Mentre il mondo volgeva lo sguardo sulla finalissima del mondiale di calcio, un uomo smetteva di respirare, con la faccia schiacciata sull’asfalto di un condominio nel quartiere del Pilastro, a Bologna. Le sue grida d’aiuto, la sua esasperazione, lo stato di agitazione che lo aveva colto nella tarda mattinata di domenica 19 luglio si sono spente sotto il peso dell’azione di contenimento di due agenti di polizia, intervenuti per calmarlo e portarlo via, su segnalazione di qualche residente che lo aveva sentito urlare vicino a un garage. Due poliziotti, con il loro peso, hanno tenuto schiacciato il corpo di un uomo disarmato, fermato attraverso l’uso di spray urticante, immobilizzato a terra e con i polsi già bloccati da delle fascette. L’uomo urla e chiede aiuto, dice “basta”, chiede di smettere, di interrompere quell’azione fisica, spropositata, su di lui. Sono implorazioni disperate, sempre più flebili, fino a quando la voce si interrompe. Non per stanchezza o per riprendere fiato, ma perché Abderrahim Fakir, 43enne di origine marocchina, residente con la moglie a Bologna e titolare di un’impresa, smette di respirare. Per sempre.
Muore così, con i poliziotti su di lui e gli operatori del 118 immobili a osservare colpevolmente la scena, senza dire una parola, senza pensare che quell’uomo che si lamenta, stretto in quella morsa, potesse morire. Come Mogherini a Firenze, come George Floyd a Minneapolis. Come tanti altri, uccisi nel silenzio da poliziotti che evidentemente, come minimo, non hanno capito bene quale sia il limite del protocollo di contenimento di un fermato. A maggior ragione se ha problemi di natura psichica, se si trova in uno stato di agitazione. Abderrahim muore, davanti a un’unità operativa del 118 che arriva senza un medico, che avrebbe magari capito e che sarebbe probabilmente intervenuto per sedare l’uomo. Nessuno invece, in quel frangente, dice nulla, nessuno urla ai due agenti di lasciarlo stare, nessuno indica il rischio che quell’insistenza bruta possa rivelarsi letale. Sarà la giustizia a stabilire cosa ha provocato la morte di Abderrahim Fakir, ad accertare la dinamica e a giudicare l’operato delle forze dell’ordine e dei sanitari del 118. Una cosa però è certa: questa volta non ci può essere spazio per menzogne, ricostruzioni farlocche, fantasiose versioni sulla legittima difesa.
Non sarà possibile, perché questa volta tutto è avvenuto sotto lo sguardo della videocamera di un residente, che ha ripreso gli ultimi, terribili istanti di vita del 43enne fermato a Bologna. Una sequenza drammatica, che squarcia l’anima di chi ancora conserva uno spazio di umanità e di indignazione civile. Qui non c’entrano eventuali pregiudizi, sentimenti di odio o etichette ideologiche nei confronti delle forze dell’ordine,
che però devono iniziare a comprendere che siamo ancora, almeno in apparenza, in democrazia e che la divisa non può essere garanzia di impunità, che chi sbaglia deve pagare, anche per il bene di tutte quelle donne e quegli uomini che svolgono correttamente il loro dovere. La vicenda di Bologna ci porta allora dentro un contesto più ampio, che richiama un tema ancora più importante: la salute dello Stato di diritto e, più in generale, il futuro della democrazia. Il nostro Paese è invaso e inquinato funestamente dal pericoloso e infestante sottopensiero dell’estrema destra. Una destra pericolosa, cialtrona, incapace di rispondere alle vere priorità del Paese, ancora insabbiata nella palude della guerra agli ultimi, dell’odio verso ciò che è diverso, difforme dai propri minuscoli confini di pensiero.
Una destra che ha messo totalmente da parte la crisi economica, i conflitti internazionali, il collasso della sanità pubblica, il welfare, le conseguenze tangibili e soffocanti del cambiamento climatico e dei modelli industriali che lo nutrono, per continuare a rimestare nel fango della propaganda, della guerra alla magistratura (l’unico territorio istituzionale, insieme alla presidenza della Repubblica, non ancora assoggettato), delle lotte intestine per il consenso e della demonizzazione delle opposizioni. Una versione politica mostruosa che ha cancellato qualsiasi moderazione, qualsiasi residuo del pensiero liberale, per spostarsi nettamente verso la barbarie assoluta, con la negazione a priori di una qualunque forma di razionalità, di buon senso, di rispetto dei ruoli istituzionali. La destra attuale è responsabile di questa violenza. I suoi leader sono i cattivi maestri di un popolo sempre più invitato a calpestare la legge, le regole e le istituzioni che provano a farle rispettare.
Così, diventa normale che un caso di cronaca come quello del gioielliere Roggero, sul quale peraltro la magistratura ha agito secondo legge, diventi una ossessione politica che assume i tratti di un grottesco reality show, dove tutti, dagli esponenti di partito ai vip solitamente avvezzi a scegliere la posa migliore in un selfie sui social, esprimono la loro opinione. Assolutamente non richiesta, se fossimo in un Paese normale. Ma siamo in Italia, dove qualcuno vuole demolire il principio della legittima difesa, dove c’è chi, spalleggiato da potenti uomini d’affari stranieri e fascisti, addirittura chiede la condanna di quei giudici che, con grande serietà e riconoscendo anche le attenuanti (che infatti hanno fatto scendere a 14 anni la pena per duplice omicidio), hanno semplicemente applicato la legge dello Stato. Peraltro, modificata proprio dalle forze al governo. Siamo nel Paese nel quale, mentre ancora si indaga sulle esatte cause della morte di Abderrahim Fakir e sull’eccessivo uso della forza di due agenti, la destra al potere, per bocca di Fratelli d’Italia e Lega, si schiera già, senza se e senza ma e malgrado le immagini drammatiche diffuse in rete, con i poliziotti.
Non è bastato, evidentemente, il clamoroso caso di Rogoredo e dell’agente Cinturrino, per il quale fiorirono tante parole di solidarietà da parte dei sovranisti di casa nostra, salvo poi scoprire che l’agente non aveva sparato per legittima difesa, ma aveva ucciso a freddo, per ragioni di affari e potere, il ventottenne Abderrahim Mansouri (triste coincidenza nel nome, anche se egli era più noto come Zack). Proprio non ce al fanno: le due forze di maggioranza, nuovamente, si travestono da giudici, prima ancora di sapere, di conoscere, di approfondire. Diventano giuria popolare, usano il pollice verso dell’autoritarismo (così tanto tornato di moda) per decretare le loro sentenze senza diritto. Spostano l’attenzione su chi reagisce, su chi protesta, sulla rabbia di chi chiede una giustizia uguale per tutti e non scudi o protezioni per gli assassini. Parlano di odio, accusando chi è stato protagonista degli scontri di Bologna, ma non capiscono che quell’odio lo hanno creato loro con la loro ostinata arroganza, con la loro parzialità di giudizio.
Questo è l’orrido “senso di giustizia” di Meloni, Salvini, Borghi, La Russa e ovviamente anche di Vannacci e dei suoi. Per loro gli esseri umani non hanno tutti lo stesso valore: se sono dei ladri devono morire, anche se non hanno sparato a nessuno, né avevano intenzione di farlo. Se sono di origine straniera (ma con gradazioni differenti a seconda della provenienza e dello status), anche qualora si tratti di persone inoffensive o con malesseri di tipo psicologico, vanno presi a pugni in faccia o persino uccisi. Questo è il “senso di giustizia” di chi aizza il popolo a farsi giustizia da sé, di chi nasconde la propria incapacità a far progredire lo Stato dietro slogan violenti, posizioni disumane, minimizzazioni irresponsabili, accuse verso quelle istituzioni che sono parte fondante e imprescindibile dello Stato. Di uno Stato di diritto, di una democrazia. Cioè di quell’insieme di regole e valori che fanno sì che si possa vivere in una comunità nazionale dove non esistano né giustizieri improvvisati e fai da te, né la pena di morte, né l’uso eccessivo della forza da parte di chi dovrebbe avere gli strumenti e l’addestramento per gestire, in sicurezza, certe situazioni. Avendo sempre davanti a sé il rispetto dei diritti. Di tutti.
La destra, questa destra sovranista a parole, ma nei fatti al servizio di oscuri poteri stranieri, sta portando il Paese verso un baratro politico, sociale, culturale e umano il cui prezzo sarà pagato da tutti noi, perché mette in discussione o addirittura frantuma principi che sono alla base della convivenza civile e della giustizia. Altro che legalità e sicurezza. Solo parole vuote, retorica insopportabile. È anche per tutto questo orrore politico, questo “liquame morale”, come lo ha egregiamente definito Gianrico Carofiglio, che possiamo sostenere con certezza che, se Paolo Borsellino fosse ancora vivo, non solo non sarebbe mai ministro di questo governo, ma anzi ne sarebbe il primo critico e nemico, si opporrebbe con forza a chi esprime questa orribile idea di giustizia e, in particolare, a un presidente del Senato così grottesco e volgare, totalmente allergico al diritto e al sacro principio dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Senza scudi e discriminazioni.
Massimiliano Perna -ilmegafono.org


