Alfonso Gianni. Fare il contrario di quello che diceva Petrolini

di Alfonso Gianni - jobsnews.it - 17/06/2019
Il contrario cioè di quello che ironicamente suggeriva il grande Ettore Petrolini: ”Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.

Al di là delle spacconate di Salvini o dei suoi scatti di nervi che lo portano ad abbandonare il Consiglio dei Ministri appena Tria mette in discussione la fattibilità del flat tax, la continuità di questo governo si gioca sul filo tesissimo tra Roma e Bruxelles, più che all’interno di Palazzo Chigi. Certamente in questa crescente instabilità, incrementata dai riflessi sul piano interno del voto europeo, anche una palla di neve può diventare una valanga. Fuor di metafora, peraltro fuori stagione, è possibile che in un clima di crescente conflittualità e accumularsi di reciproci sospetti tra le due forze di governo, anche un incidente qualsiasi possa portare alla rottura.

Ma a parte questa eventualità, che non va sottovalutata e tenuta sempre presente, la partita vera è stata aperta dalla Commissione europea che ha raccomandato l’inizio di una procedura di infrazione per debito eccessivo nei confronti dell’Italia. La cosa non è mai successa finora nella storia della Ue. Vi sono state procedure per deficit, come quella da cui è uscita recentemente la Spagna, ma quella che incombe sull’Italia comporta conseguenze molto più gravi, un vero e proprio commissariamento per almeno cinque anni (ne ho parlato in dettaglio qui una settimana fa) che  si abbatterebbe con tagli della spesa pubblica in particolare sugli istituti dello stato sociale come sanità e pensioni. Una procedura che parte da quei famosi parametri, in particolare il 3%, la cui assoluta ascientificità è stata rivelata dal suo inventore, Guy Abeille, un funzionario dello Stato francese ora in pensione. E’ quindi giusto opporsi a una simile spada di Damocle. Ma il problema è in nome di cosa lo si vuole fare e come. Un conto è progettare una politica economica di espansione della domanda interna in termini di incremento di consumi e di investimenti in settori innovativi, un altro è farlo per sconvolgere un sistema fiscale come il nostro, già molto bistrattato, per imporre una tassa piatta contraria al principio di progressività dell’imposizione fiscale contenuto nell’articolo 53 della nostra Costituzione.

Ora che le viti si stringono dovrebbe apparire chiaro che non si può “stare” né con la Commissione europea – oggi supportata anche dalle pesanti dichiarazioni di Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo, organo nel quale siedono i 19 ministri delle finanze dell’eurozona – né con un governo che intende abbattere uno degli strumenti principali per la ridistribuzione seppure parziale della ricchezza prodotta, al fine di attenuare le crescenti ed enormi differenze tra retribuzioni e profitti. Uso il condizionale perché il soggetto che dovrebbe fare questo non c’è nella sua pienezza ed efficacia. Mi riferisco alla mancanza di un’opposizione politica e parlamentare alla linea tanto della Ue, quanto del governo pentaleghista. Il Pd è stato ed è uno dei sostenitori più convinti del rigorismo di Bruxelles. La sinistra radicale, lo si è purtroppo visto nel recente voto europeo, ha scarsa consistenza e decrescente peso politico. Cose cui potrebbe ovviare, seppure non nell’immediato, se almeno avesse le idee chiare su cosa fare della politica economica del paese e come quindi fronteggiare le pretese europee. Ma questo purtroppo non è. Resta un obiettivo, un proposito, ribadito anche nella riuscita assemblea nazionale de La Sinistra del 9 giugno a Roma, ma ancora da conquistare.

Questa condizione rende molto difficile, se non impossibile, sfruttare le contraddizioni che si aprono all’interno della maggioranza pentaleghista. Il che dovrebbe essere l’abc della tattica per una forza di opposizione. Ad esempio, Paolo Savona ha tenuto la sua prima relazione da presidente della Consob, nel corso della quale, pur dimostrando un certo equilibrismo, ha fatto affermazioni di un certo peso. Si è scagliato contro le “convenzioni internazionali” che pretendono di misurare lo stato di salute di un paese. I giudizi sull’Italia, ha detto, “non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati appaiono prossimi a pregiudizi, perché resi su basi parametriche finanziarie convenzionali che non tengono conto dei due pilastri che reggono la nostra economia e società” ovvero un risparmio (16 milioni di euro) ben superiore all’utilizzo che ne fa il nostro paese e la competitività delle imprese sui mercati internazionali” Ha aggiunto che “non c’è una risposta univoca su quale sia il legame ottimale tra il debito pubblico e il Pil”. Si sentono nelle parole di Savona l’eco di lontani ragionamenti critici rispetto ai parametri di Maastricht, quali quelli condotti sul finire degli anni ’90 dall’economista keynesiano Luigi Pasinetti, il quale considerò come del tutto arbitrari i valori numerici che venivano posti a bastione del deficit e del debito e dimostrò che se si fosse considerato il debito nel suo complesso, quello pubblico e quello privato, la classifica dei virtuosi in Europa sarebbe stata ben diversa.

Ma allora bisognerebbe trarne tutte le conseguenze. Ha voglia Tria ad affannarsi nel cercare di contestare le cifre, giocando sull’outgap, ovvero la differenza fra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale, e cercando di dimostrare che non c’è bisogno di una manovra correttiva – che invece il gelido Dombrovskis torna a pretendere – perché alla fine il disavanzo del 2019 sarebbe “naturalmente” di due o tre decimali inferiori, fidandosi su una crescita economica che deriverebbe dai provvedimenti governativi che nessuno intravede. Se Tria stesso intende portare a Bruxelles, come manifestazione di buon rigore, il fatto che si sono risparmiate risorse (pari a 1,2 miliardi) sia per quota 100 sia per il reddito cd di cittadinanza (che avrebbero dovuto essere il perno del rilancio della domanda interna e su cui meno che mai si sarebbe dovuto risparmiare, almeno in teoria); che sono aumentate le entrate (per 2,3 miliardi) grazie agli utili delle aziende di Stato che si vorrebbero privatizzare e che si conferma il congelamento dei famosi due miliardi per la spesa già decisi in una precedente fase estendendolo a tutto l’anno in corso (con riduzione di spesa per trasporti e sanità); vuole dire che il primo a non credere nel carattere espansivo della manovra è il Ministro dell’economia, il quale invece punta semplicemente all’aumento dell’Iva. Ma tale aumento sarebbe un ulteriore peggioramento per la capacità d’acquisto della grande maggioranza della nostra popolazione.

La via d’uscita c’è. Basta mettere insieme il recente rapporto istituzionale sulla ricchezza delle famiglie italiane con le stesse parole del nuovo presidente della Consob, per capire che c’è bisogno di una patrimoniale su tutte le forme di ricchezza, mobiliare ed immobiliare, dotata delle necessarie accortezze, franchigia e altro che impedisca che venga colpito il piccolo risparmio. Il contrario cioè di quello che ironicamente suggeriva il grande Ettore Petrolini: ”Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.

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