Le firme e il referendum per fermare il governo

di Massimo Villone - Ilfattoquotidiano.it - 02/01/2026
Nessuno si illuda. Ricordate Meloni sull’elezione diretta del premier? Volete decidere voi o lasciar decidere il Palazzo? Ottimo spot, ma sia chiaro che dopo il voto fatidico per il popolo sovrano c’è la mordacchia. Per questo, fermiamoli oggi con le firme e domani con il voto.

Correva voce che il Consiglio dei ministri di lunedì avrebbe deliberato lo schema di decreto da sottoporre per la firma a Mattarella, fissando la data del voto referendario a domenica 1 e lunedì 2 marzo. Non l’ha fatto. È stata determinante la raccolta di firme in corso, giunta a 100 mila proprio mentre era in riunione il Consiglio. E la data del voto è diventata essenziale nel confronto tra maggioranza e opposizione. Andare di corsa al voto, per evitare che il popolo sovrano si affatichi a pensar troppo? A Palazzo Chigi l’hanno considerato, e ancora sono tentati. Si rinvia a gennaio, e Nordio parla di un compromesso, per evitare ricorsi e ritardi. Quello che ha in testa il governo si può sintetizzare nei seguenti punti.

1) L’ordinanza della Cassazione del 18.11 ammette le richieste avanzate da quattro gruppi di parlamentari. 2) Richieste e ordinanza assorbono ed esauriscono la parte restante dei tre mesi dati dall’art. 138. Essendo stato il referendum già chiesto e ammesso, il termine di tre mesi non trova più concreta applicazione. 3) Ne segue che la raccolta di firme non ha copertura costituzionale, ed è dunque inutile, anzi non andava proprio avviata. 4) Il procedimento di indizione del voto non rimane congelato fino al 30 gennaio per la raccolta firme, e si può anticipare il voto a marzo, al più nella seconda metà.

Qual è il sasso nell’ingranaggio? Ovviamente, la raccolta firme, non a caso da me chiesta su questo giornale fin dal lontano 16 novembre, e dopo la presentazione della richiesta da parte dei 15 volenterosi sostenuta, sempre da questo giornale, con una mia intervista, articoli, e un editoriale di Marco Travaglio. Non trovai ascolto allora nella Via Maestra riunita intorno alla Cgil, che ha detto no alla raccolta firme pare con l’argomento – palesemente incongruo per una raccolta online – del carico organizzativo e del costo. Da ultimo il Comitato Bachelet, illuminato dalla corsa travolgente delle firme (ora verso le 200mila), invita dopo un lungo silenzio l’area di riferimento a firmare.

Cosa pensa Nordio quando parla di un compromesso? Su cosa, e con chi? L’assunto di fondo del governo è che i 15 volenterosi non abbiano alcun interesse concreto e attuale per un ricorso davanti al giudice amministrativo avverso il decreto di indizione del voto. Se pure il ricorso fosse ammesso, il governo scommette su un rigetto in quanto il fine perseguito dai ricorrenti – il referendum – è stato già per altra via realizzato. Ma a Palazzo Chigi qualche testa pensante sa che non è possibile impedire un ricorso, e che questo può di per sé allungare i tempi.

I 15 volenterosi hanno un interesse concreto e attuale a impugnare davanti al giudice amministrativo il decreto presidenziale di indizione del voto. Il loro interesse è nitidamente disegnato nella consolidata giurisprudenza della Consulta, in cui emergono due concetti. Il primo: i 15 fino alla raccolta delle 500mila firme sono solo cittadini pensosi della salus rei publicae che chiedono di raccogliere almeno 500mila firme sulla richiesta di referendum. Chiamarli già “comitato promotore” non ha alcun effetto sul piano giuridico. Il secondo: solo se la raccolta raggiunge almeno 500mila firme i 15 assumono la veste di comitato promotore in senso proprio, soggetto esponenziale del popolo sovrano, titolare di una funzione costituzionalmente rilevante, persino configurabile come potere dello Stato, con accesso in Corte costituzionale. L’impugnativa del decreto presidenziale non punta allora a un generico fine che si faccia il referendum, ma difende lo specifico interesse dei 15 volenterosi a conseguire lo status che la giurisprudenza consolidata della Consulta riconosce loro. Impedire o limitare la raccolta di firme a tal fine necessaria reca un danno indiscutibile, e non altrimenti rimediabile. Da qui l’interesse concreto e attuale, e la legittimazione a ricorrere. Quindi, tutti fermi fino al 30 gennaio. Era necessario partire dal primo momento con la raccolta delle firme, come è oggi necessario puntare alle 500mila. Non tutti nello schieramento del No hanno inteso o intendono l’importanza di questi obiettivi. In ogni caso, la forzatura sulla data e l’accelerazione avrebbero per il governo un costo d’immagine ben maggiore del guadagno di qualche giorno in meno di campagna elettorale. Soprattutto testimonierebbero paura per l’impetuoso montare delle firme nelle ultime ore, confermando che la maggioranza teme la partecipazione democratica come il diavolo l’acqua santa.

Nessuno si illuda. Ricordate Meloni sull’elezione diretta del premier? Volete decidere voi o lasciar decidere il Palazzo? Ottimo spot, ma sia chiaro che dopo il voto fatidico per il popolo sovrano c’è la mordacchia. Per questo, fermiamoli oggi con le firme e domani con il voto.

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