La guerra civile americana

di Corrado Fois - liberacittadinanza.it - 26/01/2026
Nessuna guerra tra popoli scatena tanto odio e crudeltà quanto la guerra civile, in cui le due parti in causa si conoscono benissimo – Erich Fromm

Nei primi anni 70 uscì in Italia un libro di Fromm proposto con un titolo di per sé tanto suggestivo quanto raggelante Anatomia della distruttività umana. Il contenuto era molto più articolato e complesso dell’intestazione, ricordo che faticai parecchio a leggerlo, capirlo e finirlo. Avevo vent’anni ed il mio angolo di visuale era leggermente più incline alle manifestazioni di piazza ed al blues elettrico piuttosto che alla tortuosa magniloquenza di un filosofo e psicoanalista profondo, pessimista, coltissimo. Mi rimase impressa la sensazione di essere di fronte ad un materiale che stentavo a maneggiare e così, per evitare frustrazione, dopo un pochino non ci pensai più.

Il ricordo è riaffiorato dagli archivi della memoria in questi tempi sconclusionati, ma non ho cercato il libro. Improbabile trovarlo dopo cinquant’anni ed una decina di traslochi e non ricordo nemmeno se fosse mio o di famiglia. Magari lo riacquisterò. Al momento basta il titolo e la suggestione che ho riportato come frase sintesi. Trovo che l’intestazione descriva perfettamente Trump afflitto da un distruttivo ed ingiustificato narcisismo primario, e la frase testimoni il rischio intrinseco che corrono gli Stati Uniti. Mi pare infatti che questi tempi propongano la guerra civile come un pericolo potenziale per quella America che viene ancora definita pomposamente la più grande democrazia del mondo. Come al solito gli yankee si vendono benissimo, del resto hanno inventato loro il marketing, e nel tempo ci hanno convinto coi soldi, la prepotenza ed il cinema di essere davvero una solida democrazia, ma sono bubbole.

In realtà la più grande democrazia del mondo è l’India, non solo per ampiezza demografica, ma anche per valori e comportamento. Chiarisco. L’ India è una grande federazione, che contiene 28 stati ed 8 territori. La federazione ed i singoli stati interagiscono con frequenza sui temi principali della vita sociale, economia ed istruzione, sanità, difesa etc. Il meccanismo è complicato ma finora funziona grazie ad una definizione delle responsabilità dettagliata e pratica che determina un evidente rispetto dei ruoli. Faccio un esempio. L’amministrazione centrale del Governo vede oggi un presidente conservatore, Modì, e tuttavia all’interno della federazione esistono stati, come ad esempio il Kerala, governati dal Partito Comunista fin dagli anni 50 in piena guerra fredda. La dialettica tra gli stati ed il governo federale è ovviamente forte, la polemica a volte cruda, ma non si sono viste nei tempi recenti infrazioni del protocollo ed invasioni di campo nel processo gestionale. L’ India si sviluppa, la sua economia si rafforza, le profonde complessità di classe determinate anche dalle religioni si vanno appianando con una serie di riforme pratiche e strutturali che vanno a beneficio di una crescente stabilità. Insomma la loro formula democratica funziona e le elezioni esprimono scelte chiare anche se a votare sono circa 970 milioni di elettori, più di 3 volte rispetto al totale degli elettori americani.

L’esatto opposto di quanto accade oggi negli Stati Uniti dove l’ingiustizia e la diseguaglianza sociale da sempre praticate sono crescenti, le riforme inesistenti o modeste e le relazioni tra stati e governo federale hanno raggiunto livelli critici.

Gli USA esprimono un modello non solo imperfetto, ma anche dozzinale di democrazia tanto incompiuta quando incautamente sbandierata. Nella loro cultura politica, come in quella legale, valgono più formule ripetitive ( i precedenti ) ed astratte facilmente impugnabili che processi definiti rigorosamente e protocolli strutturati. Basti vedere il passaggio di poteri tra presidenti, che diverse volte ha creato problemi per la sua morale settecentesca basata sulla parola e sul riconoscimento di sconfitta. Forse questa formula da paese ruspante andava bene ai tempi di John Adams, quando i candidati ed i politici erano gente seria, galantuomini. Ma adesso in pieno capitalismo crudele è solo ridicola.

Nei tempi recenti – a causa della modalità arzigogolata di conteggio e dichiarazione finale dei voti – si sono create varie situazioni paralizzanti o drammatiche. Ricordo in proposito il ricorso di Gore contro Bush, che vinse con 600 voti di scarto, e naturalmente l’assalto a Capitol Hill cavalcato dal sempre ambiguo Trump. Con quella formula elettorale astrusa ( elettori popolari, grandi elettori ed altre cialtronerie ) con la sostanza gassosa del passaggio di poteri finale, basta avere in scena una banda di malfattori ed il disastro è assicurato.

In pratica abbiamo negli Stati Uniti il vero grande rischio internazionale, il peggiore in assoluto data la ricchezza e l’influenza di quella federazione. Il suo confuso e imbarazzante tramonto sta lasciando spazio alle grandi autocrazie cinese e russa che appaiono, a tutto il resto del mondo, decisamente più stabili ed affidabili. Il nuovo ordine mondiale potrebbe vedere l’impensabile con l’America che affoga in sé stessa e l’occidente che si disgrega fino a non contare più niente. Non sarebbe poi una gran perdita visto gli infiniti disastri umani ed ambientali che questo aggregato disvaloriale ha determinato negli ultimi due secoli, ovunque.

La repressione nel Minnesota non è nemmeno la più sanguinosa nella recente storia americana. Ricordavo in un altro pezzullo i fatti del ’70 in Ohio quando la Guardia Nazionale, mandata da Nixon, fucilò in piazza decine di studenti uccidendone quattro. Tuttavia è infinitamente più grave l’attuale crisi istituzionale tra uno stato autonomo ed il presidente, anche perché quest’ultimo è questa persona inaffidabile. Indubbiamente sta facendo da solo tutto ciò che si può fare per destabilizzare il suo paese, la sua alleanza atlantica e la sua stessa figura pubblica.

Cosa può succedere se il braccio di ferro in atto tra Washington e Minneapolis si tramutasse in una trumpata fotonica con tanto di invio dell’esercito finalizzato a destabilizzare od addirittura a rimuovere il governo eletto in quello stato? Non solo avremmo di fatto un golpe, alla faccia della pletora di minchiate dette sulla democraticità di quel paese, ma sarebbe la scintilla per una insurrezione popolare in grado di scaturire uno scontro sanguinoso. Se dovesse accadere altri stati, penso alla California, potrebbero sostenere il Minnesota portando in breve tempo quella roba pasticciata che sono gli Stati Uniti dentro una guerra civile dagli esiti incommensurabili. Un regista interessante, Alex Garland, ha già fatto un film in proposito ( a civil war, da vedere ) che mostra con crudezza cosa sarebbe l’ennesima guerra civile americana.

La rischiarono anche Kennedy e Johnson con l’applicazione forzata della legge anti segregazionista negli stati del sud che erano in aperta disobbedienza rispetto ai dettati federali, la rischiò Nixon al tempo del Watergate quando il suo impeachment venne chiesto da diversi governatori. Ma il livello umano dei protagonisti di allora era di ben altro spessore. Oggi abbiamo questa roba qui, abbiamo i Biden prima ed i Trump ora, gente modesta inaffidabile, di poco spessore umano prima che politico.

Francamente davanti al dissolversi della forzata immagine statunitense non capisco la costernazione dei soliti giornalisti dei salotti buoni corsi al capezzale di quella che qualcuno ha definito democrazia morente. Non lo capisco perché semplicemente non l’ho vista mai vivere davvero.

Una democrazia non butta un’atomica sul Giappone, il napalm e la diossina sul Vietnam, l’uranio impoverito su Belgrado, le bombe a grappolo su Bagdad. Una democrazia opera con un alto senso di giustizia perché senza giustizia, equità, rispetto semplicemente non ha senso.

Io sono solo preoccupato per il destino del Popolo americano, come lo sono per quello Iraniano, palestinese, africano, est europeo. E’ solo la loro vita che conta.

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