Evasione fiscale, tra slogan e inediti garantisti

di Massimiliano Perna - ilmegafono.org - 25/10/2019
Se tu evadi il fisco contribuisci al disastro sociale ed economico, alla carenza di servizi essenziali, da quelli sanitari al welfare, dai lavori pubblici a quelli per il risanamento ambientale o per la riqualificazione dei quartieri

Qualche anno fa un caro amico, un intellettuale molto noto, durante una colazione, mentre si chiacchierava anche di lotta all’evasione fiscale, mi propose la sua ricetta. Un po’ provocatoria, ma interessante. Partiva dalla considerazione che il reato di evasione, specialmente quando tocca cifre di una certa dimensione, è uno dei più odiosi e nocivi per il Paese. Pertanto, la logica sanzionatoria per contrastarlo dovrebbe in qualche modo avere una ispirazione non solo punitiva, ma anche riparatoria. La ricetta proposta era molto chiara: se tu evadi il fisco contribuisci al disastro sociale ed economico, alla carenza di servizi essenziali, da quelli sanitari al welfare, dai lavori pubblici a quelli per il risanamento ambientale o per la riqualificazione dei quartieri. Se tu evadi sei complice di tutto questo. Anzi ne sei pienamente responsabile. E non è possibile commettere tale scempio sapendo che al massimo rischi 6 anni di carcere che nessuno quasi mai si fa, perché le leggi vengono applicate poco e male, visto che la giustizia italiana è lenta e ingolfata e la prescrizione molto spesso interviene a stoppare tutto.

Allora egli mi suggerì, in modo enfatico, che “andrebbe prevista una pena di 30 anni per i grandi evasori, dando loro una possibilità importante: se vuoi evitare la galera, rinunci a tutti i tuoi beni e io Stato ti do una casa, in uno dei quartieri degradati anche a causa del tuo reato, e un vitalizio di 500 euro con cui vivere. Così, giusto per capire le tue colpe”. Chiarisco, il mio amico non è giustizialista e non fa parte di questo governo. Non fa nemmeno politica, ed è facile intuirlo, dal momento che non vi sono intellettuali né al governo né in generale nei partiti. La sua naturalmente era una provocazione, ma il tema è molto serio. Purtroppo, il dibattito emerso in questi giorni sembra rimanere, ancora una volta, sul terreno degli slogan. Perché di questo si tratterà se non saranno attuati tutti gli aggiustamenti necessari.

Sul piano del linguaggio, innanzitutto, si sta commettendo l’errore di presentare come nuovo uno strumento già esistente. Il carcere per gli evasori è infatti parte del nostro ordinamento (per le frodi fiscali, ad esempio, esiste già una pena massima di 6 anni, così come per il reato di autoriciclaggio sono previste pene fino a 8 anni). Si tratta, dunque, di un semplice inasprimento, di un aumento della durata della pena o della soglia di punibilità. E ciò non basterà a fermare un fenomeno insopportabile che affonda le radici in una mentalità radicata e nel mal funzionamento del sistema statale. Le leggi ci sono, le sanzioni pure, comprese quelle detentive, e in certi casi anche per cifre minime, non solo per le grandi evasioni. Il problema semmai sta sempre nei controlli, che sono carenti, e nella lentezza della giustizia, in quell’annoso problema che nessuno davvero vuole toccare.

Bisognerebbe infatti snellire la macchina giudiziaria, disingolfare i tribunali, intervenire semmai sulla prescrizione per questo tipo di reati, visto che solo la metà di essi giungono a condanna, e consolidare la certezza della pena. Al contempo, bisognerebbe accelerare lo spostamento delle modalità di pagamento verso un percorso tracciabile. In tal senso, le misure sull’abbassamento progressivo della soglia di utilizzo del contante e l’obbligo dei Pos (che molti commercianti si ostinano a non utilizzare) sono solo due piccole, seppur utili, misure. Il punto è che poi qualcuno dovrà vigilare. Sia chiaro, sulle commissioni del Pos si può anche discutere, a patto però che non diventi un alibi per chi in questi anni non si è fatto problemi ad evadere e al contempo aggiungere ricarichi eccessivi ai propri prodotti. I commercianti vanno sì ascoltati ma non santificati. Così come non si può valutare ogni misura economica utilizzando figure ormai quasi leggendarie come “i poveri anziani” o altre ridicole come i “papà generosi” di Giorgia Meloni.

La trasformazione dell’Italia da un’economia del contante a un’economia cashless, ossia delle carte, non può essere bloccata giocandosi il jolly di un gruppo genericamente presentato come composto esclusivamente da sprovveduti, ignoranti e incapaci. Perché così non è. Gli anziani di oggi sono quelli che hanno affrontato i cambiamenti di un’epoca che corre veloce e in buona parte sono riusciti ad adeguarsi. Ad ogni modo, non si può bloccare un processo per via di una “minoranza”, che semmai va aiutata e guidata verso la trasformazione, in modo da non trovarsi in difficoltà. Fermo restando che, comunque, fino a 1000 euro sarà possibile usare i contanti. Non è credibile pensare che un anziano comune spenda più di 1000 euro in contanti, considerata anche la pensione che riceve. Così come non è assolutamente credibile l’ennesima baggianata pronunciata da Giorgia Meloni, che accusa questa manovra di penalizzare il povero papà che magari vorrebbe regalare 1000 euro al proprio figlio. In primis, perché la gente comune, i lavoratori, difficilmente fanno regali di tale consistenza; in secondo luogo, perché anche se uno potesse e volesse basterebbe fare un bonifico, così da far contenti in un sol colpo il pargolo e lo Stato.

Si chiama tracciabilità ed è l’unico strumento utile per evitare che il denaro illecito circoli senza alcun controllo. Abbiamo già dato in questo Paese, anche con l’innalzamento delle soglie voluto da Renzi qualche anno fa, quando con la scusa della crisi si alzò il limite oltre il quale scattavano le sanzioni penali per gli imprenditori in difficoltà che non riuscivano a mettersi in regola con il fisco per poter pagare i lavoratori. Una scelta apparentemente logica, che però non ha impedito ai furbi di infilarsi e sghignazzare dietro le spalle degli onesti. Ciò detto, e in attesa di vedere come evolverà questa discussione, c’è una cosa che fa sorridere amaramente e riflettere: il sentimento di improvviso garantismo che permea buona parte della politica e della società italiane, indignate per l’annunciato inasprimento delle pene. Ci si riferisce ovviamente a chi ha detto no senza alcuna argomentazione sull’efficacia del provvedimento, sulla necessità di arricchirlo, accompagnarlo con un riforma seria della giustizia.

Un no solo di principio, non scevro da slogan e balle spaziali. Un garantismo falso, di facciata e convenienza che non abbiamo ascoltato in altre occasioni, davanti a misure vergognose e disumane come ad esempio il decreto sicurezza (alla cui abolizione neanche le forze politiche al governo dedicano eguale determinazione e attenzione). Il segno che in questo Paese, probabilmente, l’evasione non è considerata un reato odioso e meritevole di una stretta decisa, ma piuttosto una consuetudine conveniente e necessaria. Molto più necessaria, a quanto pare, dell’umanità e della solidarietà. Forse, questo dibattito sull’evasione, al di là delle discussioni tecniche, ci ha dato un’opportunità: comprendere ancora una volta che tipo di Paese siamo.

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