C’era una volta la spagnola

di Barbara Fois - Liberacittadinanza - 21/04/2020
Somiglianze, differenze e riflessioni sul Covid-19

Guardate questa foto: è stata scattata nell’ottobre del 1918 a Seattle, negli USA. Sono passati dunque più di 100 anni e lì siamo in piena epidemia di Spagnola (ottobre 1918-dicembre 1920). L’ho trovata impressionante, ma soprattutto sorprendente, inattesa. Forse perché la Spagnola sembra un fatto remoto, una realtà lontana da noi, del tutto astratta. Perché in genere non abbiamo notizie dirette, né foto di famiglia che rendano questo fatto più vicino a noi, dunque tutto resta in una dimensione teorica, di mera informazione storica. Quindi fa davvero la differenza vedere invece, in queste vecchie foto, le persone con le mascherine; gli ospedali da campo fatti di tende; i saloni eleganti, una volta adibiti a feste e manifestazioni culturali e ludiche, divenuti stanzoni gremiti di ammalati. A guardarle sono stata colpita da un deja vu veramente forte ed emozionante.

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Perché parlare di Spagnola?

Sono arrivata a frugare fra i documenti e le immagini di quella lontana, terribile pandemia - che fece nel mondo più di 50 milioni di morti e nella sola Italia contò ben 400.000 decessi - cercando notizie sul covid-19. Soprattutto mi chiedevo se fosse anch’esso un virus aviario, visto che - secondo quanto ci dicono – è partito da un pipistrello, e non solo: ci dicono anche che è imparentato con la SARS, che non solo è un virus aviario, ma fa anche parte della famiglia dei corona virus. E’ stato così che mi sono imbattuta in una serie di articoli e di fotografie sulla “Spagnola” e sono rimasta davvero folgorata: in quelle immagini color seppia c’erano persone vere, che avevano ambizioni, sogni, affetti, un lavoro, una vita! Chissà cosa pensavano, come la pandemia aveva cambiato la loro vita quotidiana, le abitudini, i rapporti interpersonali. La cosa mi ha toccato, ha suscitato la mia curiosità e mi ha indotto a continuare a cercare, ad approfondire, ma in un modo diverso da come nel passato mi ero occupata di pandemie. Mi riferisco a quando, nel 2005, venne fuori l’allarme pandemia aviaria.

Periodicamente c’è sempre qualcuno che grida “alla pandemia!” e poi non succede niente. Ed ecco perché all’inizio di gennaio 2020, quando ancora la malattia era confinata in Cina e nella città di Wuhan, in Occidente la gente l’ha presa sottogamba: poteva trattarsi del solito allarmismo finalizzato alla vendita di vaccini inutili, come nel 2005. Inutili per tutti, ma non certo per le case farmaceutiche. Allora, addirittura la OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) per far fronte all’eventuale pericolo di una pandemia, diffuse un protocollo sanitario che fu adottato da 50 Paesi, compresa l'Italia, in cui si valutava la possibilità che il virus dell'influenza stagionale e quello della pandemica si potessero fondere, con gravissimi rischi per la popolazione mondiale. Sappiamo bene com’è andata. Fu allora che si ricominciò a parlare di Spagnola e il motivo era molto serio: ben due riviste scientifiche d’eccellenza - Nature e Science - se ne occuparono, sorprendendo il mondo. Un articolo uscito il 6 ottobre 2005 sul numero 437 della rivista “Nature” e uno del 7 ottobre del 2005 uscito nel numero 5745 della rivista “Science” raccontarono minutamente come un gruppo di scienziati fosse riuscito a ricostruire la sequenza del virus della “Spagnola” . Philipp Allen Sharp, premio Nobel per la medicina nel 1993, scrive nel suo editoriale sulla rivista “Science” : Come previsto, il sequenziamento ha messo pienamente in luce che si tratta di un virus molto più letale dei “normali” ceppi influenzali. Ne risultano quindi due notizie, una buona e una cattiva. Quella buona è che ora potremo sviluppare nuove terapie e forse anche un vaccino efficace. Quella cattiva è che un eventuale gruppo terroristico potrebbe servirsi di queste conoscenze per tentare di diffondere il virus.” Una bella imbeccata, non c’è che dire….

Ma perché mai fare questa operazione di “bricolage”sul virus aviario per eccellenza, l’H1N1, ovvero appunto la Spagnola.

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Per ricostruirlo hanno fatto cose veramente assurde: hanno studiato quello che restava di alcuni cadaveri conservati in Alaska, osservato alcuni resti di biopsie in formalina trovate in un ospedale militare e hanno perfino deciso di riesumare il cadavere di una fanciulla di 20 anni, Phyllis Burn, sepolta in una bara di piombo, a Twickenham, Londra. Faccio fantascienza? No, no. E’ tutto scritto e pubblicato sulle riviste scientifiche “Nature” e Science”. Spiego meglio quello che ho capito: il corredo genetico del virus influenzale è composto da 8 segmenti di RNA. Anche questi virus hanno come habitat le cellule, umane o animali, e per entrare dentro una cellula devono ancorarsi ad un recettore con una loro proteina di superficie, la emoagglutinina (HA). Ora, basta neutralizzare (ad es. con anticorpi) la HA o una seconda proteina virale di superficie (la neuroaminidasi, NA) e il virus non può entrare nella cellula. E la vaccinazione antinfluenzale si basa appunto sulla preventiva induzione di anticorpi contro la HA e la NA.

Dunque, come dicevo, nella ricostruzione del genoma del virus della “Spagnola”, avevano usato quei reperti umani così deteriorati dal tempo, ma erano riusciti a mettere insieme solo 5 degli 8 segmenti. E’ stato il virologo americano Jeffery K.Taubenberger – capo della sezione patogenesi virale ed evoluzione, del Laboratorio di malattie infettive di Berthesda nel Maryland – a trovare i 3 che mancavano e ha descritto la sequenza genetica del virus. Così ha potuto stabilire che il virus della “Spagnola” e quello dell’influenza aviaria presentano estese omologie. E allora? Valeva la pena di fare tutto questo? Ma per cosa? Perché cercare di ricostruire il virus della “Spagnola”, dopo un secolo dalla sua totale scomparsa? Qual era il loro reale scopo: creare un vaccino? Una serie di farmaci? Così almeno ci dissero allora, per giustificare una simile pericolosissima impresa. Ma dove sono oggi quegli studi e quei farmaci antivirali che ci farebbero tanto comodo ora?? Ma quante balle ci hanno raccontato 15 anni fa?! E poi è ovvio che la gente erroneamente pensi a virus che fuggono dai laboratori!

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La vita quotidiana ai tempi della Spagnola

Ma un secolo fa, come visse la gente quella terribile pandemia?

All’inizio anche allora la cosa fu presa sottogamba: la colpa fu del Presidente del Consiglio nonché Ministro dell’Interno in carica: Vittorio Emanuele Orlando (sì, proprio quell’inetto che non seppe trattare a Versailles la pace della Prima Guerra Mondiale!) il quale emanò una nota, riportata sulla pagina 2 del Corriere della Sera del 24 ottobre 1918 in un trafiletto dal titolo: «Circolare di Orlando contro le voci false ed esagerate sull’epidemia».. Era «inteso a opporsi alle voci - si legge nella cronaca - intorno a una più larga e intensa manifestazione della forma morbosa epidemica apparsa da noi fin dalla primavera decorsa». Ed ecco la nota del premier: «Si parlò di una malattia terribile, misteriosa, ignota nella sua causa e invincibile nei suoi effetti, e di fronte a qualche caso eccezionale di complicanze polmonari particolarmente gravi (...) si è voluto poi identificare l’affezione, così come in altri Paesi provati prima del nostro si era fatto, con la peste cinese (...). Ora si tratta di voci arbitrarie, assurde, frutto di incompetenza e di fantastica sovreccitazione - prosegue Orlando - Le osservazioni cliniche come le indagini di laboratorio hanno escluso ed escludono, in modo assolutamente indubbio, l’origine esotica della malattia e la attribuiscono a quella forma morbosa che è conosciuta sotto il nome di “influenza”». Come si evince non è stato solo Trump a prendere un granchio solenne col coronavirus, tanto che oggi ne paga dolorosamente il prezzo tutta l’America.

Ma nel 1918 c’erano anche dei sindaci molto più intelligenti di Orlando. Per esempio quello di Milano Emilio Caldara, socialista (quello che nel 1922 espulse Mussolini dal PSI), che il 14 ottobre del 1918 emanò una ordinanza molto precisa e dettagliata su come si dovesse affrontare l’epidemia. E nell’immagine qua sotto, potete leggere le misure prese, che sono più o meno le stesse che prendiamo noi oggi per la pandemia Covid-19.

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Le precauzioni che si consigliano riguardano la pulizia dei locali, delle case, delle persone, ma soprattutto si raccomanda di lavarsi le mani spesso e soprattutto prima di mangiare. Ma non viene proibito di muoversi, solo si sconsiglia di prendere treni e mezzi pubblici affollati, si avverte di evitare i contatti non necessari con le persone, di evitare i locali pubblici gremiti, mentre viene raccomandato l’isolamento come precauzione da preferirsi. Inoltre ci sono consigli sull’alimentazione, che deve essere leggera e nutriente, ma senza eccessi e si dissuade dall’assumere farmaci senza il consiglio del medico, soprattutto quelli cosiddetti preventivi.

Al punto 5 è detto “Appena si avvertano i primi sintomi della malattia (mal di gola, mal di capo, dolori muscolari e alle articolazioni, malessere generale, brividi di freddo) mettersi subito a letto e chiamare il medico […]Terminata la malattia, non abbandonare il letto se non quando sono scomparsi completamente la febbre e tutti gli altri sintomi del male e non uscire di casa se non quando si riacquistino anche le forze. Chi trascura queste precauzioni, facilmente ricade malato e le ricadute sono sempre più gravi e spesso anzi mortali.”

Altrove (sempre nel numero del Corriere della Sera che abbiamo citato) si consigliano medici e infermieri di munirsi di mascherina di garza visto che il virus

si trasmette «mediante le particelle di muco che vengono emesse coll’aria di espirazione durante il parlare e il tossire». 

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anche i gatti hanno la mascherina

 

Sulla Stampa di martedì 8 ottobre 1918 dal titolo “Il termometro dell’influenza” c’è un articolo molto interessante che dà uno spaccato della vita a Torino “ La quotidiana lista dello Stato Civile, che con le nascite ed i pochi matrimoni reca i nomi e il numero dei morti in città nelle 24 ore precedenti, gode purtroppo, da qualche tempo, nei giornali cittadini, di un’attualità inconsueta. È divenuta un po’ come l’articolo di fondo, Tutti la cercano, tutti la leggono, tutti la commentano. E oggi quanti morti? Ah, più di ieri! Morti d’influenza, sottinteso. Perché è impossibile morire altrimenti, al giorno d’oggi… La influenza, i morti d’influenza, l’epidemia fanno le spese di tutti i discorsi, di tutte le curiosità, nelle famiglie, nei negozi, sul tram, e dappertutto, e sempre in base ad una sola cifra: il totale dei decessi annunciato dallo Stato Civile. È questo il termometro aritmetico su cui la cittadinanza regola il suo stato d’animo clinico, ogni mattina all’uscita del giornale: e pochi riflettono che quel termometro è unilaterale, non regolato, insufficiente, a dare una idea esatta dell’andamento, della mortalità per questa malattia del giorno.

Sappiamo, infatti, quotidianamente, il numero dei morti ma non conosciamo il numero degli ammalati d’influenza. Manca perciò, al retto giudizio, il rapporto necessario tra lo sviluppo della malattia e la mortalità da essa determinata….”

Beh, anche noi oggi, davanti ai bollettini che ogni sera alle 18 ci legge Borrelli, ci siamo chiesti a cosa servano questi numeri, se ignoriamo il numero dei positivi asintomatici, serbatoio infinito di futuri contagi.

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Dai commenti dei lettori del Corriere della Sera del 1918 che abbiamo citato, sappiamo che “La Commissione municipale di Sanità nel suo decalogo, pubblicato da tutti i giornali cittadini, ha raccomandato, fra l’altro, di evitare gli agglomeramenti di persone: il prefetto, con recentissimo suo decreto, ha sospeso l’esercizio, durante il presente periodo di epidemia, dei cinematografi, dei teatri, ecc., ma ha anche, portato restrizione alle funzioni religiose. Ora, perché il Municipio, tutore naturale e principale della pubblica salute della città, perché permette che sui trams, nelle ore in cui gli operai si recano o ritornano dal lavoro, si pigi una folla enorme di persone che, oltre ad essere di gravissimo pericolo, in questi giorni, alla salute pubblica, è altresì di pericolo alla stessa integrità personale per chi si trova costretto a rimanere letteralmente schiacciato dagli altri passeggeri?”

Da questa protesta e dalle foto evinciamo che si porta la mascherina, si sconsigliano gli assembramenti, anche nelle funzioni religiose, ma si deduce anche che tutti continuano ad andare al lavoro.

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Ma quali erano i sintomi della Spagnola?

La Spagnola era una affezione delle vie respiratorie, caratterizzata da febbre alta, tosse persistente, che poteva portare, nei casi più gravi, come il coronavirus, a una polmonite interstiziale e anche alla morte. Ne abbiamo una testimonianza diretta nella lettera di un giovane romano, Italo La Torre, a sua sorella Adele, datata 3 novembre 1918. La lettera è riportata sul Corriere della Sera del 23 marzo 2020, a cura di Goffredo Buccini. In essa Italo racconta della malattia che colpì sia lui che i genitori: avevano la febbre alta e tossivano, ma ad aggravarsi improvvisamente fu il papà, il professore di latino e greco Paolo la Torre, che dopo pochi giorni di tosse e rantoli morì: “ Il giorno dopo papà era preso da tosse violenta e febbre, dopo qualche ora anche mammà aveva la febbre a 39…» Anche loro, come oggi, erano isolati “In casa nostra nessuno, nessun amico, solo il portinaio cominciò a comprarci qualche medicina, sempre con ritardo. Intanto papà peggiorava, non parlava più ed aveva un affanno, quasi un rantolo“. La malattia è breve e mortale «Dopo tre giorni si fece il funerale, tristissimo, senza accompagno, poiché non si poteva prevedere l’ora e perché mi avevano detto proibiti gli accompagni… dopo sette giorni io malfermo sulle gambe dovetti andare al Verano e avere lo strazio di cercare fra 40 o 50 feretri ammonticchiati quello da me adorato». Come si legge, anche allora come oggi, la pandemia ebbe gli stessi effetti sugli ammalati e sulle famiglie, anche allora come oggi i funerali non prevedevano l’accompagnamento. E le parole di Italo sul suo cercare fra bare ammonticchiate, ci ricorda le terribili immagini delle bare ammucchiate negli obitori di Bergamo, i camion militari che le portavano via, ma anche quelle agghiaccianti che vengono da New York, sulle fosse comuni.

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Come finì la pandemia di Spagnola

Così come si era manifestata, nel 1920 la Spagnola scomparve: perché? Come? Non lo sappiamo. Possiamo solo augurarci che il Covid-19 non sia peggio dell’H1N1 e che sparisca anche lui dalle nostre vite. Dopo tutto sono passati 102 anni da allora, qualche nozione di virologia in più l’abbiamo, e conoscenze e tecnica, dunque noi siamo più fortunati dei nostri bisnonni, fra l’altro noi abbiamo anche telefono, TV, internet, siamo più informati, meno soli…

Dunque: fra Spagnola e Covid-19, che rapporto c’è, se c’è?

Bernardino Fantini, professore emerito presso l’università di Ginevra ha detto in proposito. “I due virus sono molto diversi tra loro in comportamenti, modi di trasmissione e pericolosità”. Altri aspetti sono invece simili: “ad esempio la reazione psicologica da parte della popolazione. Inoltre entrambi i virus si trasmettono attraverso le vie aeree e provocano soprattutto problemi alla respirazione e ai polmoni”.

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Ed ora che si fa?

Oggi bisogna non avere fretta di riaprire tutto, come se il peggio fosse passato, solo perché i numeri dei morti e degli ammalati sono momentaneamente scesi: lo sono solo perché noi siamo stati chiusi a casa, per quasi due mesi. Ma il virus è ancora fra noi, pronto a ghermire altre prede. Non sarà tanto facile uscirne, finchè non si trovi un farmaco che lo debelli. Altrimenti ci saranno altre ondate di contagi, come sta avvenendo in Cina oggi. E come successe anche per la Spagnola.

E’ comprensibile tuttavia che piccoli negozi, che vivevano del loro commercio, ora che non guadagnano più niente perché sono chiusi e si debbono pagare tasse e bollette, siano disperati. E così gli agricoltori, i vivaisti, i parrucchieri, gli artigiani, i tecnici, anche del mondo dello spettacolo, i musicisti, etc. e poi , i vari franchising, le pasticcerie, le gelaterie, le pizzerie, i ristoranti, le caffetterie e chi più ne ha più ne metta, che se non lavorano non mangiano. Tutti questi lavoratori dopo due mesi di arresto delle loro attività, sono alla fame e vogliono riaprire, anche spinti in prima fila dalle grandi industrie, che certamente non sono così disperate e possono contare su finanziamenti statali. La questione è stata posta tuttavia in modo sbagliato: non è giusto dover scegliere: o la salute, o la ripresa economica, si deve trovare una soluzione diversa, che tenga anche conto del rischio che si corre a riaprire troppo presto, vanificando due mesi di sacrificio.

Vedremo. Potrebbe essere utile, intanto, fare tesoro delle esperienze del passato ed è infatti con questo obiettivo e questo spirito che è nato questo articolo.

Buona fortuna e buona vita a tutti noi.

 

Barbara Fois

https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_23/malattia-quarantena-funerali-solitari-lettera-1918-che-sembra-scritta-oggi-608ad4e2-6c41-11ea-8403-94d97cb6fb9f.shtml

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