La crisi del pianeta. Cause e rimedi

di Emiliano Barsotti - lacittafutura.it - 02/06/2020
Il modello di sviluppo capitalistico è la principale causa dell’emergenza ambientale. Solo con il suo abbandono si può avviare a soluzione tale problema e porre termine alle ingiustizie

Ormai dal mondo scientifico e anche dalle percezioni personali quotidiane di ognuno di noi emerge sempre più chiaramente uno stato di crisi del pianeta, causata dall'eccessiva pressione delle attività umane che, negli ultimi 100 anni, ha registrato un aumento di ben 140 volte. Tale fenomeno è riconducibile a 3 cause generali:

- l'aumento della popolazione mondiale; infatti, per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale, ormai giunta alle soglie degli 8 miliardi, è necessario aumentare le produzioni alimentari, industriali ed energetiche. Per questo vengono sempre più compromessi gli ecosistemi fondamentali, la composizione dell’atmosfera e le risorse idriche che sono alla base della vita sulla Terra.

- l'aumento dei consumi individuali; questo si verifica, a seguito del processo di sviluppo economico in corso, in modo particolare nei paesi del Sud del mondo, dove vive una popolazione di 6,5 miliardi di persone che aspira a livelli di vita come quelli dei paesi più sviluppati.

- il modello di sviluppo basato sulla crescita infinita; il capitalismo sviluppista, caratterizzato da un'economia estrattiva e lineare, ha alla base teorie economiche che perseguono la crescita infinita, elaborate quando esistevano ampi margini di sviluppo nell'ambito del sistema economico mondiale e che non contemplavano i limiti fisici e biologici del pianeta, attualmente emergenti in modo inequivocabile.

Ma come è possibile quantificare il livello di crisi raggiunto dal Pianeta e dalle singole società? La crisi del pianeta viene misurata principalmente con 2 strumenti:

- l'impronta ecologica, un indicatore complesso utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alle capacità della Terra di rigenerarle. L'impronta ecologica mondiale sostenibile è di 1,8 ettari pro capite, invece quella effettiva è di 2,7 ettari. La più elevata è registrata nelle Petro-monarchie del Golfo Persico, a causa dell'enorme dispendio energetico, con valori che superano anche i 10 ettari pro capite.

- l'OvershootDay, che è il giorno nel quale l'umanità ha consumato interamente le risorse prodotte dal pianeta per l'intero anno in corso. Si calcola rapportando la biocapacità terrestre all'impronta ecologica e moltiplicando per 365, vale a dire i giorni dell'anno. Dal 1970, primo anno in cui l'umanità ha iniziato ad intaccare le riserve seppur per un solo giorno, la data dal 30 dicembre si è spostata all'indietro di 5 mesi. Nel 2019 è arrivato per la prima volta nella storia il 29 luglio. Vedremo se quest'anno, a causa del rallentamento dell'economia mondiale indotto dalla pandemia, si registrerà un miglioramento.

La crisi del pianeta presenta anche delle cause specifiche, vale a dire i singoli aspetti che lo stanno provocando:

- l'eccessivo consumo di risorse non rinnovabili. Petrolio, gas e carbone, sono le fonti energetiche che ad oggi coprono l’80% del fabbisogno energetico mondiale. I combustibili fossili oltre ad essere limitati, sono anche dannosi per l’ecosistema terrestre. Uno degli effetti più deleteri prodotti della loro combustione è l’effetto serra, che produce un innalzamento della temperatura media terrestre (Global warming) la quale a sua volta innesca un'ampia gamma di cambiamenti climatici.

- il riscaldamento globale, rispetto all'era preindustriale (fine XVII sec) è giunto a 1,1° di aumento della temperatura media globale, ma se continuiamo ad emettere nell'aria quantità eccessive di gas climalteranti, andremo verso uno scenario di 5/6° di aumento della temperatura globale a fine secolo, non sono compatibile con la sopravvivenza della specie umana in quanto avremo scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello degli oceani, profondi sconvolgimenti climatici che comprometteranno le produzioni agricole mettendo a rischio la sopravvivenza di parte dell'umanità, in particolare quella più povera. I cambiamenti climatico-ambientali come siccità, desertificazione, piogge intense, inondazioni, innalzamento del livello dei mari… sono alla base di un numero crescente di spostamenti di persone in tutte le aree del pianeta. 

“Nonostante il riscaldamento globale, la cui origine antropica sia ormai ampiamente comprovata dalla comunità scientifica mondiale, e i conseguenti cambiamenti climatico-ambientali (siccità, desertificazione, piogge intense, inondazioni, innalzamento del livello dei mari ecc...) siano alla base di un numero crescente di spostamenti di persone in tutte le aree del pianeta” [1] è opportuno evidenziare come alle migrazioni climatiche [2] non sia stata ancora attribuita una precisa definizione sia in campo semantico (non sono definite, come pure i migranti climatici) sia in quello giuridico internazionale.

Oltretutto, poiché la crisi del pianeta è in fase di aggravamento e sembra irreversibile, il numero dei migranti climatici sembra destinato ad aumentare. I governi fanno la “politica dello struzzo” e non si preoccupano di queste situazioni che interessano un numero crescente di persone. Questa insensibilità ha dei connotati abbastanza inquietanti perché queste persone sono deboli, fuggite dai loro paesi, che hanno avuto tutto distrutto, che hanno avuto impossibilità di lavorare i campi per inondazioni, siccità o desertificazioni.

Alcuni leader politici, non solo non hanno sensibilità, ma, addirittura ne negano l'esistenza; il negazionismo di Trump, di Bolsonaro e di altri personaggi purtroppo sta creando una “impasse” nel sistema delle relazioni internazionali e non si riesce a trovare una posizione comune che possa affrontare la questione nella maniera decisa che necessita. Quindi il profugo ambientale, non essendo riconosciuto come figura, se fugge e viene accolto nello stesso paese di origine viene definito “sfollato” ma se supera la frontiera non ha nessuna tutela giuridica e finisce per ingrossare le file dell’immigrazione irregolare. Oltretutto non vengono rilevati dati ufficiali di questi soggetti perché ne viene negata l'esistenza.

Il report dell'8 agosto 2019 dell’Ipcc “Cambiamento climatico e territorio” conferma che a seguito dei fenomeni naturali sempre più frequenti e intensi aumenteranno sia la fame che le migrazioni. La Banca Mondiale prevede in totale, entro il 2050 circa 250 milioni di tali migranti. Le zone più vulnerabili saranno quelle tropicali e subtropicali interessate dalla desertificazione. L’area del Mediterraneo sarà invece interessata da incendi.

Gli effetti della crisi climatica ambientale non si declinano solamente attraverso le modifiche e le distruzioni degli ecosistemi naturali ma anche tramite gli aspetti economici e sociali dell’ingiustizia ambientale.

Già dagli anni ’80, un gruppo di studiosi ha indagato le correlazioni, cioè il rapporto tra i cambiamenti climatici e razzismo ambientale e ha provato che le conseguenze più gravose vengono subite dai gruppi sociali che hanno minori responsabilità in merito, cioè quelli che emettono meno gas climalteranti e che consumano di meno.

Più lasciamo che l'emergenza climatica si aggravi più le disparità sociali ed economiche si aggraveranno. Sempre secondo il già citato rapporto dell’Ipcc “gli impatti del cambiamento climatico saranno più severi non solo per i più poveri ma anche per gli anziani, i giovani, i più vulnerabili, gli indigeni e gli immigrati recenti”. In particolare le popolazioni indigene che hanno un rapporto privilegiato con la terra e l’ambiente – in America Latina gli Amerindi definiscono la terra “Pachamama” (Madre Terra) – sono quelli che subiranno maggiormente gli effetti del cambiamento climatico e dell’ingiustizia ambientale. Il Sud del mondo è responsabile del 10% delle emissioni ma dovrà subirne il 75% delle ricadute negative!

- gli allevamenti intensivi. Se l’intero settore dei trasporti produce il 13% dei gas ad effetto serra attuali, gli allevamenti intensivi ne producono il 18%. In più, oltre alla CO2 e al metano, sono responsabili del 65% di tutte le emissioni di ossido di azoto prodotte dall'uomo, un gas serra con un potenziale di riscaldamento pari a 296 volte quello dell'anidride carbonica e che rimane nell'atmosfera per oltre 150 anni.

- l'agrobusiness (il sistema agroalimentare industriale). Anche il settore agricolo ormai è “industrializzato”. A oggi, per accrescere la produzione, oltre ad usare una notevole quantità di mezzi meccanici, si usano concimi e pesticidi chimici altamente inquinanti. Abbiamo prodotti in grande quantità e in qualsiasi stagione a discapito della qualità. I concimi chimici e i fitofarmaci favoriscono la crescita delle piante, ma, al contempo, vanno ad inquinare aria, falde acquifere ed i terreni che diventano sterili e aridi. A questo proposito, la Commissione europea ha adottato un nuovo pacchetto di proposte che include la politica alimentare “Farm to Fork” (dal produttore al consumatore) e la strategia sulla biodiversità.  La combinazione delle due prefigura un futuro all'insegna della sostenibilità ambientale nella gestione delle aree rurali dell'Ue. Uno dei primi obiettivi stabiliti è l’abbattimento del 50% dell'uso dei pesticidi chimici entro la fine del 2030. Inoltre, si sta cercando di promuovere un maggiore utilizzo di metodi alternativi e sicuri per proteggere i raccolti da organismi nocivi e malattie con l’introduzione sul mercato di pesticidi contenenti sostanze biologiche. Speranzosi che tutto questo possa realizzarsi, in questi giorni si è mosso anche il movimento “Fridays for Future”, la rete ispirata dalla battaglia di Greta Thunberg, con una proposta all’Ue di rivedere le politiche agricole per ridurre le emissioni di gas serra. La proposta di cui si farà portavoce in prima persona proprio Greta è quella di “pagare gli agricoltori per proteggere l’ambiente” attraverso sussidi per coloro che tutelano l’acqua pulita, e riducono le emissioni di carbonio nell’aria. Gli attivisti in una lettera aperta hanno scritto “Chiediamo un percorso verso la neutralità climatica per il settore agricolo e alimentare dell'Unione Europea. Dobbiamo trasformare i pagamenti diretti in pagamenti per beni pubblici. Il denaro pubblico deve confluire nella transizione verso un'agricoltura sostenibile, ‘contadina’ e rispettosa del clima”.

- la produzione dei rifiuti. Occorre distinguere tra paesi ricchi e paesi poveri. Come scrive Manlio Dinucci nel libro [3] che consiglio vivamente di leggere, i paesi poveri sono la “pattumiera dei paesi ricchi”. I paesi ricchi del Nord del mondo hanno stabilito regole per lo smaltimento dei rifiuti riducendo al minimo l’inquinamento sul loro territorio ma, poiché le procedure di smaltimento hanno costi piuttosto elevati, le industrie preferiscono trasferire i loro rifiuti tossici nelle zone degradate e prive di regole del Sud del mondo. Inoltre, a seguito di mancanza di politiche di gestione adeguate, nei paesi del Sud tendono a formarsi delle vere e proprie discariche a cielo aperto, soprattutto nelle periferie delle città dove vivono le persone più povere; per esempio le favelas brasiliane, dove le baraccopoli fatiscenti sono realizzate proprio con materiali trovati nelle discariche, si trovano molto spesso a ridosso di vere e proprie montagne di rifiuti!

Spesso i rifiuti tossici, oltre ad essere depositati sul suolo, vengono sversati anche nei mari quindi oltre a provocare malattie e decessi delle popolazioni, si causano anche ingenti danni alle biodiversità terrestri e marine.

Anche la demolizione e lo smaltimento di apparecchi elettronici è altamente inquinante e viene effettuata nei paesi del Sud del mondo come Cina, India, Sud Africa. Le persone addette a questa operazione, non vigendo regole, sono esposte a gravi danni per la salute.

- l'eccessivo consumo di acqua. L'acqua è sinonimo di vita e per questo è un bene prezioso. A oggi l'accesso all'acqua potabile diventa sempre più difficile vista l'inarrestabile crescita della popolazione mondiale e dei consumi. Ci sono zone dove l’acqua scarseggia perché lo sfruttamento delle risorse idriche ha superato i limiti oppure perché sono caratterizzate da siccità, e altre dove, pur essendo abbondante, non può essere utilizzata perché non potabile. Nelle zone più povere del mondo spesso non può essere adoperata perché le persone non hanno possibilità di allacciarsi alla rete idrica, per cui, per avere acqua potabile, sono costrette a recarsi alle fonti pubbliche o ad acquistarla da privati. E qui sorge un’altra questione assai importante: la privatizzazione dell’acqua. Nei paesi industrializzati che hanno adottato leggi liberiste, la privatizzazione dell’acqua si ha da ormai 30 anni. La gestione della rete idrica affidata alle aziende private ha generato un giro d'affari di centinaia di miliardi di dollari all’anno. Si oppongono a ciò alcune associazioni che, a ragione, sostengono che l’acqua, essendo un bene naturale comune, oltre a un diritto fondamentale dell'uomo, dovrebbe essere fruita gratuitamente da tutti!

Ultimamente si sta cercando di contrastare il mercato dell’acqua imbottigliata, dominato da alcune multinazionali mondiali, con l’introduzione di “fontanelli pubblici” messi a disposizione dai Comuni anche nelle scuole.

Comunque noi, mentre muoiono di sete centinaia di persone, soprattutto nelle zone più degradate dell’Africa, dovremmo consumare con più parsimonia le nostre risorse idriche nel rispetto dell’ambiente e dei nostri simili meno fortunati di noi.

- l'emissione di sostanze inquinanti nelle acque e nell’atmosfera. Nelle zone urbane e industriali l'inquinamento dell'aria è dovuto maggiormente alle emissioni degli autoveicoli e dei mezzi pesanti da trasporto che contengono benzene e biossido di azoto e allo smog. Le sostanze inquinanti più pericolose sono quelle chimiche che sono contenute anche nei prodotti che usiamo in casa ogni giorno. Molte di queste sostanze non si degradano e restano nell'ambiente.

Il mare viene inquinato dai rifiuti tossici industriali che, abusivamente, vengono sversati nelle acque di fiumi e laghi, e anche dai mezzi che lo solcano. Ad esempio, le cisterne delle petroliere, nonostante i divieti vengono lavate in mare ed immettono nelle acque grandi quantità di petrolio.

Le emissioni di CO2, metano e quant'altro che alterano il clima, sono rifiuti estremamente pericolosi. Se queste emissioni, incolori e inodori, fossero nubi colorate ci renderemo conto che siamo avvolti da una grandissima quantità di emissioni. Noi non le vediamo però ci sono. Consideriamo che adesso la misurazione di CO2 ha raggiunto le 400 parti per milione presenti nell'atmosfera ed è il picco più alto degli ultimi 800.000 anni, raggiunto in pochi decenni. Le fluttuazioni climatiche ci sono sempre state. Solo che si sono sviluppate nel corso di migliaia di anni (es. era glaciale); noi in 40 anni abbiamo raggiunto una situazione di riscaldamento globale che in tempi remoti si raggiungeva in centinaia di migliaia di anni. E non sono solo le grandi industrie che producono i gas serra responsabili di tutto ciò.

Anche i tagli delle grandi aree boschive sottraggono capacità del sistema complessivo di assorbire anidride carbonica e rilasciare ossigeno.

- la deforestazione causata da incendi e abbattimenti. Un patrimonio ecologico fondamentale del nostro pianeta sono le foreste che coprono circa il 30% della superficie terrestre. Fra queste, le foreste pluviali sono considerate il vero e proprio polmone della Terra. Le cause della deforestazione sono incendi, estrazione di minerali e idrocarburi come petrolio e gas naturale, produzione di legnami pregiati ma, principalmente in questi ultimi anni, gli allevamenti intensivi: gli alberi vengono tagliati per fare spazio alle colture dei mangimi destinati agli animali. Questo genera una forte riduzione della biodiversità, infatti, è stato calcolato che ogni secondo perdiamo circa 137 specie di piante ed animali a causa della deforestazione. È proprio la biodiversità e la conservazione degli habitat che garantisce la stabilizzazione del clima, l'assetto idrogeologico, il mantenimento delle barriere alla diffusione di agenti patogeni e di parassiti, la composizione del suolo, la fotosintesi, il riciclo dei nutrienti ed il mantenimento della qualità dell'acqua.

Il continuo accorciamento dei maggesi (terreni agricoli tenuti a riposo, affinché riacquistino la fertilità) per accrescere la produzione di cereali e leguminose destinate all’alimentazione animale, non lascia al suolo il tempo di rigenerarsi, accentuandone l'erosione.

Ne conseguono sia frane e inondazioni, sia una diminuzione dell'approvvigionamento delle falde, il che provoca desertificazione, disarticolazioni idrogeologiche e siccità ricorrenti.

La principale foresta mondiale, quella dell'Amazzonia, occupa 9 paesi – fra questi principalmente il Brasile – e da alcuni decenni è sottoposta ad un forte disboscamento. Con l'insediamento di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile a fine 2018, l'attacco ha subìto un'accelerazione molto preoccupante, generando malcontento e preoccupazione, nel mondo ambientalista e anche nella comunità internazionale che ha preso posizione pubblicamente. Soprattutto durante l'estate del 2019 enormi incendi hanno devastato la foresta amazzonica sollevando lo sdegno di molti che hanno criticato la gestione del polmone verde della terra da parte del nuovo presidente. Oltre 1/5 della sua superficie è già stato distrutto e con gli incendi divampati nell'Agosto 2019 ha avuto un aumento della deforestazione del 300%, rispetto allo stesso mese del 2018, e di quasi il 100% solo nei primi otto mesi del 2019.

Anche il seminario di Lari, “Capitalismo ed emergenza climatica” ha evidenziato come il sistema capitalistico attualmente dominante, basato su sfruttamento, mercificazione e abbandono, stia causando danni, anche irreversibili, all’ambiente in nome di un cospicuo profitto per pochi.

Per non parlare dello sfruttamento delle persone, trattate come merci, dato che viene offerto loro di lavorare con stipendi da fame, e con scarse tutele, creando povertà, emarginazione e divari sociali sempre più evidenti.

Grazie alla globalizzazione infatti numerose multinazionali hanno spostato le filiali delle loro industrie nei paesi del Sud del mondo, agevolate dai governi locali sia dal punto di vista fiscale che legislativo: manodopera sottopagata, tassazione al minimo e assenza di leggi rigide a favore dell’ambiente.

Una delle strategie maggiormente note per affrontare la crisi del Pianeta, quella dello sviluppo sostenibile, potrebbe non essere sufficiente perché non permette di superare le distorsioni ambientali e sociali del capitalismo e non prevede l'uscita dal paradigma della crescita economica infinita. Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo in grado di garantire il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza negare le possibilità alle generazioni future di soddisfare i propri. Si tratta di un modello dal minor impatto ambientale e più avanzato di quello attuale, ma non risolve il problema della mercificazione della natura e del suo sfruttamento a fini del profitto individuale. Ciò non toglie che possiamo fare qualcosa a livello personale impegnandoci a sostenere una riorganizzazione dell'economia su base territoriale, utilizzando le risorse locali, evitando lo spreco, la produzione di energia locale etc.

Dovremmo creare un sistema economico stabile che non persegua la crescita infinita, che garantisca per tutti una condizione di vita sufficientemente buona e che rispetti i limiti ecologici riducendo rapidamente il livello delle emissioni climalteranti, il livello di conflittualità con la biosfera ed abbandonando l'economia estrattiva-dissipativa.

Quindi, come è emerso dal seminario, Solo l’abbandono del liberismo e del capitalismo, con scelte politiche radicalmente in controtendenza, può essere l’inizio della soluzione dell’emergenza climatica e ambientale, oltre alla fine delle ingiustizie provocate da sfruttamento e oppressione delle classi dominanti sulle classi e sui popoli dominati”.

Note:

[1] Fabio Amato, insigne geografo dell’Università di Napoli.

[2] L’argomento è trattato nel saggio di Andrea vento pubblicato nel dossier Capitalismo ed emergenza climatica (atti del convegno di Lari richiamato nel presente articolo)

[3] M. Dinucci e C. Pellegrini, SOS ambiente. Per uno sviluppo sostenibile in un mondo senza guerra.

Dossier “Capitalismo ed emergenza climatica” – saggio prof. Andrea Vento

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