Dal punto di vista umano e professionale, cosa significa trovarsi in prima linea e subire la detenzione o la repressione per aver documentato e partecipato a iniziative come la Freedom e la Sumud Flotilla?
Credo di aver fatto soltanto il minimo che potevamo e dovevamo fare per denunciare le politiche genocidiarie di Israele contro le sorelle e i fratelli palestinesi e le ignobili responsabilità dei governi occidentali che armano, finanziano e sostengono militarmente e diplomaticamente i carnefici di Tel Aviv.
Salire a bordo dell'Handala della Freedom Flotilla Coalition, nel luglio 2025, è stato per me un gesto concreto di testimonianza e di denuncia pubblica. Ho voluto affermare che le forze di governo del nostro Paese e i maggiori gruppi economici, industriali, finanziari ed energetici italiani sono corresponsabili dei crimini commessi nella Striscia di Gaza dalle forze di occupazione israeliane.
Da siciliano sento inoltre il dovere di ricordare ai miei conterranei che la Sicilia è direttamente coinvolta nelle operazioni di guerra in Medio Oriente attraverso le basi statunitensi e NATO di Sigonella, Augusta e Niscemi. Da qui decollano gli aerei cargo che trasportano armamenti verso Israele e i droni d'intelligence che individuano gli obiettivi da colpire a Gaza. Dai nostri porti sono partite anche petroliere cariche di carburante raffinato nel polo industriale di Melilli-Priolo. Sono fatti che non possono essere ignorati.
In un panorama mediatico sempre più frammentato e polarizzato, quale dovrebbe essere il ruolo del giornalismo d'inchiesta indipendente?
Il giornalismo d'inchiesta autenticamente indipendente, capace di opporsi ai sistemi di potere, è oggi indispensabile. Deve raccontare verità, responsabilità e ingiustizie proprio nei luoghi in cui l'informazione viene trasformata in uno strumento di guerra.
Nella Striscia di Gaza, in meno di quattro anni, sono stati deliberatamente uccisi oltre trecento operatori dell'informazione. Non è un effetto collaterale: è una strategia. Le autorità di Tel Aviv eliminano i giornalisti, manipolano le notizie e impediscono agli inviati internazionali di entrare nella Striscia per documentare ciò che accade.
Eppure il popolo palestinese continua a resistere nonostante le bombe, la fame e la sete imposte dall'assedio. È una straordinaria lezione di dignità che dovrebbe rappresentare un modello per chiunque scelga di fare informazione come servizio pubblico e non come propaganda.
Le azioni di resistenza civile nonviolenta, come le flotte umanitarie, possono incidere realmente sugli equilibri geopolitici oppure il loro valore è soprattutto simbolico?
Le flotille e le grandi mobilitazioni dei loro equipaggi di terra hanno inciso molto più di quanto si voglia ammettere. Hanno messo a nudo le complicità internazionali con Israele e hanno costretto governi, monarchie e grandi potenze a confrontarsi con una crescente pressione dell'opinione pubblica.
Penso soprattutto al mondo arabo e alle petromonarchie, dove quelle iniziative hanno fatto tremare equilibri apparentemente intoccabili. Perfino la cosiddetta "Board of Peace" proposta da Donald Trump per Gaza è stata, a mio avviso, una risposta mediatica alle mobilitazioni internazionali: un tentativo di rassicurare l'opinione pubblica e, nello stesso tempo, di legittimare l'occupazione israeliana di gran parte del territorio palestinese e gli interessi economici di una ristretta élite legata al potere statunitense.
Quale messaggio desidera rivolgere ai giovani che osservano le guerre con un senso crescente di impotenza e disillusione?
I giovani sono molto più consapevoli di quanto spesso immaginiamo. Sono probabilmente la prima generazione della storia che percepisce concretamente il rischio di non avere un futuro, schiacciata tra la minaccia dell'olocausto nucleare e la devastazione climatica.
Sono ragazze e ragazzi che sentono come propria la sofferenza dei loro coetanei di Gaza e che hanno avuto il coraggio di occupare scuole, università e piazze gridando "Non in nostro nome" contro il genocidio. Semmai siamo noi adulti ad averli traditi: politici, educatori, insegnanti, genitori.
Vorrei dire loro di respingere le narrazioni tossiche che descrivono la storia come una successione inevitabile di guerre decise dai potenti, mentre i popoli sarebbero soltanto spettatori passivi. Non è così. Tutti i grandi processi di emancipazione sono stati costruiti dalle nuove generazioni: la Resistenza al nazifascismo, il movimento contro la guerra in Vietnam, il Sessantotto, il 1977, i movimenti femministi, ecologisti e antinucleari. La storia cambia quando i giovani smettono di considerarsi impotenti e tornano ad esserne protagonisti.
Di cosa parlerà alla Tre Giorni per la Pace di Milano?
Interverrò all'incontro di domenica pomeriggio intitolato "Unione Europea servo sciocco e l'Italia colonia degli USA", insieme a Fulvio Scaglione e Francesco Dall'Aglio.
Cercherò di ricostruire il ruolo dell'Italia e delle principali basi militari statunitensi e NATO nei sempre più pericolosi scenari di conflitto globale: dalla guerra russo-ucraina al Medio Oriente, fino al Corno d'Africa. Un coinvolgimento irresponsabile, spesso completamente sconosciuto al grande pubblico, ma che produce conseguenze pesantissime anche all'interno del nostro Paese: dall'aumento della spesa militare alla progressiva erosione del welfare, dei diritti sociali e della libertà di pensiero e di espressione.
Laura Tussi


