Falcone e Borsellino scalzati da Arnaldo Mussolini?

di Barbara Fois - Liberacittadinanza.it - 14/08/2021
Delirante proposta del leghista Durigon sull’intitolazione del parco di Latina

I fatti

Il 4 agosto, durante uno dei tanti eventi a sfondo elettorale (questo paese è sempre, continuamente in campagna elettorale) per le amministrative a Latina, Claudio Durigon, sottosegretario leghista al ministero dell’Economia, ha proposto di revocare l’intitolazione del parco a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di dedicarlo ad Arnaldo Mussolini, fratello minore di Benito. Ha detto Durigon (a fondo articolo ho messo il link e potrete ascoltarlo in diretta) : “Qualcuno ha voluto cancellare la storia di questa città con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel parco Mussolini che è sempre stato”. In realtà le cose non stanno proprio così: la sua intitolazione al Mussolini era già stata tolta nel 1943, qualche giorno dopo le dimissioni del duce.

Da allora quello spazio verde era stato sempre chiamato solo i Giardinetti. Poi, negli anni ’90, con una forzatura, era stato di nuovo intitolato ad Arnaldo Mussolini, dal sindaco repubblichino Ajmone Finestra. Il parco comunale di Latina ha cambiato di nuovo nome nell’estate del 2017, quando dall’attuale sindaco Damiano Coletta è stato intitolato ufficialmente ai due giudici assassinati dalla mafia. Già allora il centrodestra si era opposto, giudicando l’iniziativa un atto “contro la storia della città”. L’idea che hanno della storia quelli di destra è davvero molto vaga e opportunistica e se fossero coerenti dovrebbero a questo punto cambiare anche il nome della città e chiamarla nuovamente Littoria.

Ma perché il Durigon se ne è uscito con una frase così chiaramente divisiva? Forse perché Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia stanno facendo una incredibile fatica a trovare un candidato a sindaco della città, da sempre indicata come il laboratorio del centrodestra e il feudo della Meloni, come ha raccontato così bene Report, che ha indagato sui rapporti tra diversi esponenti di Fratelli d’Italia e la criminalità organizzata. E il quadro che ne emergerebbe appare davvero inquietante: voto di scambio politico-mafioso, riciclaggio, evasione… ci sarebbe davvero di tutto.

Dunque il Durigon, un ambizioso carrierista, come ha ben dimostrato la velocità con cui è arrivato alle più alte vette del governo del paese, ora segue la corrente e citare il Mussolini jr è un modo per strizzare l’occhio all’elettorato della Meloni, che ormai ha doppiato quello della Lega. Durigon, insomma, da uomo pratico, si starebbe già politicamente riposizionando. Sarà per questo che ha fatto quell’uscita spericolata, chiudendo il suo intervento così: "Questa è la storia di Latina che qualcuno ha voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel parco Mussolini che è sempre stato, su questo ci siamo e vogliamo andare avanti".

Sul palco di Latina, insieme a Durigon, c'era il leader della Lega Matteo Salvini, che ha ingoiato la novità e poi ha cercato di minimizzarla, scrivendo sui social: "Nella Lega non c'è nessun nostalgico. Chi è di Latina sa di che vicenda si tratta - ha proseguito il segretario della Lega - il parco era intitolato a Arnaldo Mussolini, non a Benito, e la sinistra poi gli ha cambiato il nome. Durigon aveva chiesto al sindaco di occuparsi di immondizia e non di cambiare i nomi ai parchi. Nessuna nostalgia nel passato. La Lega ha i piedi piantati nel presente e nel futuro". Come sempre disinformati e pressapochisti questi leghisti, che si fregiano le giacche col simbolino che raffigura Alberto da Giussano, personaggio che non solo non è mai stato alla battaglia di Legnano, ma probabilmente non è mai storicamente vissuto, se non nelle poesie del Carducci. Un po’ boccaloni, anche, come il povero Salvini, messo davanti ad un fatto certamente inatteso e costretto a difenderlo, contro anche parte del suo partito.

 

Ma chi è Claudio Durigon?

Prima di questa uscita infelice e blasfema non molti sapevano dell’esistenza del Durigon, nato a Latina da una famiglia di “coloni” veneti e militante nelle file dell’UGL (Unione Generale del Lavoro), sotto l’ala protettrice della Polverini. Fu infatti la governatrice del Lazio Renata Polverini a scoprirlo, nel 2010, portandoselo con sé in Regione, indicandolo come capo della segreteria dell’assessore al Lavoro, Mariella Zezza. A Durigon Latina stava stretta, e pure il piccolo sindacato, l’UGL, di cui era il leader provinciale. E siccome faceva poca strada e la compagine berlusconiana era in caduta libera, nel 2017 si è infilato nelle file della Lega, riuscendo a guadagnarsi il favore di Salvini. E ha fatto una carriera rapidissima, prima nel primo governo Conte e poi ora in quello attuale, addirittura come sottosegretario di Stato al Ministero dell'Economia e delle Finanze nel governo Draghi.

È commissario della Lega a Roma, e dal 2021 è coordinatore regionale della Lega nel Lazio, nominato da Matteo Salvini, di cui è politicamente considerato un fedelissimo. Sono lontani i tempi in cui lavorava come operaio (dal 1996 al 2009) presso la multinazionale farmaceutica Pfizer…

 

Claudio_Durigon_daticamera_2018.jpg Claudio Durigon

L’uomo comunque non è la prima volta che finisce al centro di una bagarre: nello scorso mese di aprile è al centro dell’inchiesta giornalistica di Fanpage.it “Follow the money”, che ricostruisce la collaborazione tra il suo sindacato UGL e la Lega di Salvini, prima delle politiche 2018. In questa occasione, ripresa da una telecamera nascosta, confida il motivo per cui non è preoccupato dalle indagini sui 49 milioni dei rimborsi elettorali confiscati alla Lega dalla procura di Genova: «quello che fa le indagini, il generale della Guardia di finanza, sulla Lega lo abbiamo messo noi.» Si tratta del generale della Guardia di Finanza Giuseppe Zafarana, su cui indaga Fanpage nella già citata inchiesta “Follow the money”, e in cui viene accusato di aver rimosso il generale Renzo Nisi dall’indagine sui 49 milioni, in favore del generale Vincenzo Tomei, uomo vicino alla Lega.

Ma la cosa che ci preoccupa di più è che un personaggio come Durigon, nella sua qualità di sottosegretario al Ministero dell’Economia, sia in un dicastero strategico in cui capitano sul suo tavolo i tanti dossier riguardanti il Recovery Plan. In un paese civile il signor Durigon sarebbe stato invitato a tornare a casa sua. Qui invece gli facciamo fare carriera e gli lasciamo dire una bestialità come quella che riguarda due martiri dello Stato, che dovrebbero sloggiare e far posto a un figuro come Arnaldo Mussolini. Davvero è uno schifo senza fine. Il PD del Lazio ne ha chiesto subito le dimissioni e il vicesegretario Dem del Lazio Enzo Foschi spiega: “Questa richiesta, alla luce del fatto che a Latina il prossimo ottobre si voterà e che è aperta un’inchiesta su un’ipotesi di compravendita di voti tra mafiosi ed esponenti locali della Lega, assume un significato ancor più inquietante. Soprattutto perché questa intitolazione è proposta da una figura istituzionale del Governo del Paese. Chiederne le dimissioni da sottosegretario è il minimo.”

Il presidente nazionale dell'Anpi Gianfranco Pagliarulo dal canto suo dice: "Non se ne può più di personaggi fascisti nella toponomastica, recentissimo il caso di Almirante, dal noto passato criminale mai rinnegato, a cui si vorrebbe intitolare una strada ad Alessandria, Medaglia d'oro per la Resistenza. Vanno immediatamente integrate le leggi vigenti vietando esplicitamente l'attribuzione di nomi di personaggi fascisti a vie, piazze, parchi, giardini, scuole in tutto il Paese. Lo chiede la Costituzione della Repubblica, interamente antifascista, lo pretende il sacrificio di tantissime e tantissimi combattenti per la libertà".

 

Ma poi chi era Arnaldo Mussolini?

Fratello minore di Benito Mussolini, Arnaldo era un fervente sostenitore del fascismo e braccio destro del duce nelle sue campagne di propaganda nazionale. Per questo suo fratello gli affidò in toto il controllo della stampa e dell’informazione del nostro paese. Già dall’ottobre di quell’infelice 1922, Benito gli affida la direzione del suo giornale Il Popolo d’Italia, sebbene Arnaldo non fosse affatto un giornalista e non avesse mai svolto alcun incarico nel mondo della stampa. Ma a Benito serviva un fedelissimo che gli facesse da cassa di risonanza e curasse, come diremmo oggi, l’immagine del duce e del partito fascista, con una informazione assolutamente edulcorata e di parte. “…Da lì la progressiva ascesa e colonizzazione del settore mediatico ha inizio: prima con la presidenza della Commissione superiore per la stampa e dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti (INPGI), poi con la direzione de Il Resto del Carlino, Secolo-Sera e L’Ambrosiano. Per far risuonare le ideologie fasciste anche attraverso altri mezzi, Mussolini lo indicò come vicepresidente dell’Ente italiano per le audizioni radiofoniche (EIAR).”

Arnaldo_Mussolini.jpg Arnaldo Mussolini

Ma il suo ruolo non era solo questo: aveva le mani in pasta in tutti gli affari del fratello, compreso il caso Matteotti. L’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti ha dei retroscena molto più complessi di quanto non sia stato creduto per lungo tempo. Infatti dietro quell’omicidio, non c’era solo il movente politico più ovvio del far tacere Matteotti sui brogli elettorali e l’esito fasullo di quelle elezioni, ma anche su un fatto molto più importante da un punto di vista economico e cioè sulla vicenda legata all’accordo con la società petrolifera americana Sinclair Oil, col quale quella società metteva le mani su oltre centomila ettari di terreni italiani. “… Nel corso della trattativa viene accertato come la compagnia mantenga vere e proprie cointeressenze con altre società e che negli Stati Uniti abbia corrotto funzionari del governo: è lo scandalo di Teapot Dome. Matteotti è interessato alla questione, tanto da scrivere un lungo articolo (“Machiavelli, Mussolini e il fascismo”) che la rivista britannica “English Life” pubblica solamente a luglio, dopo il suo assassinio. Nell’articolo egli si dichiara certo che la convenzione tra il governo italiano e la Sinclair nasconda pratiche di corruttela a favore di alcuni alti funzionari fascisti e che queste servano al fascismo per finanziare i propri giornali.”.

Quando Matteotti fu rapito e ucciso, aveva con sé una borsa in cui c’erano importanti documenti che riguardavano questo scandalo e le persone che vi erano coinvolte: il fratello del duce Arnaldo e perfino il re Vittorio Emanuele III. Questa borsa sparì (vi ricordate la borsa di Moro? E l’agenda rossa di Borsellino? Ci sono cose che non cambiano mai in questo genere di delitti): iniziamente la tenne Amerigo Dumini, l’assassino materiale di Matteotti, ma quando questi fu arrestato passò a Emilio De Bono, che la tenne con sé per 20 anni, poi la usò come merce di scambio per evitare la pena capitale nel processo di Verona, consegnandola a Benito Mussolini. I documenti che conteneva furono inventariati fra quelli sequestrati dai partigiani, quando arrestarono il duce il 27 aprile del 1945. Ma poi quelle carte inspiegabilmente sparirono e lo storico Renzo DeFelice, che studiò così approfonditamente quel periodo e quell’avvenimento, non riuscì mai trovarle.

Anche lo storico americano Peter Tompkins nel suo libro Dalle carte segrete del Duce, uscito nel 2001, sostiene la tesi secondo cui Giacomo Matteotti sarebbe stato assassinato non solo per la sua denuncia di brogli elettorali nelle elezioni politiche del 1924, ma anche perché era in possesso di documenti che testimoniavano delle tangenti versate dalla compagnia Sinclair Oil Company ai ministri Gabriello Carnazza e Orso Maria Corbino, massoni del rito di piazza del Gesù. Ma dietro quel vecchio scandalo ci sono ben altri nomi. Il governo italiano, in effetti, poche settimane prima della fine di Matteotti, aveva concesso alla Sinclair Oil un’esclusiva, della durata di 90 anni, per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi presenti nel territorio italiano, in Emilia e in Sicilia. Un business che aveva in prima linea i principali gruppi finanziari di New York, tra cui la banca di John Davison Rockefeller, presidente e fondatore della Standard Oil, la società per cui operava in Italia la Sinclair.

“Recentemente, lo storico Paolo Paoletti ha ritrovato nell’Archivio Nazionale di Washington una lettera redatta da Amerigo Dumini nel 1933. In quell’anno Dumini, temendo di essere eliminato dal regime, scrive e fa pervenire ad alcuni legali negli Stati Uniti d’America una lettera-testamento, con l’ordine di renderla pubblica solo nell’eventualità del suo assassinio. Su tale documento egli ammette di avere ricevuto l’ ordine di uccidere Matteotti poiché nei vertici del fascismo si teme che il deputato socialista, nel discorso annunciato per l’11 giugno in Parlamento, avrebbe denunciato il pagamento di tangenti dalla Sinclair Oil al governo italiano. In questo scandalo – avrebbe dichiarato Dumini – è coinvolto Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce. Paoletti pubblica la lettera-testamento sulla rivista «Il Ponte» …” https://www.filodiritto.com/print/pdf/node/45651

Sulla scia dell'interpretazione di Mauro Canali risalente al 1997, anche il giornalista ed ex dirigente dell'ENI Benito Li Vigni in un successivo saggio del 2004, Le guerre del petrolio, in cui dedica alcuni capitoli alla situazione del mercato petrolifero nell'Italia degli anni venti, collega l'affare Sinclair con la morte di Matteotti. Agli inizi degli anni venti l'80% del fabbisogno di idrocarburi italiano era garantito dalla Standard Oil, tramite la controllata Società Italo-Americana pel Petrolio(S.I.A.P.), mentre la restante quota era fornita dalla filiale italiana della Royal Dutch Shell. Secondo Mauro Canali, la Standard Oil avrebbe stipulato un accordo sottobanco con la Sinclair Oil, delegando ad essa l'operazione in Italia, diretta anche a bloccare la temuta espansione del Regno Unito sul mercato italiano. A conferma di questa tesi Mauro Canali documenta come Filippo Filippelli (personaggio molto influente, legato economicamente ad Arnaldo Mussolini di cui gestiva le fonti di finanziamento, fondatore del «Corriere Italiano», giornale a cui peraltro era stato intestato il noleggio dell'auto con cui venne prelevato Matteotti) pochi giorni prima della stipula della concessione, avesse ricevuto una prima rata di alcuni milioni di lire, a cui ne avrebbero dovuto seguire altre.

800px-La_Lancia_Lambda_sullla_quale_fu_trasportato_Matteotti_durante_il_rapimento.jpg la macchina del rapimento

Il Governo italiano nella primavera del 1924 accelerò la stipula degli accordi con la Sinclair Oil, che furono firmati il 29 aprile e ratificati dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento pochi giorni dopo. In cambio di tangenti, la Sinclair avrebbe inoltre ottenuto di non permettere a un ente petrolifero statale di intraprendere trivellazioni nel  deserto libico.

Ma di tutto questo pasticcio si aveva sentore già nel 1924, infatti nella prima pagina del quotidiano filofascista «Il Nuovo Paese», venerdì 13 giugno 1924, viene implicitamente ammesso, sia pure indirettamente, un legame tra il delitto Matteotti e l'«affare Sinclair».

220px-Convenzione_Sinclair.png

Dunque è a questo Arnaldo Mussolini, a questo figuro, corrotto e intrigante, a questo amorale faccendiere fascista che si vorrebbe dedicare un parco? Ma scherziamo?? E cancellando poi l’intitolazione a due eroi?! Queste cose possono pensarle solo i fascisti e crederle normali.

Abbiamo sottoscritto un appello per madare a casa Durigon, che vi invito a firmare su Change.org o su il Fatto quotidiano. In questo appello si chiede al premier Draghi di rimuovere le deleghe al sottosegretario, anche se forse lui non lo farà, perché probabilmente non è funzionale ai suoi obiettivi. Il suo cinismo non è quello del politico, ma quello dell’economista e il suo obiettivo va oltre le “chiacchiere” dei politici…mah, mi chiedo davvero se sia stata una saggia decisione affidargli il paese…Comunque non dobbiamo sempre contare sugli altri: siamo prima di tutto noi a doverci attivare e vigilare sulla deriva fascista che sta prendendo la politica italiana. E ormai manca poco più di un anno al centenario sulla Marcia su Roma. Non prendiamo la cosa sottogamba.

Barbara Fois

 

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https://www.fanpage.it/backstair/story/follow-the-money/

https://www.filodiritto.com/print/pdf/node/45651

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