologio infatti incorpora 0,09 euro di lavoro (175 : 2000) mentre il quartetto d’archi di Bach padre – per la mera esecuzione - ne incorpora 700 (175 x 4 suonatori), quindi più di 7.700 volte (700 : 0,09) il valore-lavoro d’un orologio prodotto su vasta scala.

Essersi accorti di questa macroscopica differenza ed averne accettato il senso e la portata per ciò ch’essa significava in termini sociali, politici, economici e storici - una rivoluzione culturale, come nel caso di Montesquieu e della teoria politica della separazione dei poteri o della seconda legge della termodinamica e dell'entropia - fu uno dei grandi salti di qualità della nostra civiltà, nel senso che solo una società evoluta poteva ritenere che il valore intrinseco della buona musica dal vivo – pur per sua natura così volatile - giustificasse una disparità di remunerazione su base unitaria tanto elevata da porla, nel momento non riproducibile della esecuzione dal vivo, al di fuori dell’ambito economico.

Ora, il salto di qualità che Schumpeter portava ad esempio ci ha consentito di andare oltre la buona musica. Infatti, se diamo un’occhiata alla vecchia Europa, cioè ai paesi di democrazia liberale evoluta, questo stesso criterio fu adottato per alcuni grandi sistemi sociali in modo da porre anch’essi in grado di operare al di fuori della sfera economica, come avveniva per la buona musica dal vivo. Era cioè maturato il convincimento che, nell’interesse generale delle comunità e per motivi di natura etico-sociale, la mano pubblica dovesse costruire e gestire scuole, università, ospedali, impianti di generazione e di trasporto di energia, porti, aeroporti, grandi reti ferroviarie e viarie, industria di base (mineraria, siderurgica, chimica, cantieristica), nonché sistemi previdenziali centralizzati: nacque così, con questi ultimi, quello che venne chiamato lo “stato sociale” o la “società del benessere” (Welfare State). In queste società eticamente evolute il funzionamento di sistemi di protezione sociale doveva essere assicurato indipendentemente dal suo costo o, quantomeno, anteponendo la disponibilità del servizio al suo costo di gestione, costo che andava, quindi e comunque, coperto dalla fiscalità generale.

La vera inversione di tendenza ha inizio ai primi degli anni ’80 con l’avvento del governo tory di Margaret Thatcher e dell’amministrazione repubblicana di Reagan, i numi tutelari dei grandi interessi capitalistici neoliberisti. Purtroppo il fenomeno Thatcher-Reagan non fu un ciclone: se così fosse stato avrebbe avuto vita breve. Questa involuzione – culturale, civile, politica, etica – è invece l’inizio del fenomeno epocale e planetario che andrà sotto il nome di globalizzazione, che - se anche porta fuori dalla miseria milioni di esseri umani in paesi non ancora industrializzati (ma a quale costo?) - porta con sé il trionfo del principio della privatizzazione dello Stato, giustificato dalla presunta o vantata maggior efficienza dell’intervento privato in quelli che per cinquant’anni erano stati settori delegati all’intervento della mano pubblica, il trionfo dell’efficientismo (quindi della finta efficienza), dell’economicismo, quindi dei falsi sistemi economici, del virtualismo, delle bolle speculative della new economy, dell’arrembaggio delle economie pirata, della pianificazione scientifica della divisione internazionale del lavoro, cioè del trasferimento verso il terzo mondo delle produzioni e delle lavorazioni low-tech (a basso contenuto tecnologico) e labour-intensive (ad alta intensità di lavoro a bassa remunerazione) e quindi stimolatrici di domanda, della morte della progettualità, dell’appiattimento del gusto e della qualità a tutto vantaggio delle grandi conglomerate multinazionali a cui interessa una domanda di massa, universalmente standardizzabile e di infimo intrinseco livello (come per esempio i palloni e le scarpe sportive di Nike o Adidas – che contengono solo il l’1-2% di valore-lavoro nel loro incongruo prezzo al dettaglio, ma cosa importa? si vendono perché il parco-buoi planetario è stato educato a volere uniformi prodotti griffati, prodotti tangibili delle nuove, ma sempre uguali, forme di schiavismo). In buona sostanza, il grande capitale internazionale comprende con notevole anticipo il prossimo collasso del regime sovietico ed è già pronto a realizzare sui nuovi mercati planetari, non più disturbato da spiacevoli impedimenti, il suo “eterno” progetto, che è sostanzialmente quello di utilizzare le sue enormi risorse finanziarie per imporre il proprio ritmo di riproduzione (“its own rate of reproduction"), ritmo che, incontrollato, tende inevitabilmente a estrarre ogni linfa vitale dal tessuto economico e sociale nel quale opera. Il vampirismo economico non ha più limiti: ovunque si legifera perché il grande capitale finanziario possa sfruttare perfino i progressi della genetica a fini di lucro privato in agricoltura, addirittura in medicina: ormai si sono spinti ben oltre la tassa sul macinato e lo jus primae noctis.

"Se scopo della vita è cogliere le foglie dagli alberi di acacia fino alla massima altezza possibile, il modo migliore per raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morire di fame quelle dal collo più corto", scriveva Keynes in quel piccolo gioiello che chiamò The end of Laissez-faire.

(Ora, occorreva che il nuovo pensiero economico fosse prontamente metabolizzato nell'ortodossia della scienza economica, cioè in quella che oggi è definita la sintesi neoclassica. Il problema però è che tutto ciò che cadeva nell'orbita keynesiana non era ascrivibile a Keynes perché la sintesi neoclassica aveva nei fatti prodotto dei "keynesiani bastardi", secondo la definizione di Joan Robinson. Quindi quando, verso la fine degli anni '60, gli economisti "bastardi" hanno cominciato a rileggere - o a leggere per la prima volta - la Teoria Generale, senza il filtro dei manuali di macroeconomia, dei testi e della scuola che avevano prodotto gli MBA - i Masters in Business Administration in abiti, cravatte e scarpe manageriali - si sono accorti che Keynes non era keynesiano alla loro maniera. Ma comunque si era ormai fuori tempo massimo perché, com'è noto, il Potere non ammette ripensamenti da parte di chi, complice, è stato beneficiato dal Potere stesso.)

C’è un aspetto amaramente ironico nella grande tragedia planetaria che stiamo vivendo in questi anni: stiamo verificando che, come predissero Keynes e Schumpeter, il capitale contiene in sé il germe della sua stessa distruzione e che, se non temperato da tensioni etiche che si riproducano in politiche coerenti, tende a fagocitare se stesso, fino alla propria morte. Stiamo assistendo in anteprima alla morte della gallina dalle uova d’oro? Lasciato libero di operare in questa orgia planetaria di liberismo e di deregulations, il capitalismo continua ad estrarre profitti e valore fino a minacciare di uccidere la cara bestiola, la sua stessa raison d'être. Quel che continuiamo a vedere in questi giorni, gli “scandali” dei grandi moderni pirati statunitensi, dei traffici elettorali Russia-USA e dei subdoli attacchi all'Europa nuova terra di conquista, sono speculari alla devastazione etico-politico-economica endogena italiana ed europea. Il presidente Trump, così come i Bush padre e figlio, sono quelli che il Washington Post (quello del Watergate) ci ricorda essere tra coloro che si sono arricchiti alle spalle dei risparmiatori-investitori americani, coloro che, ne Il grande Gatsby già nel 1925, Francis Scott Fitzgerald definiva “novelli servi della gleba”. Sì, certo la storia dell'umanità ha conosciuto altre profonde spaccature tra il mondo dei ricchi e quello dei poveri, ma noi sappiamo che nel frattempo qualcuno aveva scritto la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e del cittadino. Ma invano.

Il medioevo prossimo venturo profetizzato da Giuseppe Vacca nel 1971 imputava il disastro alla scarsa affidabilità delle nuove tecnologie di allora, che si andavano diffondendo. Ma Vacca comprese pure che un'altra delle cause sarebbe stata quella del liberismo sfrenato su cui studiosi del calibro di Federico Caffè già mettevano in guardia, quel laissez-faire che per primo il ministro delle finanze Colbert avvertì come pericolo già nel tardo ‘600. Non è un caso, infatti, che ci ricordiamo ancor oggi di Colbert mentre i ministri Tremonti, Grilli, Monti, Padoan, Tria... - alcune cavallette tra le tante - non lasceranno che una labile traccia nei libri di storia e nei manuali di economia. O almeno non quanta ne ha lasciata il marchese d’Argenson (campione del liberismo ante litteram) che predicava nel 1751: “Pour gouverner mieux il faudrait gouverner moins, laissez-nous faire, laissez-nous faire”.

C’è poi il fondamentalismo islamico, e i laici leader iraniani che ci vien detto esserne i grandi finanziatori. E pochi sembrano accorgersi che non v'è contraddizione alcuna tra fondamentalismi senza aggettivazioni e globalismo come è stato pensato e realizzato, perché il fondamentalismo e il terrorismo si sono sempre dimostrati i migliori alleati dei peggiori governi, in un perverso gioco di reciproco, non detto, riconoscimento della propria ragion d'essere.

Siamo irrimediabilmente sulla strada della stupidità? Direi di sì, se abbiamo scelto questo percorso, vecchio e lastricato di dolori e lutti, magari per rivalutare in un futuro, incerto e tutto da disegnare, uomini come John Maynard Keynes, Joseph Schumpeter, Piero Sraffa, Federico Caffè, Franco Modigliani, ed accorgerci poi che in ultima analisi Karl Marx, Michail Bakunin e Pierre-Joseph Proudhon erano, nel senso più nobile, autentici pensatori liberali.

O forse no, se fosse vera la recente notizia che la Business Roundtable - un'organizzazione che riunisce gli amministratori delegati della maggiori aziende USA - si è pronunciata in favore di una nuova agenda: oggi le aziende - dicono - devono darsi non solo la priorità di "rispondere agli azionisti", il mantra degli ultimi trent'anni, ma devono pure occuparsi del benessere di tutte le parti interessate (i dipendenti, i fornitori, i consumatori, l'ambiente).

Che abbiano sniffato che qualcosa sta cambiando o potrebbe cambiare? Di solito sono i sorci ad abbandonare per primi la nave che affonda. Niente di nuovo sotto il sole, vien da dire. E infatti le Borse, che vedono il problema da un punto di vista differente, tremano ogni volta che Trump tweetta un altro suo peana al protezionismo o minaccia dazi che ostacolerebbero i loro commerci globali.

Forse è vero che la penna corre velocemente come il pensiero e infatti, giunto a questo punto mi domando: ma cosa c'entra tutto questo con il costo della musica non riproducibile? In senso riduttivo forse nulla, ma dopotutto questo è il bello del funzionamento delle sinapsi.

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