Il toro nelle strade

di Corrado Fois - Liberacittadinanza - 18/10/2019
“Abbiamo una mucca in corridoio” ( PierLuigi Bersani) - “Guarda meglio..ci deve essere qualcos’altro, baby” ( Philip Marlowe/Bogart)

Il toro è nelle strade.

Non è cominciata piano per crescere, poi, con il tempo, e’ esplosa quasi contemporaneamente mesi fa, ed ora si espande come un uovo rotto sul pavimento. Ecuador, Perù, Venezuela, Hong Kong, Francia, Catalogna, solo per citarne alcuni. Lo scontro è in essere, e vede tanti morti e feriti quanto distratta informazione (almeno in Italia), e non importa se abbia questo o quell’altro giustificato motivo. E’ una dinamica sociale con cui dobbiamo fare i conti, ed anche velocemente, per capire in che condizione, tra breve, ci troveremo. Donne, uomini che amano, che hanno famiglia, sogni e speranze, esigenze o paure scendono in strada con una dose così alta di rabbia e disperazione da mettere in gioco consapevolmente la propria e l’altrui vita. Se, presi da minuterie di palazzo,  perdiamo di vista le ragioni che spingono il Popolo a forme di dissenso così estremo, finiremo col definire ogni simile evento come eversivo o violento, senza domandarci a cosa si contrappone. Senza comprenderne l’essenza. Senza schierarci. Ed è grave, per tutta la sinistra.

La terza legge di Newton sulla dinamica, ci ricorda che “Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria”. Non stupiamoci dunque della semplice domanda che pongo alla riflessione.  La violenza di piazza è sempre ingiustificata? Dobbiamo prenderne le distanze ? E’ una questione sia morale che politica e la risposta ha una sua drammatica ambiguità: dipende.

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.” Questa è la carta fondante della Repubblica degli Stati Uniti d’ America, la dichiarazione di indipendenza.                  

E’ un documento sovversivo?  Va censurato? Dobbiamo considerarlo un invito alla violenza?

Forse abbiamo dimenticato, bollando ogni riferimento al Popolo come ‘populista’, che noi, i Cittadini, abbiamo il diritto ed il dovere di difendere il nostro presente ed il nostro futuro da ogni forma di oppressione, sia essa politica, morale, razziale, ambientale. Se il governo tradisce il suo mandato sfruttando l’essere umano e la natura, producendo decine di migliaia di morti sul lavoro ed in mare e minacciando la nostra stessa futura esistenza; se la legge imposta viola i valori naturali di libertà ed eguaglianza impedendo la nostra vera sicurezza e la ricerca della felicità esistenziale, ebbene esso stesso, il Governo, va considerato eversivo, non il Popolo, che esige la giustizia ed il mantenimento della parola data.

Come operino oggi, nello scacchiere internazionale, i diversi Governi è cosa evidente.                             

In USA Trump sta violando buona parte delle logiche del buon governo ed almeno una mezza dozzina di dettati costituzionali. Tradisce il mandato utilizzando governi stranieri per spiare i suoi rivali in politica, manca la parola data, reprime il dissenso con arroganza e definisce sovversivo socialista e pericoloso per il Paese un vecchio e savio democratico come Bernie Sanders.                 Anche solo il buon senso ci mostra in evidenza chi tra i due sia l’eversore.

In Venezuela Maduro, che sta al socialismo come un chiodo ad un sedile, dopo aver disintegrato l’economia nazionale di uno dei più ricchi produttori di petrolio del Continente, schiaccia ogni manifestazione con i suoi squadroni, bollando gli antagonisti come servi sciocchi dell’imperialismo occidentale. In Ecuador ed in Perù i governi impongono, su richiesta del Fondo Monetario, strette economiche che scatenano la rabbia dei più deboli.

Lo abbiamo visto in Grecia. Lo abbiamo visto in Sud Africa. Sempre uguale nella dinamica, nel risultato finale. La stampa ne da parziale notizia in Italia, ma basta andare su internet e fare un rapido giro di orizzonte per verificare cosa stia realmente accadendo.  

La Spagna del socialista Sanchez, nega a sette milioni di Catalani il diritto di essere sé stessi, di poter scegliere il proprio destino, alla faccia della democrazia contenitiva che dovrebbe garantire alle comunità almeno i propri percorsi identitari.

Così ogni giorno, da giorni, ogni ora da tempo, migliaia di catalani, indipendentisti e non, dopo anni di promesse disattese e di politiche ambigue, hanno scelto le strade come luogo di confronto con il potere. La catalogna è scesa in piazza. Prima semplicemente, ordinatamente. Famiglie intere. Bandiere, palloncini, canti. Per dire “ci siamo, siamo qui, non vogliano chinare la testa”. La Milizia ha imposto lo sbarramento. I servizi d’ordine hanno protetto le manifestazioni. I primi scontri hanno avuto carattere difensivo. Poi, come sempre accade, come abbiamo già visto a Parigi, provocatori o frange estreme hanno  scatenato la violenza ovunque. Qualcuno ha finito col farsi male sul serio.

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Conosco il meccanismo. Ho attraversato da studente medio e poi universitario gli anni settanta e so di cosa parlo. C’ero. Ho subito. Ho fatto. I tempi erano diversi, i percorsi identici. Avevamo argini ideologici. Non era nei nostri scopi andare giù per spaccare quattro vetrine, o dar fuoco a cassonetti. Volevamo una scuola che offrisse opportunità a tutti, togliere le gabbie salariali che discriminavano i lavoratori del sud da quelli del nord, fermare le derive autoritarie che più di una volta portarono l’Italia prossima al colpo di stato. Eravamo in piazza per prenderci quelle libertà individuali che governi bigotti ed ipocriti ci impedivano. Volevamo batterci contro la guerra in Vietnam, impedire al nostro Pese di vendere armi violando la costituzione e volevamo pulire la politica. Credevamo si potessero cambiare le cose in meglio con obiettivi realistici, con il solo desiderio di mostrare il nostro dissenso forzando le rigide logiche di sfruttamento che accompagnavano lo sviluppo industriale italiano. Gridavamo a chi deteneva il potere che non poteva fare quello che voleva, come e quando voleva. Ricordo una Vignetta di Enzo Lunari, il famoso disegnatore. Mostrava un cavernicolo addobbato da burocrate che arringava paternalisticamente “Figlioli vi abbiamo dato le auto, la tv, che volete ancora?” “Le chiavi di casa, papà” rispondevano da una finestra buia. Era questo il senso.

Ed in effetti le cose cambiarono molto, ma non tutte in meglio. . Ci trovammo in un incrocio di intimidazioni e di provocazioni. Forse avevamo pestato qualche piede di troppo in un Europa divisa dalla cortina di ferro. Il movimento cambiò, venne infiltrato. Comparvero, travestiti e travisati, i cani da guerra dei vari potentati. Dalla ferma risposta all’aggressione, nella volontà di tutelare il diritto a manifestare, si passò al ruolo di aggressori, così tanto da trasformare la violenza di piazza da conseguenza ad obiettivo. Diventò tutto ambiguo, così orribile e cupo da spegnere il dissenso di massa. Scoprimmo allora, sulla nostra pelle, che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

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E’ dall’arroganza del potere e dall’indifferenza verso la sofferenza altrui che nasce il seme della violenza. Abbiamo, rispetto a quelli citati in apertura, nuovi fronti da guardare con attenzione. Ne ricordo uno cruciale. L’aggressione al meraviglioso popolo curdo.  Quando i fascisti dell’Isis, sfruttando la crisi Siriana determinata da un tiranno feroce e dalla stupida politica internazionale americana (cambiano i nomi ed il colore dei capelli, ma i presidenti americani quello san fare), fondarono il sanguinario califfato, tra i pochi a reagire furono proprio i Curdi. Ricordo che allora tutti, intimoriti dai drappelli neri, li acclamavano e li portavano ad esempio. Restando comunque ed accuratamente alla finestra. Persino Salvini mandava loro abbracci e lodi. Ma mentre il paffuto capitano, nei vari bar dello sport della Padania, strillava che bisognava far la guerra, qualcuno partiva davvero dall’Italia per combattere con quegli straordinari patrioti.  Karin Franceschi aveva ventisei anni quando è partito per Kobane. Figlio di un Partigiano, madre marocchina. Internazionalista. Ha combattuto fianco a fianco con le donne e gli uomini curdi. Ha scritto un libro vero, quindi bellissimo, si intitola “Il combattente”. Quando è tornato lo hanno chiamato in qualche televisione. Pochi istanti, poche parole. Non c’era tempo nel palinsesto, bisognava far largo ai tronisti della De Filippi.                      

Io l’avrei portato in giro per scuole ed università, gli avrei dato ore per raccontare le sue ragioni, rispondere ai molti quesiti che la sua scelta pone ad un Paese che, per Costituzione, ripudia la guerra. Gli avrei chiesto “Karin, la guerra, la violenza è sempre ingiustificata?”                       

 “Dipende” mi avrebbe risposto.

 Oggi i Curdi, abbandonati dagli americani, accettano l’ambigua amicizia di Assad e dei Russi. Le cose cambiano, i popoli si adeguano. L’orrore incombe. La scorsa settimana una giovane donna curda, Hevrin Khalaf giornalista, commentatrice ed interlocutrice con i Paesi esteri, combattente per i diritti di tutte le donne mediorientali, è stata violentata ed uccisa a pietrate dai Turchi mandati da quella cosa ributtante che chiamano Erdogan. Se qualcuno ha trovato in proposito anche un solo tweet del logorroico parruccone yankee me lo faccia sapere. Quando la disperazione e la rabbia per l’orrore e l’indifferenza subite spingeranno qualche frangia curda a compiere attentati, ricordiamolo: la colpa sarà di questo assordante e disgustoso silenzio, di un macellaio turco e di un buffone americano.

Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria.

Nelle strade migliaia di giovani manifestano in queste settimane pacificamente. Chiedono attenzione, rispetto per la Terra e per il loro futuro. Greta è andata all’Onu, piangeva di rabbia e di imbarazzo. “Dovrei essere a scuola” diceva, ma per fortuna era li. Molti meme, molta satira, alcune cose anche divertenti. Ci sta, perché fortunato è un Paese che non ha bisogno di eroi o comunque ne sa ridere. Ma Greta ha portato anche migliaia di nuove persone in strada, nuove facce sensibilizzate, crescente attenzione nei social come nei media. Questo serve. L’ enorme movimento di piazza vuol restare pacifico nell’ambito della legge. Come è giusto che sia, come spero resti.  Quei palloncini ed i colori ci ricordano, ancora una volta, che il dissenso può e deve essere anche gioia e creatività, specie se si parla di futuro, di felicità, di natura.

Francesco dice “inquinamento, cambiamenti climatici, desertificazione, migrazioni ambientali, consumo insostenibile delle risorse del pianeta, acidificazione degli oceani, riduzione della biodiversità sono aspetti inseparabili dell'iniquità sociale". Ed aggiunge “Dietro di essi si cela la ricchezza nelle mani dei pochissimi e delle cosiddette società del benessere, delle folli spese militari, della cultura dello scarto”. 

Cioè: il capitalismo nella sua forma più evidente.

Ricorda a tutti questi milioni di manifestanti qual è la discriminante e reinserisce la politica, nella sua accezione più pura, in un tema che altrimenti rischia di rimanere astratto.  Lo sfascio ambientale non è conseguenza del progresso tecnologico, o dello sviluppo industriale, ma di una visione dello sviluppo che corrisponde ad una specifica visione del potere nel mondo. Dietro il disastro che viviamo prosperano le lobby industriali che praticano lo sfruttamento nella sua più brutale versione. Non dobbiamo dimenticare chi sono, né come operano. E’ quella gente che fece uccidere Enrico Mattei, solo perché aveva proposto una più equa ripartizione delle fonti energetiche che arricchisse anche i Paesi fornitori. 

E’ il delinquente Bolsonaro che brucia l’Amazzonia. Le mafie che interrano scorie tossiche e danno fuoco ai rifiut,i scatenando nubi velenose perché qualcuno non paga il pizzo.

I Presidenti che scatenano guerre ed abbandonano i Popoli al loro destino.

Le oil companies che hanno pagato ora l’Isis, ora Maduro, ora Boko Haram, per tenere in vita il prezzo del petrolio che continua, alla faccia loro e del sangue versato, a cadere.

Sono raiders di Wall Street che destabilizzano le borse, bruciano il risparmio degli altri, ingrassano i propri conti ed i clienti come Zuckerberg.

Gente che cambia faccia, non sostanza.

E’ contro questo potere reale che milioni di ragazzi si muovono, non contro il progresso, la scienza, lo sviluppo.             Non cambiamo le carte in tavola, è bene averlo chiaro da subito perché ci si batterà prima o poi con l’ala più brutale del capitalismo. 

Temo lo scopriremo presto se la protesta si allargherà ancora di più e se davvero il Movimento riuscirà ad impegnare la sinistra internazionale ed i governi a dichiarare lo stato di urgenza. Bisogna aver chiaro che le richieste, giustissime, degli XR e di tutti i diversi movimenti ambientalisti mettono in discussione l’intero attuale sistema produttivo. Dall’ Ilva alle acciaierie giapponesi e cinesi, dalle energie alternative che impongono una limitazione alla gigantesca macchina delle oil companies alla fine repentina dell’impero della plastica. Le richieste espresse con chiarezza tendono ad imporre alla Politica, ovunque, una nuova agenda e dei tempi stretti di azione. Ed è proprio questo il punto più cruciale dell’inevitabile scontro. Il tempo. Dicevo in un altro articolo che le majors internazionali si accingono a redigere una nuova carta dei valori, con dichiarata attenzione alle famiglie, all’ambiente, alle forze sociali. Letta in un’ orizzonte di trent’anni questa dichiarazione è credibile, esiste infatti il tempo per riconvertire il processo produttivo e cavalcare il cambiamento senza minacce per la remunerazione del capitale, al contrario offrendo nuovi interessanti business. Ma se sotto la pressione popolare viene dichiarata l’urgenza, se i governi di conseguenza impongono una virata legislativa, allora le majors stesse si troveranno di fronte a qualcosa di realmente destabilizzante. Non lo permetteranno. Così ripartirà il solito gioco. Da quella che Roberto Saviano chiama “la macchina del fango” ai social dove trolls  e fake news alimenteranno la confusione toccando nel vivo le ansie di molti: il lavoro, la ricchezza, le pensioni, lo stile di vita minacciate da questo medievalismo da operetta ( sic ) . Greta sarà toccata nella sua condizione neurologica. Si renderà ridicola la protesta nei vari talk show. E se non basterà disorientare e disinformare allora partirà il “ministero della paura” e nelle manifestazioni vedremo sgusciare fuori i soliti sgherri.

Avranno maschere sulla faccia, avranno chiodi nei loro bastoni. Giustificheranno la repressione, forniranno ogni alibi a chi insulta la piazza. Un film già visto.

Non guarderanno in faccia a nessuno, neanche a quelli che dicono “Non facciamo politica, noi siamo pacifici”. 

L’unico modo per non fare politica è sparire, l’unico modo per rimanere pacifici è non essere aggrediti.

 Ma il toro è nelle strade e Lor Signori non si facciano illusioni, non lo si ferma agitando drappi, comprando scienziati, politici e giornalisti.  Soprattutto non pensino che questi ragazzi siano soli.

Ci sono miliardi di Persone dietro i milioni di manifestanti.

E se qualcosa cambierà, se queste piazze pacifiche saranno aggredite, se si riporterà in vita il solito vecchio modo di strozzare, confondere, infiltrare il movimento, bene, allora Lor Signori sappiano che riporteranno in vita anche tanti, oggi pacifici personaggi che sanno ancora benissimo cosa e come fare in queste circostanze. Ci saranno servizi d’ordine attenti e preparati. Le piazze saranno difese. E non sarà una passeggiata per nessuno. La violenza di piazza è sempre ingiustificata? Dipende.

Ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria.

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