Caldo e black-out: è ora di rifare le città

di Stefano Caselli - ilfattoquotidiano.it - 29/06/2026
Che fare. Le alte temperature sono già la regola: dialogo a quattro voci su urbanistica, elettrificazione e scelte che la politica non può più più rimandare

Torino d’estate, all’alba del secondo quarto di XXI secolo, è una città dove alla mattina, se la notte è stata tropicale, a svegliarti sono le decine di allarmi che scattano insieme al primo black-out e non la sveglia sul comodino o al polso. Torino è anche una città dove non nevica da anni e dove il Po, al primo caldo torrido, a tratti si trasforma in un rigagnolo triste infestato di vegetazione acquatica. Black-out e climate change, due facce della stessa medaglia che ci dicono chiaramente che le nostre città (oggi è Torino, la più colpita dalle interruzioni di energia elettrica nelle ultime settimane, ma lo stesso vale per tutte le altre in Italia o in Europa) non sono più adeguate al tempo presente. Al netto dei cerotti, ossia come tamponare i disagi e i danni economici da black-out, la scommessa è investire in città nuove in grado di sopportare le ondate di caldo estremo (ma ormai sarebbe il caso di dire “ordinario”) dal punto di vista dell’efficienza energetica (per evitare che il sovraccarico faccia saltare tutto) e dell’utilizzo del suolo (per contenere il caldo).

“È evidente che siamo in presenza di un ritardo clamoroso rispetto alla comprensione dei cambiamenti climatici, che evolvono ormai secondo modelli esponenziali e non più lineari. Un ritardo non più colmabile. Non si tratta di fare allarmismo, si tratta di pianificazione – ci dice Carmine Piscopo, docente di Composizione e architettura urbana all’Università di Napoli –. Se guardiamo a grandi città come New York o Chicago vediamo come gli interventi non sono, come da noi, esclusivamente rivolti alla soluzione di problemi urgenti, ma rispondono a logiche di programmazione e pianificazione iniziate già all’inizio degli anni 2000. Il primo passo non può che essere la riconversione dell’edilizia privata, ma anche quella degli spazi pubblici e delle attrezzature collettive”.

“Va riprogettata l’elettrificazione – è la ricetta di Filippo Spertino, professore ordinario di Sistemi elettrici al Politecnico di Torino –, vanno elettrificati gli usi finali, passando alle pompe di calore per il condizionamento degli ambienti e alle piastre a induzione per cucinare. E sono solo due esempi. Sarà un processo che durerà anni, forse decenni, ma gli investimenti vanno necessariamente indirizzati sull’infrastruttura elettrica, basta con i paradigmi gas e petrolio”.

Il punto debole dell’architettura energetica delle nostre città, da un punto di vista sia strutturale che economico, è la distribuzione: “L’energia c’è – ancora Spertino – ma non riusciamo a sfruttarla perché la rete di distribuzione è inadeguata. Il problema principale è stata la scelta politica di separare la distribuzione dell’energia dalla vendita. Il distributore, che riceve l’energia via traliccio dalle centrali, deve distribuire, ma il grosso del ricavo in bolletta va al venditore. Non si capisce dove le aziende di distribuzione possano fare utili e di conseguenza investire sul miglioramento della rete. Perché il blackout è una falla nella distribuzione, non nella produzione né, ovviamente, nella vendita”.

Altro punto centrale, dove già in parte si sta giocando il futuro, è la generazione di energia, un tempo esclusivamente centralizzata e ora (sempre di più) distribuita: “Nelle grandi città – prosegue Spertino – abbiamo un’enorme disponibilità di tetti per l’installazione del fotovoltaico. E ancora più semplice sarebbe il fotovoltaico da balcone, dove si consuma immediatamente ciò che si produce senza sovraccaricare la rete. Sono investimenti semplici che ormai si ripagano in pochi anni. Serve però un approccio olistico, che consideri il sistema nella sua interezza: pannelli fotovoltaici, veicoli elettrici, centraline per la ricarica, produzione e utilizzo senza linee”.

“Purtroppo però – sottolinea Carmine Piscopo – la corsa a trovare rimedi nel breve risponde ancora criteri novecenteschi e a logiche estrattive: centrali più grandi, cavi posizionati a maggiore profondità per resistere meglio alle ondate di calore. Tutte cose che alla fine non fanno che produrne altro, di calore. Una corsa al rialzo che non può che essere in perdita. Siamo fermi alla logica per cui il reddito lo generano i metri cubi. Non è più così, il profitto non è in contraddizione con l’ambiente. Basta andare in Cina per vederlo”.

Da riprogettare, tuttavia, non è solo la rete elettrica, è tutta l’architettura urbana. Il caldo morde (e fa saltare i cavi) anche perché le nostre città sono bolle di calore dove il suolo non vede la luce: “Abbiamo un’urgenza di occuparci di urbanistica del togliere – sostiene Paolo Pileri, docente di Pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano –. In questi giorni stiamo cuocendo, la prima cosa da fare è la depavimentazione, ossia rendere più permeabile la città, eliminare gli eccessi di asfaltature impermeabili. E va fatto presto, in modo estensivo e intensivo. Molti sindaci ignorano che da due anni è in vigore un regolamento europeo per il ripristino della natura che impone di non a ridurre le superfici verdi da qui al 2030, e di aumentarle a scapito delle aree grigie dal 2031. Teniamo conto che tra un’area grigia e un’area verde ci può essere un differenziale di temperatura anche di 12 gradi. Attenzione però, non basta, piantare alberi. Bisogna scorticare l’asfalto, rigenerare i suoli e immaginare sopra vegetazione. Non qualcosa di improvvisato qua e là perché mostrarsi sindaci sindaci green. Bisogna fermare il consumo di suolo, altrimenti è greenwashing”.

Intanto qualcosa inizia a muoversi: “Il tema principale, di visione, di prospettiva, è la progettazione di città resilienti al clima – afferma il climatologo Luca Mercalli –. Le competenze ci sono già, a Venezia esiste da vent’anni un corso universitario specifico, ma la politica continua a guardare a domani mattina invece che al futuro a lungo termine. Con alcune significative eccezioni: Bologna per esempio, la prima città in Italia a creare i rifugi climatici, aree pubbliche climatizzate attrezzate con servizi, bar, biblioteche, aree di socializzazione, per ospitare anziani (e non) una giornata intera. Una specie di dopolavoro rivisitato. Un’altra città che si sta muovendo bene è anche Brescia. Il centro commerciale non può essere una scelta obbligata”.

Visione e prospettiva, dunque. Quella che dovrebbe appunto avere la politica. E qui, in tempi di forsennato rearm, viene quasi da ridere: “Il tema ambientale – conclude Piscopo – è stato posto negli ultimi tempi soprattutto dalle giovanissime generazioni, con la dovuta urgenza e radicalità. Quando la politica scoprirà che questi temi portano più consenso di quanto ne faccia perdere, sarà una svolta”.

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