Ieri al Senato è partita la discussione sul DDL Malan, la riforma della caccia.
Un disegno di legge che la Commissione europea ha già segnalato come incompatibile con due direttive, che il Consiglio d'Europa contesta e che centinaia e centinaia di migliaia di persone hanno chiesto di ritirare.
Ecco cosa prevede.
Il punto più simbolico riguarda la definizione stessa della caccia.
Da attività soggetta a regole pubbliche, diventa per legge “attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi”. E i cacciatori assumono un nuovo titolo: “Bioregolatori”.
Tradotto: sparare agli animali viene riqualificato come un servizio reso alla natura.
Chi si può colpire?
Cambia l'elenco di chi finisce nel mirino.
Il lupo esce dalle specie strettamente protette ed entra nei “piani di contenimento”, cioè negli abbattimenti. Lo sciacallo dorato viene retrocesso da “strettamente protetto” a “protetto”. Tra le nuove prede compaiono il piccione di città e l'oca selvatica.
Lo stambecco era nella lista, ma almeno lui è stato risparmiato.
Dove si spara?
Si allarga il territorio di caccia.
Tornano cacciabili spiagge e demanio marittimo, dopo decenni di divieto: si potrà sparare sugli arenili dal primo ottobre. Si riaprono i valichi alpini delle rotte migratorie, chiusi da oltre 58 anni. Cade il divieto nei boschi pubblici, le foreste demaniali.
La Sardegna diventa “ambito di caccia unico” fino alle coste, con la braccata al cinghiale consentita persino sulla neve.
Quando si spara?
Si allarga anche il calendario.
Spariscono i giorni di silenzio venatorio, il martedì e il venerdì. Si apre alla caccia durante la migrazione e la nidificazione, cioè proprio nei mesi in cui gli animali si riproducono. La braccata al cinghiale passa da tre a quattro mesi. La selezione agli ungulati può arrivare fino a mezzanotte.
E di notte si potrà sparare con visori termici e digitali.
I controlli vengono fortemente ridotti
L'ISPRA è l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l'unico organo scientifico indipendente del sistema. Oggi i suoi pareri sui calendari venatori sono vincolanti e una Regione che vuole discostarsene deve motivarlo.
Con il DDL quei pareri diventano “meramente consultivi”. Le Regioni potranno allungare la stagione, cambiare le specie cacciabili e scavalcare la scienza citando generiche “fonti d'informazione scientifica indicate dalla Commissione europea”.
Perché è un passaggio decisivo? Perché in questi anni sono stati proprio i pareri tecnici dell'ISPRA a correggere i calendari regionali più spregiudicati.
Togliere quel vincolo significa consegnare la fauna selvatica, che la Costituzione definisce patrimonio indisponibile dello Stato, alla discrezionalità politica delle Regioni.
Il resto del testo segue la stessa direzione.
Le aziende faunistico-venatorie potranno avere scopo di lucro: si guadagnerà facendo abbattere fauna selvatica, con concessioni decennali. Saltano i limiti numerici ai richiami vivi, gli uccelli usati come esca sonora, e si prevedono impianti regionali per catturarli.
Cade pure l'obbligo di scegliere una sola forma di caccia: lo stesso cacciatore potrà praticarne diverse nella stessa giornata.
Il DDL vieta “qualsiasi azione volta a ostacolare o rallentare” l'attività venatoria. Una formula talmente larga da comprendere anche la disobbedienza civile non violenta: una protesta pacifica in un bosco diventa illecito.
La Commissione europea ha già scritto al governo segnalando il conflitto con la Direttiva Uccelli e la Direttiva Habitat: caccia in periodo di riproduzione, ISPRA svuotata, dispositivi ottici vietati dai trattati. Sullo sfondo c'è un'indagine EU Pilot che può trasformarsi in procedura d'infrazione. E ha scritto anche il Consiglio d'Europa, custode della Convenzione di Berna.
La replica del ministro Lollobrigida, vero regista della riforma, alle segnalazioni europee? Che non si sarebbe fermato per “una lettera di un burocrate”.
Una riforma che allarga dove si spara, quando si spara e come si spara. Che zittisce l'unico organo scientifico indipendente rimasto. Che sfida due direttive europee con una procedura d'infrazione già pronta. Che trasforma la fauna selvatica, patrimonio di tutti noi, in merce di scambio per accontentare meno dell'1% degli italiani.
E tutto questo hanno pure l’indecenza di chiamarla “tutela della biodiversità”.

