È una miserabile trovata la mancia di €615 euro all’avvocato che in vista della “remigrazione” tradisce il proprio assistito. La maggioranza ha voglia di blindare il testo. Forse promettendo a Mattarella, in cambio di una promulgazione magari con lettera di accompagnamento, l’immediata soppressione della famigerata mancia con un nuovo decreto. Qualche punto da considerare.
1. Il presidente è garante in prima istanza della Costituzione. Precede in questo la Consulta e guarda per prassi alla “manifesta incostituzionalità”, cioè alla violazione indiscutibile ed evidente.
2. Nella specie è innegabile la manifesta incostituzionalità, per violazione degli artt. 2, 3 e 24 della Carta. Se non ora, quando? È un caso da manuale.
3. L’incostituzionalità manifesta o c’è o non c’è. Ravvisandola, il presidente non ha una scelta discrezionale secondo opportunità: deve rifiutarsi di partecipare (promulgazione della legge, emanazione del dl) al perfezionarsi dell’atto.
4. Il mese tra la presentazione (18 marzo) e l’approvazione in Aula (17 aprile) sarebbe certo bastato a liberarsi dell’emendamento incriminato. Mantenerlo è stata una consapevole scelta della maggioranza, forse anche per reazione allo schiaffo referendario.
5. Le opposizioni annunciano ostruzionismo, puntando a provocare la decadenza del decreto (25 aprile).
6. Nel caso di approvazione con testo immutato, Mattarella sarebbe chiamato al diniego di promulgazione con rinvio alle Camere. Diversamente, agirebbe come se l’incostituzionalità fosse al più dubbia, ma non “manifesta”. Un precedente che indebolirebbe per il futuro la funzione di garante della Costituzione.
7. È un esempio della presidenza compiacente che la destra vorrebbe al Quirinale, e che la proposta di legge elettorale della maggioranza lascia intravedere per il futuro. Prove di autocrazia.

