L’emendamento voluto dal Governo, con modifica del Testo Unico immigrazione inserito nel secondo decreto sicurezza (art. 30-bis), che “riconosce” un compenso fisso ai legali che assistono stranieri nella procedura di rimpatrio assistito (ma a patto che lo straniero effettivamente se ne vada) costituisce una palese violazione della libertà di difesa nell’interesse dell’assistito (art. 24 Cost.) e tenta di relegare la funzione difensiva delle avvocate e degli avvocati alla cogestione delle politiche di allontanamento dal paese di cittadine e cittadini extra‒Ue, ormai oggetto principale delle politiche repressive di questo governo.
La manovra questa volta è così scomposta e maldestra che è stata dichiarata irricevibile pressoché da tutte le associazioni dell’avvocatura nonché da alcuni Ordini professionali. Solo in un secondo momento il CNF ha smentito il proprio coinvolgimento nell’ideazione di questo emendamento, sia pure con una nota che si limita, con tono inaccettabilmente burocratico, a minimizzarne la portata devastante parlando al proposito di “attività previste (che) non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”. Si tratta in realtà di una previsione palesemente inaccoglibile anche sotto il profilo meramente tecnico, imponendo al difensore ‒ per la prima volta, un vero primato negativo ‒ un’obbligazione di risultato e affidando al CNF stesso la gestione dell’erogazione del vile compenso previsto per le ed i legali collaborazionisti.
Accanto a questo emendamento, viene ulteriormente depotenziato, ristretto e complicato l’accesso al patrocinio a spese dello Stato in materia di immigrazione, con l’abrogazione dell’art. 142 del T.U. sulle spese di giustizia e vengono confermate le nuove, ennesime strette autoritarie contro il dissenso, con l’introduzione di quelli che abbiamo già visti applicare come “fermi preventivi” in funzione dissuasiva/impeditiva a manifestare, oltretutto senza alcun controllo (e men che meno tempestivo) da parte della magistratura, come dimostrato dalla vicenda delle 91 persone “accompagnate in Questura” a Roma venti giorni fa; nel mentre, fioccano procedure per l’applicazione delle sanzioni amministrative per manifestazioni “non autorizzate”, in tutto o in parte (a Milano, a Bologna, a Roma, in Toscana). In più, si limita la possibilità di qualificare le condotte relative a reati di stupefacenti come di “lieve entità” ricorrendo ad automatismi incostituzionali che avrebbero effetti dirompenti sulla già grave situazione delle carceri e si introducono norme pericolosissime, come quelle che autorizzano l’ingresso di agenti infiltrati in ambito penitenziario. Abbiamo già sotto gli occhi gli effetti nefasti di queste politiche, che rischiano di sdoganare tutte le pulsioni peggiori presenti nella gestione e nei gestori del cosiddetto ordine pubblico: i fatti di Padova di pochi giorni fa ne sono una drammatica testimonianza.
Il governo Meloni non cede e prosegue dritto nella direzione di massimo autoritarismo con cui si è presentato.
Come abbiamo dimostrato di poter fare in occasione del referendum costituzionale, è necessario fermare questa deriva, questo attacco inusitato al diritto alla difesa ed ai diritti di tutte e tutti.
Come Giuristi Democratici continuiamo a sostenere ogni forma di agitazione e mobilitazione contro l’ennesimo decreto sicurezza della destra, all’interno e all’esterno dei tribunali, con le colleghe ed i colleghi impegnati nella tutela giudiziaria dei diritti e con i movimenti che rivendicano democrazia e libertà.
19 aprile 2026
Associazione Nazionale Giuristi Democratici

