sFASCI COSTITUZIONALI

di Lavinia Marchetti - FB - 23/04/2026
Quando il governo usa decreti e fiducia come spranghe per chiudere il dibattito, quando la polizia diventa l'unico interlocutore per il disagio, la povertà crescente e il diritto al dissenso, vuol dire che di democratico, in questo paese, è rimasto ben poco.
Sotto la dicitura rassicurante della "sicurezza" si consuma l’esautoramento metodico della democrazia rappresentativa. Il governo ha scelto di procedere attraverso una produzione compulsiva di decreti che comprimono lo spazio civile e riducono il Parlamento a un ufficio di vidimazione. Bisogna guardare con estrema attenzione alla natura tecnica di questo assalto. Il decreto legge, previsto dall'articolo settantasette della Costituzione, nasce come eccezione per casi di necessità impellente, ma sotto questa maggioranza è diventato la norma di un potere che non accetta il confronto. Si contano oltre centoventi leggi prodotte in questo modo, una frequenza che raddoppia i ritmi del passato e segna il primato della forza sulla discussione. A questo si aggiunge l'abuso della fiducia, quel ricatto politico che blinda i testi ed espelle qualunque possibilità di emendamento, costringendo le Camere a votare sotto la minaccia costante della crisi. Quando la blindatura diventa il metodo di governo è ovvio che l'esecutivo si trasformi in una specie di regime militare nel campo della legiferazione.
La genealogia di questa repressione è chiara e prosegue senza sosta dal biennio salviniano fino alle norme attuali. Il filo che lega il decreto Caivano alle ultime disposizioni di febbraio rivela l'intento di tradurre ogni conflitto sociale o marginalità in una mera questione di polizia. L'ultima manovra estende i daspo urbani e introduce zone a vigilanza speciale, consentendo fermi preventivi fino a dodici ore prima di un corteo basandosi su semplici presunzioni di pericolosità. Si assiste a un irrigidimento penale che colpisce chi manifesta e restringe il patrocinio gratuito per i ricorsi contro le espulsioni, cercando di rendere il diritto di difesa un privilegio per pochi. Il quotidiano Il Manifesto ha giustamente evidenziato l'abominio degli agenti infiltrati nelle carceri, pronti a travestirsi da detenuti o operatori per sorvegliare dall'interno chi è già privato della libertà.
Il quadro diventa grottesco quando si analizza il premio promesso ai legali per favorire i rimpatri. Offrire seicentoquindici euro affinché un avvocato convinca il proprio assistito ad andarsene rappresenta il punto più basso della nostra storia giuridica, un mercanteggiamento della funzione difensiva che ha suscitato persino l'inquietudine del Quirinale. Mentre Meloni, che per due anni ha trasformato il "consenso" in oro e ora sembra produrre soltanto piombo autoritario, difende la norma come buonsenso, il Consiglio Superiore della Magistratura mette in guardia contro la discrezionalità eccessiva lasciata agli operatori di polizia. Siamo davanti a un'esibizione di muscoli che nasconde l'incapacità di governare i fenomeni sociali se non attraverso la punizione, l'intimidazione e nel caso degli avvocati la "mazzetta" di stato.
Quando il governo usa decreti e fiducia come spranghe per chiudere il dibattito, quando la polizia diventa l'unico interlocutore per il disagio, la povertà crescente e il diritto al dissenso, vuol dire che di democratico, in questo paese, è rimasto ben poco.

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