La prima vittima della legge Meloni-Nordio che modifica la Costituzione per dare un colpo all’indipendenza dei magistrati – nella loro attività di giudici e pubblici ministeri – è in realtà il Parlamento della nostra Repubblica democratica.
Non tutti hanno chiaro quanto è accaduto. Il governo ha deciso da solo il testo delle modifiche alla Costituzione mettendo alla legge un titolo pressoché incomprensibile: norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare. Titolo del tutto ingannevole, a cui si aggiunge la definizione politica corrente del governo e cioè che la legge tratterebbe della separazione delle carriere dei magistrati, questione largamente risolta senza modificare la Costituzione.
La strategia per punire la magistratura
Hanno ragione i 15 promotori della raccolta delle firme per il referendum che hanno proposto un testo più veritiero, citando esplicitamente tutte le modifiche costituzionali proposte dalla legge Meloni-Nordio (articoli: 87 comma 10, 102 comma 1, 104, 105, 106 comma 3, 107 comma 1 e 110 comma 1).
Infatti, se la legge entrasse in vigore verrebbero modificati ben 7 articoli della Costituzione. Molti elettori potrebbero non avere chiaro che si tratta di una legge che vuole cambiare in profondità la Costituzione nella parte relativa alla magistratura.
L’obiettivo del governo è colpire pesantemente la capacità di auto rappresentazione e autogoverno dei magistrati, diminuendone il peso che hanno attualmente nella società e nella struttura della democrazia italiana. In sostanza con la legge Meloni- Nordio verrebbe colpita l’autonomia della magistratura che è indispensabile per esercitare un controllo di costituzionalità e di corretta interpretazione delle leggi. L’indipendenza dei magistrati è indispensabile nello svolgimento dei loro compiti, un pilastro dell’equilibrio dei poteri in una democrazia. Un punto di differenza tra democrazia e autocrazie.
Pur di raggiungere questo obiettivo il governo ha obbligato il Parlamento ad approvare a scatola chiusa la sua proposta di legge. Quindi l’opposizione non ha potuto fare alcuna modifica al testo, neppure una virgola, nelle 4 sedute previste dall’articolo 138 per modificare la Costituzione. Quelli che oggi affermano che sarebbero orientati ad approvare la proposta dovrebbero rifletterci: infatti sembrano dimenticare che l’opposizione non ha avuto la possibilità di svolgere alcun ruolo. Di più: la stessa maggioranza parlamentare non ha toccato palla ed è stata costretta ad approvare il testo del governo senza correzioni.
Quando il governo obbliga il Parlamento ad accettare senza modifiche le sue proposte di fatto sta togliendo forza e ruolo a questo pilastro della democrazia. Se il governo di fatto accentra su di sé una parte importante dei poteri delle Camere sta cambiando in profondità la Costituzione senza dirlo.
Del resto altri episodi lo confermano. Pensiamo alla legge di bilancio che di fatto è stata discussa da un solo ramo del Parlamento e all’altro ramo è restata solo la possibilità di approvare il testo senza modifiche, in pochissimo tempo, con il voto di fiducia. Voti di fiducia, maxi emendamenti sono diventati un’abitudine. Alternando l’approvazione delle leggi tra Camera e Senato in prima battuta e relegando l’altra a fare da comparsa, si prosegue ulteriormente l’opera di compressione del ruolo del Parlamento.
Per questo credo che l’opposizione debba iniziare a correggere errori fatti in passato – che le destre stanno sfruttando pesantemente – e ritornare al ripristino della sostanza della Costituzione antifascista del 1948 che troppe volte è stata sacrificata sull’altare di convenienze politiche contingenti, vere o presunte. L’acquiescenza del Parlamento ai voleri del governo ribalta pesantemente il ruolo degli organi costituzionali e assegna al governo un ruolo dilatato. Se poi a questo si accompagnasse un ridimensionamento del ruolo autonomo della magistratura, del suo controllo sugli atti del governo che rappresenta una tutela fondamentale per i diritti dei cittadini, saremmo di fronte ad uno stravolgimento ancora più di fondo della democrazia disegnata dalla Costituzione.
Giorgia Meloni non sopporta alcun controllo democratico
Non è certo per caso che Giorgia Meloni ha fatto un mazzo di tutte le magistrature e dei diversi controlli da essere operati, accusandole di invasioni del campo nelle decisioni politiche. Si è passati dalla Corte dei Conti colpita nel suo potere di controllo sulla spesa pubblica per avere osato mettere in discussione le scelte relative al ponte sullo stretto, fino a dileggiare apertamente singole sentenze e sminuire così il ruolo dei magistrati. La destra al potere non gradisce i controlli e mal sopporta i vincoli della Costituzione e delle leggi, quindi punta a ridimensionarne il ruolo e l’autonomia. L’opposizione fa benissimo a respingere questi attacchi e allo stesso tempo a sventare il tentativo di Nordio di ottenere il voto favorevole alla riforma con l’argomento si un futuro, presunto interesse. Schlein ha giustamente promesso che un futuro governo delle opposizioni non ha alcun interesse ad avere una magistratura acquiescente.
Per fermare questa pessima legge occorre che vincano i No al referendum costituzionale, consentendo così di riprendere un discorso, necessario, sul funzionamento della giustizia, che questa legge non affronta. Non si può dimenticare, inoltre, che in ballo nella sfida referendaria c’è molto di più. Come conferma l’insistenza di Giorgia Meloni sul fatto che la vittoria del No non inciderebbe sul futuro del governo.
Del resto i comportamenti di Trump sono un manifesto di quanto non deve accadere in Italia. Ma purtroppo sono anche l’esempio che una parte importante della destra italiana coltiva.
Nell'immagine Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il NO alla riforma della giustizia



