“Provo vergogna per alcuni membri della Corte, una vergogna assoluta, per non avere dimostrato il coraggio di fare la cosa giusta per il nostro Paese”. Con queste parole Donald Trump ha reagito alla recente sentenza della Corte Suprema che, con un voto di 6 a 3, ha stabilito che il presidente non può imporre dazi generalizzati facendo ricorso all’International Emergency Economic Powers Act del 1977 (IEEPA). Una decisione che rappresenta una sconfitta giuridica significativa per il 47esimo presidente e che riapre il dibattito sui limiti dei poteri presidenziali.
Trump aveva invocato l’IEEPA sostenendo che lo squilibrio commerciale degli Stati Uniti costituisse “un’emergenza nazionale”. Forte di questa dichiarazione, si era attribuito ampi poteri per imporre dazi a vari Paesi, spesso in maniera disomogenea, con frequenza come risposta a divergenze politiche con leader stranieri. Spesso persino capricciosa. Si ricorda il 50 percento di dazi al Brasile perché il suo “amicone” Jair Bolsonaro era stato trattato male dai magistrati brasiliani. La logica economica lasciava spazio a una strategia negoziale aggressiva che usava i dazi come bastone per colpire e aumentare il suo potere.
La reazione furiosa di Trump non sorprende. Durante il suo mandato ha presentato 24 ricorsi davanti alla Corte Suprema, vincendone 22 e perdendone solo due. Oltre a quella sui dazi va ricordato il caso del migrante Kilmar Abrego García, deportato ingiustamente, che la Corte Suprema ordinò a Trump di riportarlo negli Usa per permettere l’iter giuridico del caso. Inoltre, tre dei nove giudici attualmente in carica sono stati nominati proprio da lui. Il presidente era convinto, implicitamente o esplicitamente, di poter contare su una maggioranza favorevole. Questa volta, però, la Corte gli ha voltato le spalle. Trump è stato specialmente deluso dai tre giudici conservatori che hanno votato contro di lui asserendo che hanno causato “imbarazzo alle loro famiglie”
Il presidente della Corte John Roberts ha ribadito che i poteri presidenziali non sono assoluti e che la Costituzione attribuisce al Congresso – Articolo I, Sezione 8 – il potere di imporre tasse e dazi. L’IEEPA, nata per consentire al presidente di adottare sanzioni economiche in caso di minacce esterne straordinarie, non può trasformarsi in una legge tariffaria generale. Se il presidente intende imporre dazi di ampia portata, deve ottenere l’approvazione della legislatura.
La decisione ha effetti immediati anche sugli accordi già conclusi. In particolare, erano stati concordati dazi del 10 percento con Paesi come Australia e Gran Bretagna nell’ambito di intese commerciali negoziate sotto la pressione delle misure unilaterali di Washington. Ora si apre una fase di incertezza: tali accordi restano validi? Devono essere rinegoziati? Gli alleati guardano con attenzione a ciò che accade a Washington, consapevoli che l’instabilità giuridica si traduce in instabilità economica.
Un nodo cruciale riguarda i rimborsi. I dazi imposti attraverso l’IEEPA hanno generato entrate stimate tra i 130 e i 200 miliardi di dollari. Se dichiarati illegittimi, devono essere restituiti? La Corte Suprema non si è pronunciata esplicitamente sulle modalità e sull’obbligo di rimborso, lasciando la questione ai tribunali inferiori. Si prospetta dunque una lunga battaglia legale. Gli importatori potrebbero chiedere la restituzione delle somme versate. Trump, noto per la sua inclinazione alle cause giudiziarie, difficilmente accelererà il processo. Non è escluso che la questione torni davanti alla stessa Corte Suprema. Le 200 mila piccole imprese che sono state colpite dai dazi dovranno sudare sette camicie per riottenere i quattrini pagati illegalmente al governo.
Dal punto di vista istituzionale, la sentenza rappresenta una sorta di “guardrail”, un argine minimo posto al potere esecutivo. In un contesto in cui il Congresso – a maggioranza repubblicana – ha spesso mostrato scarsa volontà di opporsi al presidente del proprio partito, la Corte assume un ruolo di bilanciamento. Non si tratta di un attacco politico, ma di un richiamo al principio della separazione dei poteri. Il giudice Neil Gorsuch, che ha votato con la maggioranza, ha reiterato che “la legislazione può essere difficile” ma riflette i principi democratici. Mediante il processo legislativo “si arriva alla saggezza del popolo…. Non semplicemente a quella di un uomo solo”. Due stoccate ai legislatori repubblicani sonnolenti e anche al presidente che non è un re.
Tuttavia, il problema di fondo resta il caos. Trump, paradossalmente, potrebbe trarre vantaggio da una situazione di incertezza. Il caos alimenta la percezione di crisi, e la crisi richiede, nella sua narrativa, un uomo forte capace di “salvare” il Paese. I dazi, pur essendo impopolari, sono stati presentati come strumenti di difesa dell’industria americana. Eppure i dati raccontano un’altra storia. Secondo alcune stime, le misure tariffarie sono costate fino a 2.000 dollari all’anno per famiglia americana. Un sondaggio di aprile indicava che il 76 percento degli americani ritiene che i dazi aumentino il costo della vita. Inoltre la tesi di Trump che i dazi condurranno ad aumenti di lavori manifatturieri in Usa e ridurranno lo squilibrio commerciale si è rivelata falsa. Proprio il giorno prima della decisione sui dazi della Corte Suprema è stato annunciato che il numero di posti di lavoro manifatturieri in Usa è sceso di 88 mila unità. E il deficit commerciale è anche aumentato di 60 miliardi, ossia il 4 percento.
La Corte Suprema, con la sua decisione di 6-3, non ha soltanto limitato uno strumento specifico. Ha riaffermato che l’emergenza non può diventare la regola e che la politica commerciale non può essere guidata esclusivamente dall’impulso presidenziale. In gioco non vi è solo la questione dei dazi, ma la credibilità delle istituzioni.
Trump aveva scritto sui social che, se la Corte Suprema avesse ribaltato i suoi dazi saremmo “fregati”. Paradossalmente, aveva ragione. Non solo la sua amministrazione subisce un colpo politico, ma l’intero sistema economico americano paga il prezzo dell’incertezza. Gli alleati faticano a fidarsi delle intese siglate con Washington se possono essere modificate o annullate nel giro di pochi mesi o dichiarate illegali dalla magistratura. Il commercio internazionale richiede prevedibilità, stabilità e coerenza.
Il rischio è che il messaggio che giunge al mondo sia quello di un’America imprevedibile, dove le decisioni economiche dipendono dall’umore politico del momento. In un’economia globale interconnessa, la coerenza non è un lusso ma una necessità. La sentenza della Corte Suprema tenta di ristabilire un equilibrio, ma non elimina le tensioni politiche che l’hanno resa necessaria.
In definitiva, la vicenda dimostra ancora una volta quanto fragile possa diventare il confine tra potere esecutivo e controllo istituzionale. La Corte ha tracciato una linea. Resta da vedere se il presidente e il Congresso sapranno rispettarla. Nel frattempo, gli americani – e il resto del mondo – attendono segnali di stabilità perché il commercio vive di fiducia. E la fiducia, una volta incrinata, è difficile da ricostruire. L’azione di Trump di introdurre dazi globali del 15 percento, validi secondo un’altra legge del 1974 solo per 5 mesi, non contribuisce alla chiarezza ma continua ad alimentare l’incertezza.
Domenico Maceri


