Il referendum del 22-23 marzo non riguarda solo la magistratura, ma la costruzione del paradigma di governo che Giorgia Meloni sta perseguendo con pazienza. Centralizzazione dei poteri di decisione, regole che creano gerarchie e differenziazione, spazio al privato, ridimensionamento del pubblico, insofferenza a ogni potere di controllo (persino delle corti internazionali) sono i capisaldi di un programma che ha già permeato il nostro Paese. Un progetto che riguarda in primo luogo il modello di Stato, i rapporti tra i poteri, l’idea dei servizi pubblici. Vediamo quello che è già successo, oltre alla ben nota riforma costituzionale che investe la magistratura.
Nei primi mille giorni del governo Meloni, dall’insediamento al 30 giugno scorso, Palazzo Chigi ha introdotto 100 decreti legge, una frequenza analoga a quella dei governi precedenti, ma che questa volta ha riguardato cambiamenti di fondo che sono stati sottratti al ruolo del Parlamento.
A fine 2025, alla Corte dei Conti è stato sottratto per legge il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche sbagliate. Il principio di responsabilità è stato sostituito da uno “scudo” contro le richieste di danni erariali. Nel paradigma Meloni, il potere esecutivo deve poter procedere senza Parlamento, deliberazioni e controlli.
Dal 2024 avanza il progetto di autonomia differenziata – nonostante la frenata venuta dalla Corte Costituzionale – con un modello di gerarchia tra le regioni nel riparto delle risorse, negli ambiti di decisione, negli standard dei servizi pubblici da fornire ai cittadini. Si punta a smontare il sistema pubblico, frammentare il welfare, cancellare l’uguaglianza dei diritti.
A gennaio 2026 è stata approvato il disegno di legge delega sulla sanità che autorizza il governo a stravolgere e smantellare il Servizio sanitario nazionale. Si mettono al centro gli “ospedali di terzo livello” (tra cui gli Irccs, i grandi ospedali di fondazioni private e religiosi, le aziende ospedaliere universitarie), ospedali di eccellenza separati dal territorio e posti sotto il diretto controllo del governo – che deciderà criteri, nomine e priorità – e con finanziamenti speciali, sottraendoli alle regioni. A queste ultime si riducono le risorse per l’insieme dei servizi, mentre aumenta ancora lo spazio ai privati (finanziati con soldi pubblici): un addio alla salute come diritto fondamentale, all’universalismo, all’assistenza territoriale.
A novembre 2025 è stata approvata la legge delega sulle “semplificazioni” in cui – tra le altre misure – si assegna al governo la delega a stravolgere l’università, che in questi mesi è già stata investita dal Decreto sulle nuove figure precarie (giugno 2025); dal Decreto sulla riforma dell’Anvur (gennaio 2026), l’Agenzia di valutazione della ricerca che da soggetto indipendente diventa strumento di controllo da parte del Ministero; dalla nuova legge sui Concorsi universitari in dirittura d’arrivo alla Camera.
L’università – di cui finora si è parlato pochissimo – è un banco di prova fondamentale perché in questi anni è stata colpita da riduzioni dei finanziamenti, approcci aziendalisti, aumento delle gerarchie tra gli atenei, indebolimento del proprio ruolo sociale. L’Italia è tra i paesi europei con la minor quota di laureati (il 23% sulla popolazione tra i 25 e 64 anni, la metà della Francia) e con la più alta emigrazione: nel 2011-2024 sono usciti dal paese 630 mila giovani tra i 18 e 34 anni; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni il numero di ricercatori trasferiti all’estero è di circa 14 mila.
Nel novembre scorso 140 Società scientifiche hanno sottoscritto un documento che suona il campanello d’allarme: “si profila oggi il rischio di un ulteriore arretramento: un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione”.
Il centralismo viene affermato attraverso i criteri di assegnazione di risorse, la pervasività dei regolamenti del Ministero, i poteri di controllo dell’Anvur. La gerarchizzazione viene realizzata con la concentrazione di fondi alle università maggiori, con l’esito di indebolire le università periferiche e meridionali, che da anni vanno perdendo studenti.
L’università pubblica viene ridimensionata e destrutturata. La ricerca si è retta su 35 mila precari, il 40% del personale; hanno cinque profili professionali diversi e molti sono già alla scadenza dei contratti. L’insegnamento si regge su 33 mila docenti a contratto. Con le nuove norme sui concorsi si indeboliscono i criteri di qualità e si torna a bandi locali. Infine, la privatizzazione: le università telematiche private hanno ora 300 mila iscritti; la più grande è la Multiversity Spa, che controlla Pegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma, di proprietà del fondo azionario inglese CVC Capital Partners. Con i suoi 170 mila studenti, nel 2024 ha incassato oltre 70 milioni di profitti (il 13% del fatturato). Uno scambio tra bassa qualità – il rapporto tra docenti e studenti è dieci volte più alto che negli atenei pubblici – e lauree facilitate – si possono fare esami online – reso possibile dalle regole del Ministero: anziché investire per il diritto allo studio, la politica del governo ha creato una scandalosa posizione di rendita per i profitti privati.
L’elenco delle politiche che introducono controlli centrali, gerarchie e privati potrebbe continuare a lungo, con esempi che riguardano la scuola, le istituzioni culturali, l’assistenza, le infrastrutture, l’ambiente. Ed è già pronto, infine, il salto di qualità del paradigma Meloni: i progetti per il premierato come forma di governo e per una riforma elettorale ancora più maggioritaria aspettano solo il successo al referendum sulla magistratura per diventare operativi.
Tocca a noi decidere – il 22 e 23 marzo – tra centralizzazione, gerarchie e privato da un lato, oppure, in alternativa, difendere la democrazia, l’uguaglianza, il pubblico.
Alessandra Algostino, Donatella Della Porta, Chiara Giorgi, Francesco Pallante, Mario Pianta


