D’ora in poi parlando di legge elettorale in Italia dovremo tener conto del voto in Sassonia-Anhalt. AfD col 43,8% ha vinto 38 collegi su 41, ma il riparto proporzionale le dà 39 seggi su 83 (con un premio in stile Melonellum avrebbe superato la maggioranza assoluta governando da sola). L’esito ci pone tre domande. La prima: l’avanzata AfD può estendersi a tutta la Germania? La seconda: è possibile che la Germania scivoli nell’autocrazia, come l’Ungheria e la Polonia? La terza: l’erosione democratica è un pericolo anche per l’Italia?
Al primo quesito rispondono i sondaggi, che non da ora danno l’AfD al primo posto con circa il 27-28% dei voti. Sono in crisi la Cdu-Csu al 20% o poco più, e l’Spd intorno al 13%, come i Verdi. Il dato è inequivoco e coerente con lo spostamento a destra in altri paesi europei. In Francia Le Pen e Bardella sono saldamente in testa ai sondaggi per le ormai prossime Presidenziali del 2027. Reform Uk in Gran Bretagna, nonostante scandali sui finanziamenti, resta sopra il 20%. Si prospetta in Germania una deriva orbaniana? In Ungheria nel 2010 vige un sistema elettorale misto: liste proporzionali di territorio e lista nazionale di recupero, più collegi uninominali a doppio turno. Fidesz-Kdnp con il 52,7% dei voti di lista e 173 collegi su 176 ottiene 263 seggi su 386, oltre i due terzi (258) necessari a modificare la Costituzione. Fidesz poi riscrive a proprio vantaggio il sistema elettorale e in tre successivi turni (2014, 2018 e 2022) ottiene ancora i due terzi dei seggi. La Costituzione viene riscritta in chiave autocratica. Si cambia nell’aprile 2026, quando il partito Tisza di Magyar con un’affluenza record del 79% ottiene a sua volta il 53,2% dei voti e 141 seggi su 199. Ma l’inversione di rotta è fortemente ostacolata dai presidi lasciati da Orbán: giudici costituzionali e alti funzionari con mandati lunghi, inamovibili.
Diverso il caso polacco. Il Sejm (Camera bassa) è eletto con un proporzionale di lista circoscrizionale, nessun premio, soglia nazionale del 5% per le liste e dell’8% per le coalizioni. Nel 2015 il PiS con il 37,6% dei voti ottiene 235 seggi su 460, il 51,1%. La maggioranza assoluta dei seggi viene dalla frammentazione delle opposizioni, rimaste sotto soglia. Il Senato, eletto in 100 collegi uninominali a turno unico, dà al PiS 61 seggi. Il partito non ha i voti per modificare la Costituzione, ma procede con leggi ordinarie, in specie sulla magistratura e sul Tribunale costituzionale, la cui conquista è possibile perché i giudici sono eletti dal Sejm a maggioranza assoluta. Proprio sul Tribunale costituzionale si apre un duro scontro politico, tuttora in atto.
Dunque l’erosione democratica passa in Ungheria con modifiche alla Costituzione, in Polonia invece a Costituzione invariata, in entrambi i casi per la combinazione tra legge elettorale e disciplina degli organi di garanzia. La lezione è che il proporzionale da solo non mette al sicuro dall’autocrazia. In sintesi, il rischio non si annulla, ma è minimo con un proporzionale e soglie di garanzia alte, è massimo con un maggioritario e soglie di garanzia basse. Per la Germania, che ha un sistema proporzionalizzato nell’esito, conteranno i due terzi di Bundestag e Bundesrat richiesti per modificare la Costituzione, e i due terzi dei voti – previsti però da legge ordinaria – per l’elezione dei giudici della Corte costituzionale.
E in Italia? Da una trentina di anni siamo vicini al rischio massimo più che a quello minimo. Per il totem della stabilità, della governabilità e dell’investitura popolare di chi governa, sistemi maggioritari di collegio o con premio hanno dato alla maggioranza pro tempore numeri potenzialmente sufficienti a cambiare la Costituzione, eleggere il Capo dello Stato, influire sulla composizione della Corte costituzionale e del Csm. Ora il Melonellum combatte ribaltoni e pareggi con un premio di maggioranza, modello che in Europa condividiamo con Grecia, Malta e San Marino. Debole l’argine offerto dalle sentenze della Consulta (1/2014 e 35/2017), mentre il referendum costituzionale ex art. 138 ha fermato le revisioni a colpi di maggioranza nel 2006, 2016 e 2026. Se ne trae che il primo cruciale passaggio è il voto del 2027. Si combatterà con la legge che la destra riterrà più conveniente per sé. È improbabile che dalle schermaglie in atto – incluso il ballottaggio anti-Vannacci – vengano modifiche di impianto per la proposta in discussione. Se il campo progressista vincerà, si potrà poi parlare di un ritorno al proporzionale, e di mettere in sicurezza la Costituzione alzando le maggioranze di garanzia. Non alzarle dopo il Mattarellum fu una “grande omissione”, come disse alla Camera Leopoldo Elia il 2 agosto 1995. Diversamente, prepariamoci al gusto rancido di un ritorno al passato.


